domenica, novembre 19

Dopo Mosul è la volta di Raqqa

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Militari americani sono entrati nel cuore della città siriana di Raqqa, l’ultima roccaforte dello Stato Islamico (Is) in Siria. Lo ha detto ieri un portavoce dell’Esercito Usa, precisando che si tratta per lo più di soldati appartenenti alle forze speciali, impegnati in una missione diconsulenza e accompagnamento dei combattenti delle Forze Democratiche Siriane (Fds), ha spiegato il colonnello Ryan Dillon, sottolineando che non combattono direttamente, ma coordinano in particolare le forze aeree.

Le unità militari, ha detto Dillon, «consigliano, assistono e accompagnano» i combattenti delle Forze democratiche siriane nella loro avanzata.

Raqqa è una grande città bagnata dal fiume Eufrate: qui le forze di Daesh si erano attestate nel 2014, erigendo dei centri di Comando all’interno dell’abitato e costituendo nelle sue periferie i campi di addestramento per i combattenti del Califfo, e fin dalla primavera 2016 era chiaro che qui l’ISIS intendeva organizzare l’ultima, disperata difesa del Califfato siriano. La città ha avuto una duplice veste nella strategia jihadista: considerata al contempo capitale e posto di Comando del Califfato, all’interno del centro abitato si possono notare gli effetti dell’imposta legge islamica, la continua propaganda del Califfato, nonché nuclei di persone pesantemente armate che pattugliano le strade e si riuniscono all’interno di lussuosi edifici, rovinati ormai dai raid aerei.

Le operazioni per la conquista di Raqqa erano iniziate nello scorso novembre e le milizie curde erano riuscite a penetrare per la prima volta all’interno della Città Vecchia il 6 giugno scorso.
Dopo la liberazione di Mosul, dunque, è la volta di Raqqa, l’inizio della fine della capitale siriana dello Stato Islamico. Come ampiamente previsto, l’azione coordinata contro Mosul e Raqqa ha inferto al Califfato un colpo talmente violento da destabilizzarne irrimediabilmente la struttura, ponendo, così, fine al sedicente Stato Islamico e disperdendone le forze.
Forze che da Raqqa, secondo gli analisti, ripiegheranno e stazioneranno nella catena montuosa settentrionale di Palmyrene, a est di Raqqa, nel deserto, creando una base entro la quale far riparare i suoi comandanti di prima e seconda linea, l’elite politica e le ultime risorse militari. Nelle scorse settimane alcune fonti avevano riferito di uscite dei miliziani attraverso ‘corridoi sicuri’, il che vorrebbe dire in qualche modo concordati. Questa regione si estende ai villaggi della campagna orientale di Salmiya, alla fine della catena montuosa di Bala’as ad ovest, ed è collegata a sud fino alla catena montuosa del Palmyrene che raggiunge le montagne al-Qalamoun. Questa regione è un punto centrale tra tre Paesi, Giordania, Iraq e Siria, attraverso il quale l’ISIS può raggiungere la maggior parte delle regioni siriane. Da questa catena montuosa, l’ISIS può accedere facilmente alla campagna di Homs e Hama, che comprendono  villaggi anche cristiani, alla campagna della Salamiyah e della Idlib,  può entrare nella campagna di Damasco. L’ISIS può anche attaccare pozzi di petrolio e gas, come il campo al-Sha’ir a Palmira e nella campagna orientale di Homs. Il fatto che si tratti di una regione montuosa, desertica, può creare un riparo che per l’ISIS potrebbe essere perfetto e di lunga durata, metterlo in grado di non dover sostenere attacchi tradizionali bensì una guerriglia, che per l’ISIS è certamente la condizione migliore, rendendo molto difficile il ripristino della stabilità da parte delle forze del Paese.
Oltre a ritirarsi in questa regione, è necessario considerare la potenziale infiltrazione di soggetti ISIS, in particolare dei suoi comandanti, non solo in altre regioni in Siria ma all’estero, per stabilire nuove cellule, come avviene in altri contesti.

