martedì, agosto 21

Dialogo Trump-Kim: un esito inevitabile? Con Francesca Frassineti (ISPI) analizziamo la nuova fase di apparente disgelo tra Nord-Corea e USA

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Le notizie dell’apertura della Corea del Nord ad un incontro tra il proprio Presidente, Kim Jong-Un, e quello statunitense, Donald Trump, ed il successivo parere possibilista da parte dell’Amministrazione degli Stati Uniti, hanno già fatto il giro del mondo. Dopo un 2017 trascorso all’insegna della tensione, della reciproca provocazione e di un confronto che ha portato alcuni a temere per il prossimo scoppio di una guerra nucleare, l’apertura di Pyongyang, comunicata da fonti del Governo sud-coreano, è arrivata come un fulmine a ciel sereno, anche per stessa ammissione dell’Amministrazione USA.

I primi segni di disgelo erano arrivati con la cosiddetta ‘diplomazia olimpionica’: in occasione delle Olimpiadi Invernali di Pyongchang, i Governi di Pyongyang e Seul erano riusciti a raggiungere un accordo per far sfilare i propri atleti sotto un’unica bandiera. Da più parti, questo risultato è stato visto come un grande successo del nuovo Presidente della Corea del Sud, Moon Jae-In, ma, da parte statunitense, l’atteggiamento per il riavvicinamento tra le Coree era stato freddo. In seguito, alla notizia dell’apertura di Kim ad un incontro con Trump, la reazione di Washington era stata sotto molti aspetti sorprendente: anziché cogliere la palla al balzo per uscire dalla pericolosa crisi politica, l’Amministrazione Trump aveva affermato di non essere disposta a sedersi di nuovo al tavolo del negoziato se non fossero prima stati fatti passi in direzione di una denuclearizzazione della Corea del Nord, cosa che ovviamente chiudeva ad ogni ipotesi di trattativa. Inoltre, nei giorni immediatamente seguenti, gli USA hanno approvato nuove sanzioni unilaterali in relazione all’assassinio di Kim Jong-Nam (il fratellastro del Presidente nord-coreano, ucciso con gas nervino all’aeroporto di Kuala Lumpur) che, secondo Washington, sarebbe stata ordinata da Pyongyang e proverebbe il possesso di armi chimiche da parte dei nord-coreani.

L’apertura di oggi da parte degli USA, quindi, ha colto tutti di sorpresa e potrebbe aprire a nuovi scenari, imprevedibili fino a poche ore fa.

Le questioni aperte restano comunque molte.

In primo luogo, le aperture nord-coreane arrivano pochi mesi dopo l’elezione del Presidente sud-coreano Moon, progressista e, a differenza dei suoi predecessori conservatori, fautore di una riapertura del dialogo con Pyongyang: se le manovre di Moon dovessero fallire e, soprattutto, se Moon non potesse indurre l’alleato statunitense ad ammorbidire la propria posizione sulla denuclearizzazione, quale potrebbe essere la reazione della Corea del Nord?

D’altra parte, nonostante il nuovo approccio più indipendente da Washington proposto da Moon, quanto potrà spingersi in là la Corea del Sud nella sua strategia di distensione?

L’atteggiamento degli USA, inoltre, resta piuttosto ambiguo e ondivago: è possibile che Trump, dopo i mesi passati a rispondere con minacce alle minacce, abbandoni d’un sol colpo l’opzione dura?

Per finire, c’è la posizione della Cina che, seppur infastidita dall’atteggiamento provocatorio di Kim, tanto da approvare le sanzioni proposte dal Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, non può abbandonare lo storico alleato per paura di un’espansione dell’influenza statunitense così vicino ai propri confini.

Per tentare di fare chiarezza su questi punti, abbiamo sentito Francesca Frassineti, analista dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ed esperta delle dinamiche della politica asiatica.

A cosa si deve la nuova apertura di Pyongyang? Si tratta di una mossa reale o Kim sta solo prendendo tempo?

