mercoledì, luglio 18

Dopo lo sfascio italiano, una prospettiva ‘glocal’ L’Italia di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini è un’Italia ormai al capolinea È possibile che il Paese divenga presto il laboratorio di una realtà politico-sociale del tutto nuova

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Dal voto del 4 marzo ci giungono molti segnali: tutti meritevoli di attenzione.

Innanzi tutto, è evidente come si sia compiuta la dissoluzione di ogni rapporto tra teoria politica e organizzazione elettorale, tra ideologia e rappresentanza. Se la Prima Repubblica si basava su formazioni che incarnavano prospettive filosofico-politiche ben chiare (dal comunismo alla socialdemocrazia, dal liberalismo al popolarismo cattolico, ecc.) e se la Seconda Repubblica aveva inteso il conflitto tra berlusconiani e anti-berlusconiani come una riedizione dell’opposizione tra destra e sinistra, la fotografia che ci restituisce l’ultimo appello elettorale è quella di un’Italia in cui ogni identità si è dissolta. Si vota per avere più sicurezza o ricevere nuovi sussidi, ma al di fuori di ogni quadro coerente.

Ovviamente, chi interpreta in maniera più precisa quella che già mezzo secolo fa Daniel Bell chiamava la ‘fine delle ideologie’ è il movimento creato da Beppe Grillo, dato che se in origine vi erano elementi tipici di una certa sinistra post-comunista (a partire dalla forte enfasi sull’ecologismo, sulla partecipazione diretta e sulla decrescita), oggi tutto è tattica e solo tattica. Basti vedere come adesso il Movimento Cinque Stelle si muove in tema di immigrazione, assumendo una posizione non troppo lontana da quella della Lega.

Lo stesso Matteo Salvini, comunque, ci dice che ogni riferimento ideale è solo strumentale, se si considera che egli è riuscito a raggiungere il 17% dei voti con un partito nato secessionista e anti-italiano che ha saputo trasformare in nazionalista e lepenista.

Le ideologie si sono liquefatte e la manifestazione più evidente si ha nella disfatta della sinistra. Negli anni Settanta l’Italia aveva il partito comunista più forte di tutto l’Occidente (ben sopra il 30%). È allora chiaro come l’ultimo voto attesti che il crollo del muro di Berlino ha avuto -negli anni- l’effetto di spazzare via categorie, miti, identità, rituali, comunità, illusioni. L’Italiaparrocchialee sindacale di Luciano Lama ed Enrico Berlinguer è ormai definitivamente morta, insieme a quella di Aldo Moro, Giorgio Almirante, Ugo La Malfa ecc.

Bisogna però chiedersi se questo venir meno delle culture politiche non abbia conseguenze anche sulla tenuta istituzionale e se, in termini ancor più radicali, lo Stato stesso non sia ormai vicino a un collasso da cui potrebbe non più riprendersi.

Di una crisi delle istituzioni si parla da tanto, tantissimo tempo. Più di un secolo fa richiamò l’attenzione sul tema Santi Romano, rilevando come il legame di fedeltà tra l’individuo e la Patria fosse stato ormai sostituto da quello tra l’individuo e il partito, tra l’individuo e l’organizzazione sindacale. Nel dopoguerra, però, il vecchio Stato liberale già sostituito dallo Stato-partito inventato da Benito Mussolini si è convertito in unoStato dei partiti’, basato su una doppia fedeltà.

Comunisti e democristiani avevano la loro ‘chiesa’ separata, ma poi si riconoscevano nella comune adesione a quel risibile compromesso costituzionale realizzato nel 1947 e figlio del discorso di Salerno. Retrospettivamente possiamo riconoscere diversi livelli di statalismo in De Gasperi e Nenni, in Einaudi e Togliatti, ma tutti costoro guardavano alle istituzioni statali come alla condizione essenziale per la vita associata. Nella loro cultura, lo Stato era una necessità ineludibile: una fede indiscussa.

Ma oggi i partiti non ci sono più e lo Statosenza partitiha ormai perso ogni aura e sacralità.

Da vari punti di vista, la politica segue la società e ne attesta la trasformazione profonda. Si pensi, ad esempio, come è netta la crisi della famiglia e della tradizione cattolica, che in larga misura è stata accelerata proprio dall’azione del potere statale (quando il welfare ha preso il posto di relazioni e responsabilità in precedenza gestiti dalle comunità familiari, professionali e locali). Tutto ciò, però, ha solo anticipato la fine della metafisica pubblica della Patria. Se le ragioni della nostra esistenza sono tanto diverse dalle ragioni che sorreggevano quanti ci hanno preceduto, è normale che anche l’ordine istituzionale debba essere differente.

Oggi suonano lontanissimi non soltanto i richiami al Risorgimento, ma anche quelli alla Resistenza. In questo senso non è un caso che la sinistra abbia compiuto un grave errore strategico, in campagna elettorale, esasperando oltre ogni ragionevolezza un nuovo ‘pericolo fascista’ che in realtà esisteva principalmente nel suo immaginario.

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