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Il divide et impera di Trump

Come gli Usa contano di rompere l'alleanza tra Russia, Cina ed Iran
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Molti osservatori assistono alle recenti manovre politiche e militari Usa con un atteggiamento di stupore misto a curiosità. In campagna elettorale, Donald Trump aveva infatti dichiarato ripetutamente che una delle sue priorità sarebbe stata quella di debellare l’Isis lavorando in stretta collaborazione con la Russia e due dei più strenui nemici del movimento islamista, vale a dire il presidente siriano Bashar al-Assad e il generale egiziano Abd-el Fattah al-Sisi. A fianco di ciò, il magnate non perdeva occasione, durante i suoi comizi, per prendere di mira la Cina accusando Pechino di deprimere artificialmente il corso dello yuan con l’obiettivo di favorire l’invasione dei mercato mondiali da parte delle merci cinesi e di condurre una politica eccessivamente aggressiva nel Mar Cinese Meridionale.

I continui ammiccamenti a Vladimir Putin e il continuo porre l’accento sull’esigenza di restaurare un rapporto costruttivo con la Russia hanno costato al tycoon newyorkese l’avversione durissima da parte del complesso militar-industriale, dei grandi organi di informazione, di Wall Street e degli altri centri di potere di cui si compone lo ‘Stato profondo’ Usa. Sul piano pratico, tale avversione si è manifestata sotto forma di sabotaggio di alcuni punti nodali del programma politico di Trump e della sua stessa amministrazione, come testimoniato dalla bocciatura della riforma sanitaria, dal reiterato tentativo dei grandi media di ingigantire il cosiddetto ‘Russiagate’ e dall’ostracismo nei confronti di due personaggi chiave di cui il presidente aveva deciso di circondarsi, vale a dire il generale Michael T. Flynn e Steven Bannon, l’eccentrico spin doctor che ha contribuito in maniera cruciale a spalancare a Trump le porte della Casa Bianca. Dopo aver allontanato questi ultimi due suoi stretti collaboratori dalla propria amministrazione, il magnate ha varato un repentino cambio di registro ordinando a due cacciatorpediniere che stazionavano al largo delle acque territoriali siriane di prendere di mira la base militare da cui si sosteneva fosse partito il presunto attacco chimico su Idlib. Una mossa inaspettata, che non poteva che preannunciare un sostanziale mutamento di approccio dell’amministrazione rispetto alla crisi siriana, che ha visto il segretario di Stato Rex Tillerson – lo stesso che alla fine di marzo aveva dichiarato che «il rovesciamento di Assad non è una priorità degli Stati Uniti» – reclamare pubblicamente la rimozione di Assad e riconoscere un notevole peggioramento dei rapporti con Mosca.

È interessante notare, a questo proposito, che mentre la salva di missili Tomahawk pioveva sulla Siria, Trump dialogava con il presidente cinese Xi Jinping, il quale si era recato negli Stai Uniti nel quadro della primo incontro con la nuova amministrazione. Sia la leadership di Pechino che quella di Teheran, da anni risolutamente schierate al fianco di Assad, non hanno potuto fare a meno di interpretare l’attacco statunitense come un avvertimento tramite il quale Washington intendeva ribadire che non c’è problema o crisi che si possa risolvere in assenza di un accordo con gli Stati Uniti che tenga in piena considerazione i loro interessi. L’antifona è divenuta del tutto inequivocabile nel momento in cui gli Usa hanno inviato navi da guerra in Asia orientale per inscenare una grandiosa manifestazione di forza atta a ridimensionare e spingere nell’angolo la Corea del Nord, che da decenni gravita attorno all’orbita di Pechino. Il leader nordcoreano Kim Jong-un, per nulla impressionato dalle manovre Usa, ha reagito facendo sfilare per le strade di Pyongyang i fiori all’occhiello del proprio arsenale nucleare, tra i quali spicca una tipologia di missile balistico intercontinentale (Icbm) di cui è possibile che gli Usa ignorassero l’esistenza.

A livello pubblico, Pechino ha fatto sapere che la tensione ha raggiunto livelli molto pericolosi, ma i dirigenti cinesi avranno senza dubbio avviato un fitto lavoro diplomatico sotto traccia rivolto a disinnescare la pericolosa crisi venutasi a creare lungo i loro confini nazionali. E non è forse un caso che, in tale contesto, Trump abbia inscenato un ulteriore colpo di teatro annunciando l’intenzione di non includere la Cina nella ‘lista nera’ dei Paesi manipolatori di valuta. Si tratta di un ulteriore, radicale cambio di registro rispetto ciò che era stato annunciato in campagna elettorale, tipico di un modus operandi che sembra consistere nell’alternare concessioni selettive ad atteggiamenti aggressivi con lo scopo di dividere il fronte nemico – alcuni analisti ritengono tuttavia che, agendo in questo modo, gli Usa finiranno per ottenere l’effetto opposto.

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