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Donald Trump: il bilancio di un mese di presidenza

Un’amministrazione ancora in cerca della sua vera identità

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L’amministrazione Trump si avvia a festeggiare il suo primo mese di vita e il bilancio appare, sinora, quanto meno problematico. Nel corso della sua prima settimana di vita, una rapida sequenza di ordini esecutivi (executive order) è andata a intervenire su varie questioni sensibili; fra queste: lo sblocco dei lavori per i contestati oleodotti ‘Dakota Access’ e ‘Keystone XL’; il ritiro gli USA dal trattato commerciale transpacifico (TPP – Trans-Pacific Partnership); il blocco delle assunzioni dell’amministrazione federale in tutti i settori diversi da quello della Difesa; la reintroduzione della ‘Mexico City Policy’ togliendo i finanziamenti federali alle ONG internazionali che pratichino o forniscano informazioni sull’interruzione di gravidanza all’estero; l’impegno ad assumere 10.000 nuovi funzionari del servizio immigrazione e a realizzare ‘un muro fisico, contiguo, o altra simile barriera fisica, sicura, contigua e insuperabile’ lungo il confine col Messico e richiedendo agli organismi federali competenti di ‘rinunciare, deferire, esentare da o concedere proroghe’ rispetto a qualsiasi punto dell’Affordable Care Act imponga oneri finanziari agli Stati, agli individui o ai fornitori di servizi sanitari.

Trump ha inoltre introdotto un criticato bando sull’ingresso negli USA di tutti i rifugiati e dei cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana (Iran, Iraq, Libia, Somalia, Siria, Sudan e Yemen), rispettivamente per quattro e per tre mesi (nel caso dei rifugiati provenienti dalla Siria il bando è a tempo indeterminato) e si espresso in favore del ripristino della pratica della extraordinary rendition e del ricorso alla tortura come metodo di interrogatorio nel quadro delle attività di contrasto della minaccia terroristica. Nella maggior parte dei casi, si è trattato della messa in pratica di quanto, da candidato, Trump aveva promesso di fare se fosse arrivato alla Casa Bianca; per i suoi avversari, è stata la dimostrazione di come i timori espressi in campagna elettorale fossero fondati. In generale, questi provvedimenti hanno quindi alimentato la contestazioni che hanno accompagnato il Presidente dal giorno della sue elezione e, con maggior forza, dopo il suo insediamento, il 20 gennaio. Il fatto che diversi membri della sua amministrazione si siano già dimessi dall’incarico (come il Consigliere per la sicurezza nazionale Flynn) o (come il Segretario al lavoro Andy Puzder) abbiano rinunciato alla nomina per evitare il probabile veto del Congresso sono altri segnali di quella che è presentata la debolezza di un’amministrazione priva di un effettivo programma politico.

Nonostante ciò, l’impressione rimane soprattutto quella di un’amministrazione ancora in cerca della sua vera identità. Soprattutto in tema di politica estera, il mese trascorso ha riservato più di una sorpresa. Il faccia a faccia con il Primo Ministro britannico Theresa May (il primo con un capo di governo estero) ha messo in luce come l’‘asse populista’ fra ‘The Donald’ e la persona che dovrebbe dare concretezza alla ‘hard Brexit’ non sia poi solido come gli osservatori avevano ipotizzato. Allo stesso modo, l’incontro con il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe è stata, per Trump, l’occasione per riaffermare l’impegno statunitense verso gli alleati dell’Asia-Pacifico, impegno sottolineato pochi giorni prima del Segretario alla difesa Mattis durante la sua visita nella regione. Anche le relazioni con la Cina – che avevano sperimentato qualche tensione dopo la telefonata dello scorso dicembre fra Trump e il Presidente taiwanese Tsai Ing-wenpaiono tornate su binari più consueti, anche a seguito della telefonata fra il Presidente e il suo omologo cinese Xi Jinping, nel corso della quale Trump ha affermato a sua volontà di onorare la ‘One-China policy’ su cui si reggono i rapporti fra Washington e Pechino dell’epoca del c.d. ‘Comunicato di Shanghai’ (28 febbraio 1972).

Ovviamente, non mancano le spigolosità. Proprio Mattis, nell’incontro con i vertici e i partner dell’Alleanza Atlantica, ha riproposto in termini chiaramente ultimativi il punto del rispetto degli impegni da questi assunti nei vertici di Newport (2014) e di Varsavia (2016) di riservare una quota stabilita del loro PIL alle spese per la difesa, legando al rispetto di tali impegni il perdurare del coinvolgimento statunitense nella sicurezza del Vecchio continente. Tuttavia (per quanto paradossale ciò possa sembrare) anche questo è un segnale di ‘normalità’. Il tema del ‘burden sharing’ rappresenta una costante delle relazione fra Stati Uniti ed Europa. Anche Barack Obama, alla sua prima comparsa sulla scena europea, durate il vertice NATO di Strasburgo-Kehl, avrebbe richiamato i partner europei a una maggiore collaborazione nel teatro afgano, con l’abbandono dei ‘caveat’ nazionali, ‘per utilizzare in modo più efficiente’ le risorse a disposizione dell’Alleanza. Da questo punto di vista, ciò che caratterizza la nuova amministrazione appare, quindi, un cambio di stile più che di contenuti. Un fatto questo che sembra sottolineare come – al di là della scorza differente – l’amministrazione Truman rischi di essere più simile a quelle che l’hanno preceduta di quanto non si sia in genere sostenuto, almeno per quello che riguarda i fondamenti della sua azione internazionale.

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