venerdì, luglio 20

Dati minori: Youtube nel mirino L' intervista a Matteo Giacomo Jori, professore di Diritto digitale presso l’Università degli Studi di Bergamo

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Una delle parole dell’anno, di questo 2018, sarà sicuramente ‘Big Data’. Ma cosa sono, veramente, questi big data? Non è così facile spiegarlo, per il semplice fatto che anche gli stessi esperti ne danno tutti delle definizioni diverse, ma pare sia opinione generale che l’espressione si riferisca non tanto alla tipologia dei dati, quanto alla maniera di analizzarli e trattarli. In sostanza quindi, i big data sono tutte quelle tecnologie e metodologie che servono all’analisi dei dati massivi ed eterogenei, strutturati e non strutturati, per scoprire le correlazioni tra i vari fenomeni e soprattutto, prevederne di futuri. Per ‘dati’ si intende veramente di tutto: dai numeri di telefono, agli indirizzi di posta elettronica, ai documenti, alle informazioni personali, carte di credito, ricerche, e chiaramente si intendono anche foto, video e preferenze (espresse dai pollici del ‘mi piace’ su Facebook, ma non solo).

Si sta parlando di una quantità enorme e sempre in crescita di dati che non appartengono più alle singole persone, ma ai singoli ‘utenti’, che giornalmente e ogni istante si registrano o effettuano il login sulle piattaforme digitali più disparate, trasmettendo in questo modo, e spesso inconsapevolmente, tutte queste informazioni – di fatto le loro identità – a grandi società come per l’appunto Facebook, Google, Amazon e così via.

Informazioni che possono essere sfruttate e rielaborate in modi diversi, dal servirsene per semplici e se vogliamo anche interessanti statistiche, combinando insieme i dati dei vari utenti, o anche usandoli individualmente e quindi, per esempio, creando inserti pubblicitari ad hoc per il singolo utente. Ma dietro questi apparentemente innocui utilizzi che si possono fare dei big data, c’è tutto un mondo sommerso che da anni ci lavora sopra per raggiungere scopi molto più subdoli.

Ed ecco che arriviamo allo scandalo che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica, ovvero quello riguardante l’accesso che il social network più famoso al mondo ha concesso alle informazioni personali dei suoi utenti ad Aleksandr Kogan, ricercatore di una società che si occupa di analizzare i dati degli utenti e che durante la campagna elettorale americana era stata ingaggiata dall’allora candidato alla presidenza Donald Trump. Come è stato possibile? Grazie ad un’applicazione contenente un test di personalità sviluppata dallo stesso Kogan, che una volta scaricata sui dispositivi gli ha consentito di appropriarsi non solo dei dati della persona che direttamente ha installato quell’applicazione, ma anche dei dati di tutti i contatti collegati (cioè presenti sul telefono o altro dispositivo utilizzato) alla persona. Per connettersi all’applicazione, bastava eseguire l’accesso con il proprio profilo Facebook e il gioco era fatto. Ben 50 milioni di dati passati alla Strategic Communication Laboratories, la società che controlla la Cambridge Analytica, al fine di creare messaggi pubblicitari e soprattutto politicizzati, in modo da influenzare le preferenze politiche delle ‘vittime’ americane, in vista delle presidenziali. Si parla di vittime poiché tutto questo è avvenuto illegalmente, senza informare i soggetti interessati o comunque chiedere il consenso per ciò che si andava a fare.

Da ieri si parla invece di uno scandalo dati che potrebbe andare a colpire un altro colosso del web, ovvero Google e la piattaforma da questo controllata, YouTube. È partito infatti un esposto di ben 23 associazioni e organizzazioni per la tutela dei diritti digitali e di protezione dell’infanzia alla Federal Trade Commission degli Stati Uniti, contro YouTube e la raccolta che questo fa dei dati dei suoi utenti minorenni. La cosa da tener presente è che l’accesso alla piattaforma per la condivisione di video non è permesso ai minori di 13 anni, in teoria. Nella pratica invece, sono milioni i bambini che vi accedono perché sono altrettanti i contenuti rivolti proprio a loro, dai cartoni animati ai film di animazione, per esempio; tuttavia è stata creata una piattaforma gemella a YouTube e dedicata esclusivamente ai più piccoli, YouTube Kids, che priva di pubblicità dovrebbe essere quindi garante dei dati sensibili dei giovanissimi utenti. Allora, perché continuare a dire che YouTube è vietato ai minori di 13 anni ma allo stesso tempo rendere visibili sulla versione “per adulti” contenuti indirizzati ai minori? È quello che si chiedono associazioni come Campaign for a Commercial-Free Childhood, che dice di essersi rivolti ‘in gruppo alla FTC per segnalare le gravi violazioni che Google ha fatto della legge COPPA’ acronimo usato per indicare la ‘Children’s Online Privacy Protection Act’, la legge federale che tutela i diritti dell’infanzia nell’uso del web e che di fatto vieta l’uso dei dati sensibili dei minori senza previa autorizzazione da parte dei genitori o di chi ne fa le veci.