Questa apertura da parte del leader nord-coreano risale al discorso di inizio anno, in cui aveva aperto alla possibilità della partecipazione di una delegazione del proprio Paese alle Olimpiadi. Gli studiosi hanno proposto varie interpretazioni circa le reali motivazioni che spingerebbero Kim Jong-Un a rilanciare il dialogo, innanzi tutto con il Sud dal momento che, durante le precedenti amministrazioni conservatrici di Seul, questo dialogo era stato interrotto. È plausibile ritenere che il leader nord-coreano sia consapevole che i vari round di sanzioni, che dal 2006 sono stati imposti, a livello multilaterale, dal Consiglio di Sicurezza ONU e, a livello unilaterale, da parte di Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Unione Europea (e soprattutto dopo i round del 2017), strangolando l’economia nord-coreana. Allo stesso tempo, bisogna essere molto cauti sul ruolo che si riconosce alle sanzioni: sicuramente queste stanno limitando le opportunità da parte del regime di incamerare valuta straniera (la Cina rimane, quindi, la principale fonte di commercio con l’estero); allo stesso tempo, però, le sanzioni si mostrano sempre inefficaci nel convincere il regime a denuclearizzare o a ripensare il suo percorso di avanzamento missilistico.

A mio parere, la lettura più plausibile sarebbe quella secondo cui Kim Jong-Un sarebbe consapevole di essere in una posizione di estrema forza e di avere un maggiore potere negoziale rispetto a suo padre proprio in virtù degli avanzamenti missilistici e nucleari degli ultimi anni che hanno portato il regime sempre più vicino al suo obiettivo ultimo: essere in grado di colpire con un missile balistico intercontinentale il territorio statunitense (ai tempi di Kim Jong-Il, la Corea del Nord non aveva missili di questo tipo) e, quindi, potersi sedere al tavolo delle trattative pretendendo dagli Stati Uniti il riconoscimento di uno status paritario di potenza nucleare.

Ovviamente, in questi giorni è necessaria estrema cautela perché tutte le informazioni che ci sono arrivate circa il meeting tra le due delegazioni coreane, e anche la notizia di oggi circa un eventuale incontro tra Kim Jong-Un e Trump, vengono dall’Amministrazione sud-coreana: i nord-coreani, formalmente, non hanno confermato ancora nulla se non di aver trovato un accordo soddisfacente con la delegazione sud-coreana. Non bisogna quindi aspettarsi troppo, anche se il summit che dovrebbe avere luogo ad aprile con il Governo sud-coreano, e poi l’eventuale incontro con Trump, sono tutti elementi molto promettenti e potranno quanto meno ridurre le tensioni nella regione dopo un 2017 estremamente acceso e caratterizzato da bellicosità tra le parti.

Quanto ha influito la cosiddetta ‘diplomazia olimpica’ nella nuova apertura nord-coreana?

Sicuramente ha influito per quanto riguarda il rilancio del dialogo tra le due Coree. In quella sede, in realtà, l’Amministrazione Trump, e in particolare il Vice-Presidente Pence, non ha certo favorito o sostenuto una riduzione delle tensioni: ricordiamo, ad esempio, che Pence non ha omaggiato alzandosi in piedi l’entrata delle delegazioni coreane unite e, in seguito, si è rifiutato di incontrare la delegazione del Nord, dicendo che questi avevano in precedenza sospeso all’ultimo momento un altro incontro pianificato; sicuramente, quindi, l’Amministrazione statunitense non ha brillato.

Dal mio punto di vista, oltre a Kim Jong-Un, che è il fautore di questa apertura e di queste iniziative diplomatiche, il vero protagonista è soprattutto il Presidente sud-coreano Moon, che sta dimostrando di essere un leader molto coraggioso: appartiene a quella tradizione politica sud-coreana più propensa a dialogare con il Nord, rispetto allo schieramento conservatore, e sicuramente si sta giocando un capitale di credibilità politica estremamente elevato perché, se questa stagione di nuove aperture dovesse portare ad un nulla di fatto, la sua carriera sarebbe terminata. In Corea del Sud, comunque, l’opposizione ad una ripresa dei negoziati con il Nord, nello schieramento conservatore, è palpabile.

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