venerdì, marzo 24
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Dori Ghezzi, l’arte di ricordare con il cuore

Una vita straordinaria al servizio della musica. A colloquio con l'artista
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Gli antichi adagi non sbagliano mai: «Dietro ogni grande uomo, c’è sempre una grande donna». Come Dori Ghezzi, raffinata cantante, protagonista in primo piano di una stagione irripetibile della musica leggera italiana, e ora prima promotrice dell’opera, della figura e della memoria di Fabrizio De Andrè: l’uomo, l’artista, il cantautore sopraffino e ispirato che ha insegnato all’Italia a commuoversi. A respirare a pieni polmoni il profumo nobile e delicato della cultura nei testi delle canzoni, sublimandoli in poesie senza tempo.

Lo chansonnier intimista e raccolto dall’animo attento ai fenomeni del cambiamento in atto, dal cui magico incontro con i suoni immaginifici ed energici della gloriosa PFM sono nate perle scolpite come pietre miliari nella tradizione canora nazionale.  Un patrimonio prezioso, unico e ampio di musica e parole che, dal 1999 a oggi, anno in cui Fabrizio De André è asceso nel Cielo dei Grandi, viene valorizzato costantemente e sapientemente diffuso proprio grazie all’operosità generosa e costante, alla sensibilità e all’intelligenza di Dori Ghezzi.

Un’artista, Dori, capace di fare la differenza, tanto sul palco che dietro le quinte, che con equilibrio e gusto innati ha fatto sì che a parlare per Fabrizio De Andrè fosse, nel tempo, soltanto la forza delle sue emozioni, l’intensità del suo pensiero, la potenza contagiosa e insieme struggente della sua sterminata produzione artistica.  Una donna che colpisce e stupisce per la concretezza del suo agire e l’umiltà che la contraddistinguono: in nome solo del desiderio sincero e incessante, alimentato dal fuoco sacro dell’amore che li ha uniti e tuttora li unisce, di mantenere ardente la fiamma viva del ricordo del Maestro genovese.

 

Dori Ghezzi, ‘Una donna che non ama apparire, ma preferisce fare’, come è stata definita. E, aggiunge chi scrive, sa fare bene, data la coerente delicatezza con cui porta avanti il verbo di De Andrè.

Se questa è l’impressione che do, ne sono felice. Si è compreso già dalle scelte che ho fatto durante la mia esistenza che non amo l’esibizione personale, ma preferisco dare il meglio di me dietro le quinte. Ho sempre amato invece il mio lavoro, del quale l’unico aspetto che non sentivo mio è proprio quello legato al momento dell’esibizione. Dopodiché, vivo in mezzo alla musica, e continuerò a farlo sempre.

Ha sempre preferito l’anonimato di una sala d’incisione al palcoscenico, è così?

Questa infatti è la conferma di quello che ho detto finora: lo studio di registrazione è sempre stata la mia dimensione migliore perché mi piace cantare, in quanto non potrei pensare di stare anche solo un giorno senza la musica. Amo vivere soprattutto il momento in cui si crea, la musica, e non quando la esibisci. Questo è il punto.

In una bella intervista rilasciata alla collega Cristina Lacava di ‘Io Donna’ in occasione del Suo settantesimo compleanno, Lei ha dichiarato tempo fa: «La mia felicità è anche quella degli altri. Non si può essere felici da soli. Accontentarsi di quello che si ha, capire quando si ha un privilegio».

È una frase che ho detto, e sono fermamente convinta di questo. Le faccio un esempio. Ho la fortuna di vivere spesso in Sardegna, ove faccio anche le vacanze, regione impreziosita da una natura meravigliosa e un mare stupendo e incontaminato come non si trova facilmente in altri posti. Ogni volta che mi ritrovo con gli amici a fare il bagno in quelle acque meravigliose, così, proprio per evidenziarne con rispetto e riconoscenza alla vita il privilegio, siamo soliti ripeterci: “Uffa, uffa! Anche oggi ci tocca fare questo bagno!”. Evitando, dunque, di compiere quel gesto distrattamente e ritualmente, ma proprio per sottolineare la grande fortuna che abbiamo in tal senso nel poterlo fare. Per la maggiore ci si accorge delle cose negative: mai, però, in egual misura, di quelle positive, perché le diamo per scontate. Ci scivolano addosso, non le afferri. Questo intendo dire.

 Veniamo ora a Fabrizio De Andrè, che ha definito «un punto fermo come Pasolini in un Paese come l’Italia».

È una cosa che ho captato a mia volta. Un pensiero oggettivo che prima di me qualcun altro ha avuto ed esternato. E che, quindi, in qualche modo ho condiviso: ma non l’ho certo deciso io. È un dato di fatto.

 L’hanno decretato gli italiani: si tratta infatti in ambedue i casi di figure di spicco della nostra cultura collettiva nazionale.

Sono entrambi due effettivi punti di riferimento, questo è innegabile.

 Tra i tanti artisti che hanno omaggiato la statura di De Andrè, vi è anche il grande Pino Mango: il quale nel 2008, nel suo primo album di cover, ‘Acchiappanuvole’ (titolo mutuato da un verso di Luigi Tenco) ha reinterpretato ‘La canzone dell’amore perduto’, capolavoro del 1966, poi successivamente inserito nel disco ‘Canzoni’ del 1974.

Nel 2014, invece, nel suo ultimo cd ‘L’amore è invisibile’ ha dato anche una bellissima rilettura di ‘Amore che vieni amore che vai’.

 

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