sabato, dicembre 16

Dal Rosatellum ai migranti: il filo rosso della latitanza politica La politica che riconosce implicitamente la sua drammatica fragilitàche politica è quella che non ha al centro un leader ma un accordo tra partiti?

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Per cosa ha lavorato Renzi negli ultimi cinque anni se poi propone l’accordo con quella parte politica, la sinistra, dalla quale ha voluto separare il PD? È un Renzi dimezzato, uno che ha smarrito la sua immagine, costruita tra televisione e internet (ricordo quelle bizzarre riprese dell’ex Primo Ministro mentre sui social rispondeva a questo e a quell’altro, somigliando di più al portiere del palazzo che al Primo Ministro); quell’uomo che voleva di sé dare l’immagine di vincente, di uomo ‘ghe pensi mi‘, è finito per essere il normale segretario di partito. Un segretario dallo sguardo politico miope, perché il baratro sul quale ha condotto il suo partito è che ora non può neanche più contare sui voti dei moderati, quelli che stanno al centro e che lui andava a cercare anche un po’ più a destra del centro.

Quell’elettorato sta tornando alla sua casa naturale e, se proprio lì non vuole più tornare, va dall’M5S. Per cosa abbia lavorato Renzi in questi anni, proprio non si capisce: a conti fatti, ha resuscitato Berlusconi; anzi, Berlusconi è riuscito a fare il contro Nazareno dopo che Renzi lo aveva più o meno tradito frettolosamente, e lo ha fatto nel modo più semplice, ossia lasciando andare avanti Renzi, quasi intuendo che sarebbe andato a sbattere da solo. E così è stato.

Ma la sinistra perché ascolta gli inviti di Renzi, inviti che vengono da un uomo che tutti sanno essere attento solo ai suoi interessi, un uomo, come lui stesso si dipingeva in TV, ‘cattivo’ – ma può essere affidabile un uomo che di sé parla in quel modo? Sembra aver confuso il set di un Rambo qualsiasi con l’incarico di leader politico. La sinistra che si presenta alle elezioni preoccupa non perché litiga (e prima o poi questo tema dovrà pur essere affrontato senza mezze misure), ma perché tentenna ogni volta che deve affermare con forza le ragioni dell’essere di sinistra. Ci sono due / tre temi che andrebbero affermati con forza e costanza, ma appena uno dei tre temi si affaccia sulla bocca di uno dei leader di sinistra, qualche ora dopo non lo ricorda più nessuno. Neanche chi lo ha pronunciato.

Per tacere del ruolo che ogni leader della sinistra si dà: si va dal pontiere Pisapia (il re tentenna per eccellenza, un Penelope della politica, che disfa di notte quello che tesse di giorno, e non è che di giorno le sue trame siano forti, chiare, costruttive) al sornione D’Alema, per passare dai misteriosi Civati, Fassina e Fratoianni per finire con Bersani, che ormai non si fida del PD ma non vuole abbandonarlo definitivamente. Non sarebbe più salutare per tutta la sinistra entrare in una sana quarantena piuttosto che fare un accordo elettorale, che non è un accordo politico?

La differenza tra questi due piani sarà motivo di aumento dell’astensione, da una parte, e dall’altra di nuovi voti dati a quel movimento che si presenta come contrario a ogni accordo, ammucchiata, ecc.. Quanto al destino del PD, Renzi lo sta portando a una formazione alquanto ridimensionata ma utile a lui per rimanere in vita, un partitino che sarà sempre più ininfluente per le vere scelte politiche, ma pronto a partecipare ogni volta al Governo di turno. Un po’ come il partito di Alfano, partito senza identità se non quella che gli viene dallo stare al Governo.

Il centro destra non è che vanti una salute di ferro, soprattutto per le minacce che un giorno sì e l’altro pure manda Salvini. Che voglia essere lui il leader del centro destra è chiaro; che il centro destra lo voglia come leader è molto meno chiaro. Ma anche questo tema del leader diventa secondario, perché il Rosatellum ha svuotato di contenuto ogni possibile leader e messo davanti l’accordo elettorale, non quello politico. Cosa che deve far riflettere sui destini della politica: che politica è quella che non ha al centro un leader ma un accordo tra partiti?

Una politica che riconosce implicitamente la sua drammatica fragilità, che inizia proprio dal non riuscire ad avere un leader. Non basta, infatti, essere a capo di un partito per essere nello stesso tempo leader.

Col Rosatellum i partiti creano accordi di area e agli elettori presentano i temi centrali per raccogliere il consenso. Due temi in particolare infiammano le discussioni: il populismo e i migranti, che sono in fondo i due lati della stessa medaglia: la crisi economica. I migranti hanno accelerato il populismo.

Ma le due ragioni si incrociano. Entrambe, infatti, stanno creando squilibri nelle persone, oltre che minare in prospettiva la ricchezza del Welfare europeo per accogliere e assistere i migranti, ma anche per un’altra prospettiva, l’abbassamento delle professioni e dell’istruzione, visto che negli ultimi tre anni, i migranti che arrivano hanno bassi titoli di studio o non ne hanno affatto.

Quando il mercato delle professioni si abbassa, conseguenza vuole che lo stesso mercato si abbassa, togliendo così all’Europa un altro suo primato, l’alto livello di istruzione che corrisponde a un mercato delle professioni. Svuotare Welfare, l’istituto della vera redistribuzione della ricchezza che solo l’Europa ha saputo costruire, è un passo per indebolire l’Europa, per introdurre anche in Europa il sistema che dà soldi a chi ne ha già e obbliga tutto il popolo a rinforzare la cassaforte del mondo, ossia le assicurazioni. Perché è chiaro: dove c’è l’Welfare non c’è la polizza assicurativa, e il mercato europeo, soprattutto quello sanitario, fa molta gola alle assicurazioni. Forte è il sospetto che i migranti siano stati creati ad hoc per completare l’attacco all’Europa.

Ma non si riesce a dialogare seriamente su questo tema, perché o diventa preda del razzismo o del buonismo, anche qui due facce della stessa medaglia che ottengono solo questo risultato: non risalire davvero alla causa che sta riportando la tratta degli schiavi e introducendo la distruzione dello Welfare europeo, quello che matura nell’equilibrio tra cultura, economia e politica. Al posto dell’equilibrio, sta passando l’estremismo della finanza di stampo americano e il sogno di diventare la guida del mondo dei Paesi asiatici, Cina, soprattutto. Serve un leader anche per questo: contrastare il disegno in corso.

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