giovedì, giugno 21

Dossier Libia: l’Italia catalizzatore di una ritrovata unità? Intervista ad Arturo Varvelli, Senior Research Fellow all'ISPI e co-head del MENA Centre

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Disertata in larga misura dal dibattito pre-elettorale, con l’eccezione dei riferimenti ‘collaterali’ alla questione migratoria, la Libia continua ad apparire un terreno di scontro tra fazioni e governi che non trovano una ragione e un modo per unificarsi. Scenario di un ‘conflitto di prossimità’ giocato da fuori, nel quale la violazione dei diritti umani appare difficilmente collocabile (causa o effetto?) rispetto alle politiche europee di contenimento dei flussi, il suo universo appare frammentato in territori e leader soggetti a sfere di influenza internazionali.

In particolare, nel 2017 si è assistito a una crescente visibilità dell’ ‘uomo forte’ della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, in una serie di incontri diplomatici (a Parigi, a Mosca, con il Ministro degli Esteri britannico, in Italia, lo scorso settembre), visibilità che ha forse accentuato un vuoto di rappresentanza esistente rispetto al Paese nel suo complesso. Entrambi i Governi libici, sia quello riconosciuto di Unità nazionale che quello di Beida (Parlamento di Tobruk) fedele ad Haftar, non controllano un territorio vastissimo, che diventa la base operativa di diverse formazioni armate e cellule jihadiste. I cittadini hanno scontato direttamente l’eclissi dello Stato soprattutto a seguito della caduta di Muhammar Gheddafi, con diverse conseguenze: mancanza di istituzioni funzionanti (il Fezzan, a Sud, è un caso emblematico) e di un’autorità centrale di governo a cui sia riservato legittimamente l’uso esclusivo della forza, collasso economico malgrado l’ingente ricchezza dei giacimenti di greggio e di gas, circolazione di armi e altribeni’ oggetto di traffico: carburante, petrolio, minerali preziosi, droga e persone.

Al volgere del 2017, nei mesi di settembre e di dicembre, Haftar si è recato due volte in Italia: la prima, incontrando i Ministri della Difesa e dell’Interno, soprattutto nella ricerca di una distensione sulle questioni inerenti le frontiere e il piano italiano anti-sbarchi; l’11 dicembre, alla Farnesina, rassicurando il Ministro Angelino Alfano sul sostegno al Piano di Pace dell’ONU, portato avanti dall’Inviato speciale delle Nazioni Unite, Ghassam Salamé.

Tornando al contesto dell’Italia post-voto, nel recente contributo di Armando Sanguini e Arturo Varvelli, rispettivamente Senior Advisor e Ricercatore dell’Istituto per gli Studi di politica Internazionale (ISPI), entrambi esperti in relazioni internazionali, Nordafrica e Medio Oriente, si legge che «Dopo una campagna elettorale fortemente incentrata su temi della politica interna, anche l’Italia dovrà (…) avere chiare le priorità» sulla scena internazionale, identificando «le leve più efficaci per metterle in pratica».

Di fronte allo stallo della crisi libica, radicato nell’inamovibilità politica dei principali rappresentanti nazionali (Serraj e Haftar), in che termini – ci chiediamo – è possibile avviare una nuova intesa tra Italia e Libia che dia senso e attualizzi il Memorandum firmato a Roma il 2 febbraio 2017 da Fayez al-Sarraj, Primo Ministro del Governo di Unità nazionale, e il premier Paolo Gentiloni?

Lo abbiamo chiesto ad Arturo Varvelli, esperto in questioni relative alla Libia nonché Senior Research Fellow all’ISPI co-head del MENA Centre.

 

Dottor Varvelli, in Italia il tema della Libia – come, più ampiamente, quello dei rapporti con l’estero – non ha figurato tra le priorità nei programmi e nelle discussioni pre-elettorali, nonostante alcune forze politiche abbiano centrato il proprio discorso sul contrasto dei flussi migratori.

Relativamente agli esteri non è stato approfondito nulla. Hanno prevalso gli slogan. L’unica formazione che si è distinta in senso propositivo sulla questione libica è CasaPound, peraltro con dichiarazioni piuttosto azzardate e irrealistiche sull’occupazione della Libia e la possibile creazione di un protettorato in Tripolitania.

 Nel documento scritto a quattro mani con il Dottor Sanguini e pubblicato dall’ISPI, fa riferimento a «protagonisti interni» ed «esterni» e alla conseguente necessità di coordinare gli interventi diplomatici avvenuti, in tempi recenti, da parte dei diversi Paesi interessati. Come si articola questa partita in un contesto totalmente privo di unità istituzionale e di governo?

