lunedì, aprile 23

Disuguaglianze: è sempre colpa del neoliberismo? Dopo la crisi del 2008, il neoliberismo viene ritenuto il responsabile delle principali problematiche sociali. Ne parliamo con Gianluigi Vernasca, professore di Economia alla University of Essex, e Nicolò Fraccaroli, autore del libro 'Austerity vs Stimulus' e fondatore di REThinking Economics Italia

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«Quando le barriere vennero giù, sorsero le finestre» , scrive Thomas L.Friedman ne ‘ll mondo è piatto‘, riferendosi al 1989; anno della caduta del muro di Berlino. Le barriere come quel muro, e le finestre come quelle ‘finestre’ di Windows capaci di connettere milioni di persone. Il concetto di ‘neoliberismo’ può essere riassunto in questa frase, ma con un accorgimento: al posto delle barriere, le regolamentazioni commerciali, e il mercato al posto delle finestre. Per molti anni, un sistema dove commercio e capitali avevano la massima libertà di circolazione, ha rappresentato vantaggi e sicurezze. Oggi, al ‘neoliberismo’ vengono addossate le principali responsabilità in merito a questioni sociali, come la crisi e le disuguaglianze economiche. Perché?

Per alcuni critici ed economisti, l’idea alla base del neoliberismo che uno Stato abbia poco potere d’intervento nell’economia di mercato, ha portato al progressivo allontanamento della società dalle istituzioni, al taglio della spesa pubblica, alla conseguente riduzione delle tutele dei cittadini ed una estrema idea d’individualismo e competizione. Inoltre, oggi ci ritroveremmo a vivere nella versione più intransigente del neoliberismo, dove le multinazionali sovrastano gli spazi delle piccole-medie imprese e dove in nome del libero mercato vengono fatti valere meno i diritti sociali e l’attenzione verso i ceti dei lavoratori.

Se da una parte è innegabile che il processo di globalizzazione abbia avuto i suoi difetti, e con questi un’eccessiva applicazione della deregolamentazione dei mercati con ciò che ne deriva, è d’altra parte difficile non riconoscerne gli effetti positivi a lungo termine. Tuttavia, dopo la crisi globale di dieci anni fa, i meriti sono venuti meno e, soprattutto, è progressivamente venuta a mancare la fiducia verso un sistema macroeconomico che non è riuscito ad ostacolare i cambiamenti dovuti proprio alla crisi, facendone di essa l’artefice principale.

Secondo Gianluigi Vernasca, Professore di Economia all’University of Essex, “il capitalismo ha dei vantaggi ma anche dei costi, e quando entra in crisi il sistema e i problemi si fanno particolarmente rilevanti, questo fa sì che la società si chieda se esiste la possibilità che il sistema sia sbagliato e se queste problematiche siano interne al capitalismo e se quindi il sistema abbia un problema di base”.

La mancanza di fiducia verso il sistema economico è uno degli aspetti più diretti derivanti dalla crisi. A questo si aggiunge il sentimento che Zygmut Bauman, uno dei filosofi più importanti del secondo novecento e autore della ‘Modernità Liquida‘, chiama di ‘paura’, che si manifesta sopratutto nelle scelte socio/politiche e deriva «dalla scomposizione e la scomparsa dell’organizzazione economica, sociale, e anche politica» del sistema reggente. Questo sentimento sociale, incoraggiato dall’insicurezza della globalizzazione, viene alimentato dalla crescente diseguaglianza nel reddito mondiale, il quale però non è mai cresciuto come negli ultimi trent’anni.

L’ambiente politico, che sta andando verso degli estremismi che riguardano il protezionismo, come l’elezione di Trump o il voto sulla Brexit, è un esempio di alcuni aspetti derivanti dalla crisi che ha sicuramente esagerato questi sentimenti politici” dice Gianluigi Vernasca che aggiunge, “negli ultimi 40anni di globalizzazione si è registrata una forte ineguaglianza nel reddito mondiale. Da qui derivano le più importanti problematiche sociali, e più della crisi del 2008. La distribuzione non ha funzionato al meglio se guardiamo ai dati globali. Negli ultimi 30 anni il reddito mondiale è aumentato, questo rappresenta un fattore importante e sappiamo inoltre che la povertà globale è diminuita in modo massivo grazie all’aumento del commercio e alla liberalizzazione del capitale. Però come la distribuzione della torta non è andata come molti si aspettavano”.

La redistribuzione del reddito tuttavia, non è sempre attribuibile al sistema economico. La massimizzazione del benessere pubblico, punto fondamentale del concetto liberista, è anche “responsabilità dei governi” come precisato dal professore. “Quando c’è diseguaglianza nel settore pubblico, uno degli obiettivi dovrebbe essere una distribuzione equa delle ricchezze e i governi hanno la disponibilità  di regolamentare le risorse e di distribuire la ricchezza equamente. Nei Paesi Nordici ad esempio, che hanno una diseguaglianza molto inferiore rispetto ad altre parti d’Europa, hanno utilizzato tutti meccanismi del mercato ma con interventismo maggiore dello Stato centrale per la redistribuzione delle risorse”.

Il problema del neoliberismo è che non esiste una regola valida per tutti” continua Vernasca. Quello che dovrebbe essere il sistema è un adattamento”. A seconda dei Paesi e dei propri sistemi economici quindi, ogni Stato dovrebbe attuare politiche in base al proprio sistema nazionale utilizzando anche quelli che sono gli strumenti del mercato. “La flessibilità in questi casi è un pregio all’interno dell’utilizzo delle politiche economiche. Ci sono dei mercati che vanno regolamentati, come quello bancario, e altri che vanno deregolamentati. Il sistema migliore dovrebbe essere un insieme di ciò che funziona bene nel capitalismo con un certo interventismo statale”

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