La questione, però, sembra un po’ più articolata e soprattutto, in questo caso non si potrebbe parlare di ‘furto dati’ come per il caso di Cambridge Analytica, quanto piuttosto della scarsa attenzione che una piattaforma come YouTube – utilizzata da milioni e milioni di utenti ogni giorno – riserva alla regolamentazione degli accessi, che possono essere non sempre facilmente controllabili.

Per avere un chiarimento della vicenda e dell’aspetto giuridico che ne è alla base, ovvero il diritto digitale, ci siamo rivolti a Matteo Giacomo Jori, professore di Diritto digitale presso l’Università degli Studi di Bergamo.

In che modo YouTube e Google hanno violato la “Children’s Online Privacy Protection”, la legge sui diritti dei minori vigente negli Stati Uniti?

Il tema è abbastanza complesso, nel senso che effettivamente la notizia che è stata battuta in questi giorni riguarda un caso specifico che avrà sicuramente dei riflessi anche nel nostro ordinamento giuridico nazionale e europeo, perché il regolamento generale sulla protezione dei dati che entrerà in vigore a fine maggio si occupa di tutelare casi simili, che riguardano quindi il trattamento dei dati personali di minori e delle modalità attraverso le quali debba essere raccolto il consenso in questa ipotesi. Il caso in esame, però, è proprio qualcosa che riguarda specificamente la normativa americana. Questo ‘Children’s Online Privacy Protection Act’ è una norma del 1998 e tutela le ipotesi di trattamento dei dati – con trattamento si intende l’accezione più ampia del termine, cioè qualunque operazione dalla raccolta all’elaborazione alla profilazione attraverso la raccolta di dati – relativi a bambini minori di 13 anni. La violazione riguarda principalmente tre situazioni: la prima si riferisce alle modalità attraverso le quali raccogliere il consenso al trattamento di questi dati, perché secondo la ‘COPPA’ non possono essere i minori di 13 anni a trattare il consenso ma i genitori o chi esercita la potestà su questi. Il dato essenziale di partenza è che YouTube ha una policy in base alla quale i minori di 13 anni non possono utilizzare il servizio, quindi loro giustificano la gestione di questi dati raccolti sui minori dicendo che hanno espressamente previsto che i minori non possano utilizzare il servizio. Il problema è che in base alla Children’s Online Privacy Protection Act ci sono delle modalità abbastanza precise attraverso le quali si valuta il comportamento della piattaforma. Innanzitutto, c’è una norma all’interno di questa stessa legge che prevede espressamente che non è sufficiente dire ‘questo sito non è destinato ai minori’ se poi invece all’interno di quella piattaforma esistono dei contenuti oppure come nel caso di specie, sezioni di contenuti specificamente destinati ai minori. Questo pezzo di legge impone quindi che venga fatta una verifica sostanziale su quelli che sono i contenuti della piattaforma: una verifica non soltanto formale, basata sul fatto che chi gestisce la piattaforma dice può dire che questa non è destinata ai minori.

Il secondo aspetto è quello che riguarda l’obbligo da parte del gestore della piattaforma di porre in essere verifiche anche dal punto di vista tecnologico, concrete, al fine di impedire che i minori di età utilizzino la piattaforma. Il dato di partenza è che la maggior parte dei minori utilizza YouTube tramite gli account dei genitori o del fratello maggiore; il problema è che le modalità attraverso le quali YouTube fa un check sull’età del soggetto che fa accesso alla piattaforma non sono compatibili con la sezione 312 del ‘COPPA’, che specifica in maniera piuttosto dettagliata in che modo devono essere fatte queste verifiche. Oggi sostanzialmente YouTube, all’atto di iscrizione, chiede un nome utente e una password, poche informazioni personali, dopodiché consente al soggetto che si registra di auto-dichiarare la propria identità, inserendo in un campo la data di nascita; in questo testo di legge americano sono previsti, invece, degli accorgimenti tecnici minimi in base ai quali si deve operare per verificare l’età, che possono essere per esempio anche uno scambio cartaceo di fax con allegato documento di identità, oppure quantomeno l’utilizzo di una carta di credito con la transazione da 0,01 centesimo, cosa che anche altre piattaforme adottano, in modo che si verifica che il soggetto registrante sia titolare di una carta di credito e che quindi abbia un’età sufficiente per potersi iscrivere. Oppure altre volte si fa con una chiamata ad un numero di cellulare, per verificare che dietro la registrazione ci sia un soggetto legittimato a potersi iscrivere.

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