La presa di Raqqa non costituirà la fine di una guerra, ma solo la sua trasformazione. Una volta sconfitto lo Stato Islamico, toccherà alla coalizione il compito di rendere realmente preparati gli eserciti locali ai compiti di contro-insorgenza, al fine di evitare una riorganizzazione delle cellule jihadiste. È in questo contesto che si inserisce il possibile contributo italiano ipotizzato dal Ministro della Difesa Roberta Pinotti. L’Italia non è mai stata coinvolta finora nelle operazioni in Siria. «Se richiesto, aiuteremo la stabilizzazione di Mosul, addestrando le Forze di Polizia Locali», ha dichiarato il Ministro, riferendo dell’incontro a Washington con il collega americano James Mattis.   «Si è accennato anche alla possibilità di dare un contributo all’addestramento a Raqqa, se naturalmente cambieranno le condizioni politiche». In Siria, prosegue il Ministro,  «il mandato Onu di sconfiggere il terrorismo esiste, ma la situazione politica è confusa, non tutti considerano il Governo legittimo, e l’autorità locale non è riconosciuta. Questi paletti noi li manterremo. Per allargare la nostra azione bisognerà vedere se si chiarisce la questione politica in Siria, quali truppe addestrare, e su che base. Nell’ambito di una possibile chiarificazione delle condizioni, le forze in campo, e il percorso politico, potremmo valutare un contributo».

Altro problema è sul terreno stesso di Raqqa e sul controllo dopo la liberazione. Le unità di protezione del popolo kurdo (YPG) rimangono la forza dominante nella SDF, anche se alcuni combattenti arabi vi hanno aderito -tra cui cristiani arabi, minoranze e tribù beduini- l’SDF continua a mancare di sostegno arabo, in particolare da parte delle tribù della regione. Questo determinerà una pesante conflittualità nell’area per la gestione del post-liberazione.

A ciò si aggiunga che vi è stato un esodo interno della popolazione molto pesante e un numero di vittime civili decisamente elevato. L’elevato numero di vittime civili che ha caratterizzato la campagna di liberazione delle due capitali dello Stato Islamico è stato denunciato prima da Amnesty International (che ha puntato l’attenzione in particolare su Mosul), poi da altre organizzazioni tra le quali l’Ong Airwars. Fino a 744 civili sono stati uccisi a giugno in Siria e in Iraq nel corso dell’offensiva della coalizione internazionale guidata dagli Usa contro l’Isis, sostiene Airwars. Questo collettivo di giornalisti basato a Londra afferma che le operazioni militari contro la città di Raqqa, in Siria, e Mosul in Iraq, sono state ‘devastanti’. Le cifre fornite da Airwars sono ben più elevate di quelle avanzate dalla coalizione che ha ammesso a inizio luglio la morte di 603 civili ‘uccisi involontariamente dai raid della coalizione’ dall’inizio delle sue operazioni militari a fine 2014.
Il direttore di Airwars, Chris Woods, assicura che l’intensificazione dei raid a Mosul e Raqqa è responsabile in parte di questa situazione ma assicura anche che l’obiettivo manifestato dal Pentagono di ‘annientare’ i jihadisti fa correre un rischio più elevato ai civili. «Anche se era prevedibile che ci sarebbero state ingenti perdite civili durante gli assalti contro Raqqa e Mosul, non può essere la sola spiegazione dell’altissimo numero di vittime di cui noi, e altri osservatori, Ong e agenzie internazionali, siamo a conoscenza», spiega Woods. Secondo le stime di Airwars, fra 529 e 744 non combattenti sono stati uccisi almeno a giugno, metà di più del mese precedente. Amnesty denuncia anche armi esplosive imprecise impiegate dalle forze irachene e dalla coalizione a guida Usa, queste avrebbero ucciso migliaia di civili e in alcuni casi può essersi trattato di crimini di guerra.

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