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Dal Piper i primi segnali di rivoluzione

17 febbraio 1965: a Roma apre il Piper Club, un simbolo di una generazione più che un semplice locale da ballo

piper
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Il 17 febbraio 1965 in Via Tagliamento 9, a Roma, apre per la prima volta i battenti il Piper Club, una sala da ballo che può contenere fino a millecinquecento persone con un impianto audio di ben novanta altoparlanti, un record per l’epoca. Il locale è destinato a diventare il punto di riferimento del nascente beat italiano e il più famoso ritrovo giovanile d’Italia, simbolo di una trasgressione generazionale senza precedenti che si esprime con minigonne, capelli lunghi, abiti variopinti e musica ad alto volume.
Le tre scale che portano nell’enorme garage sotterraneo trasformato in una sorta di ‘tempio della musica’ sono destinate a diventare rapidamente una simbolica discesa verso ‘l’inferno della droga, del rumore e del sesso libero’ per l’opinione pubblica conservatrice. Non così per i ragazzi e le ragazze che vedono nel locale una sorta di porto franco in cui dar sfogo alla propria creatività e alla voglia di stare insieme fuori dalle convenzioni dell’epoca.

Il palazzo in cui nasce il Piper è un vecchio cinema abbandonato da tempo che cinque anni prima sembrava destinato a diventare sede stabile del Teatro Popolare Italiano di Vittorio Gassman. A cambiarne per sempre il destino è l’incontro tra tre personaggi diversissimi: il commerciante d’automobili Giancarlo Bornigia, l’importatore di carne Alessandro Diotallevi e l’avvocato Alberico Crocetta. Quest’ultimo, vero deus ex machina dell’impresa, è un personaggio contraddittorio, con un passato da giovanissimo volontario nella X Mas di Junio Valerio Borghese poi folgorato sulla via di Damasco o, meglio sulle strade degli States, dalla rivoluzione musicale dei Byrds e dalla musica nera di Harlem. Proprio lui verrà ricordato come il principale artefice di un locale che sfida le convenzioni mescolando musica, ribellione e pop art.
Prima ancora dei ritmi colpisce l’arredamento di un locale il cui palco è decorato da due giganteschi quadri di Mario Schifano e Tano Festa. Le pareti sono decorate con altri lavori di Schifano, Warhol, Manzoni e Rauschenberg. Proprio Mario Schifano tenta di dare corpo e sostanza all’unione tra musica e immagini con Le Stelle di Mario Schifano, destinati a restare nella storia come uno dei principali gruppi di culto della psichedelia italiana.
Una delle star del locale è, per lungo tempo, Patty Pravo, già Guy Magenta, ex frontwoman de Le Pupille, un gruppo beat interamente femminile, che diviene l’emblematica musa della rivoluzione sessuale e di costume. C’è anche una ‘band della casa’. Sono i Pipers, un gruppo milanese che fino al giorno prima di sbarcare a Roma si chiamava I Volti.
Per quello spazio aperto passeranno interpreti leggendari e illustri sconosciuti, in una caleidoscopica mescolanza di generi quasi impossibile da realizzare altrove e che vedrà alternarsi gli Who e Claudio Villa, Joe Tex e Gabriella Ferri, Duke Ellington e i Pink Floyd, Patty Pravo e Josephine Baker, i Genesis e Severino Gazzelloni.
La grande stagione del Piper brucia rapidamente. Le giovani generazioni scoprono che per cambiare il mondo non basta la musica e il locale perde pian piano la sua carica iniziale. Già all’inizio degli anni Settanta le serate con i dischi supereranno quelle dei concerti dal vivo, ma questa è un’altra storia e un’altra epoca. In quell’antro fumoso ma pieno di musica e colori i giovani delle borgate romane incontrano i loro coetanei di Pavia o di Lecce, arrivati fin lì con l’autostop o a bordo di utilitarie cariche all’inverosimile. Non è la rivoluzione, e nemmeno nasce per esserlo. È soltanto un locale dove si incontrano le speranze e le illusioni di una generazione che, nel 1965, si accontenta ancora di un sogno in musica e che qualche anno dopo tenterà di dare la scalata al cielo.

 

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