Da tempo vado sostenendo che la crisi, nel Paese nordafricano, non sia una crisi ‘libica’: le fazioni interne sono, in buona misura, alimentate da attori esterni, che continuano a esercitare la propria influenza sperando che una parte ‘prossima’ per interessi possa stabilire un nuovo governo in Libia.  Così facendo, si sta sostanzialmente reiterando il conflitto civile, benché con una intensità temperata e non paragonabile al conflitto siriano. Non c’è dubbio che il fattore esterno stia producendo influenze nefaste: si è visto, anche di recente, con l’influenza e l’assistenza militare egiziane. Violando la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1970/2011, che prevede l’embargo sulle armi contro la Libia, l’Egitto ha fornito armi anche al generale Khalifa Haftar. In modo analogo, lo abbiamo visto nel recente passato con le sponsorizzazioni politiche dello stesso Haftar, ma anche di altre fazioni: la conflittualità interna è replicata senza offrire alcuna possibilità ai libici di un reale confronto a partire dagli interessi presenti in campo. Il primo passaggio obbligato sarebbe, perciò, non tanto mettere d’accordo i libici, ma la stessa comunità internazionale, cosa che, in questo momento, è abbastanza difficile.

Nell’attuale frangente, l’apporto potenziale dell’Italia e la funzione propria delle Nazioni Unite possono agire da fattori di recupero di un’unità diplomatica capace di attivare un reale processo di stabilizzazione del Paese?

Se solo pensiamo che Haftar, a capo di alcune milizie, non ha incarichi governativi di alcun tipo e che, lo scorso luglio, sedeva al tavolo negoziale di Parigi insieme al responsabile politico del Governo di Unità nazionale voluto dall’ONU, Fayez al-Sarraj, capiamo quanto questa trattativa sia, in sé, già sbilanciata. Tale squilibrio ha inficiato, sin dall’inizio, il tentativo di composizione da parte delle Nazioni Unite, rinnovato con Ghassam Salamé, il nuovo Inviato speciale, che sta cercando di implementare, con ogni difficoltà, un nuovo Piano di Azione cercando il consenso tra le varie forze politiche libiche. L’iniziativa, tuttavia, non ha successo proprio perché, dall’esterno, si spinge per soluzioni che non fanno parte di una mediazione: la by-passano, con l’effetto immediato di sopprimere ‘in culla’ i tentativi delle Nazioni Unite.

Quello che proponiamo, perciò, è che la palla torni ai Governi: che essi non si nascondano più dietro la mediazione delle Nazioni Unite, che non possono risolvere una crisi così grave. La soluzione consiste, invece, negli accordi tra gli Stati: solo in seguito l’ONU potrà avere un ruolo effettivo.

Salamé non ha, allora, alcuna probabilità di successo?

Porre la mediazione in capo all’Inviato speciale di turno è una sorta di fiction e temo che questo non possa conseguire risultati. Penso che il carico di responsabilità spetti ai Governi e che l’Italia sia la maggiore indiziata da questo punto di vista. L’Italia insieme all’Europa.

Qual è la sua posizione?

Sembra che l’Italia abbia maggiori interessi: ha buone relazioni con quasi tutto il Paese, anche con il generale Haftar, recentemente ospite a Roma, oltre che con diversi attori regionali: gli Emirati arabi, l’Egitto, ma anche la Tunisia e l’Algeria… E non dimentichiamo la Russia, che è diventato un attore influente insieme agli Stati Uniti e alla stessa Europa. L’Italia potrebbe osare di più, a condizione di una maggiore efficienza, che in questo momento è pregiudicata dal fatto che abbiamo un Governo in carica uscente.

Il fatto di avere focalizzato la questione essenzialmente sul contenimento dei flussi può avere inibito questo processo?

La nostra politica ha ‘messo una pezza’ per motivare la cosiddetta ‘emergenza’, laddove le ragioni sono più profonde dei motivi dichiaratamente emergenziali: ci si è focalizzati, in prima battuta, sul contro-terrorismo, poi sulla contro-emigrazione, ma una delle cause della migrazione è proprio l’instabilità in Libia. È su questa instabilità che bisognerebbe concentrarsi per arrivare alla causa.  Le milizie a base laica o religiosa che hanno il controllo del Paese traggono sostentamento dai traffici illeciti: di persone, di armi, di petrolio… Il problema, perciò, è risolvere questa situazione, o contribuire a risolverla. Si tratta, naturalmente, di un lavoro progressivo e molto lento. Tuttavia, non si può pensare di arginare i flussi migratori o di qualsiasi altro tipo se le milizie non saranno in buona misura smantellate, divenendo parte di un esercito più ampio. Inoltre, il sostentamento che queste milizie traggono dai traffici illeciti dovrà essere sostituito. Non si può pensare di fare questo senza un vero processo di ‘State building’ in Libia.

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