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4 dicembre

Referendum: SI, NO, per beni culturali questione di competenze

Giuliano Volpe SI, Tomaso Montanari NO: la riforma secondo 2 scuole di pensiero circa competenze Stato/Regioni

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La riforma costituzionale sottoposta a referendum il prossimo 4 dicembre ha risvolti anche per quanto attiene alla gestione del patrimonio culturale. Qui la riforma incide sulcapitolodelle competenze dello Stato e quelle delle Regioni in materia di tutela, valorizzazione e promozione dei beni culturali e loro gestione. Il tema al centro del contendere tra chi è per il SI e chi è per il NO è questo. Giuliano Volpe, archeologo, docente presso l’Università di Foggia e Presidente del Consiglio Superiore presso il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, schierato a sostegno del SI, e Tomaso Montanari, storico dell’arte e docente all’Università Federico II di Napoli, tra i sostenitori del NO, in questo nostro colloquio, infatti, dimostrano che è sul livello decisionale e operativo lo scontro, a tratti ideologico, sull’attribuzione delle competenze.

Una riforma “scaturita dalla mente di Alfano e Verdini, quali nuovi Padri Costituenti”, la definisce Montanari, riforma il cui “testo è scritto malissimo e va contro la partecipazione dei cittadini”; le Regioni, prosegue Montanari, “non potranno più decidere del loro territorio”.

Giuliano Volpe, favorevole alla modifica dell’art. 117 che riguarda i rapporti fra Stato e Regioni, sostiene: “Nel 2001, nell’ambito di un’altra riforma costituzionale, è stato modificato il Titolo V della Costituzione attribuendo una serie di priorità alle Regioni in merito alla valorizzazione, mentre la tutela è rimasta allo Stato”, afferma con un rimando alla storia recente della vicenda che riguarda i beni culturali nel nostro Paese, e che sappiamo aver provocato anche vari problemi e contenziosi (di cui si sta occupando la Corte Costituzionale, con diverse ripercussioni economiche) che hanno minato il funzionamento delle istituzioni. Con la riforma, “il funzionamento della macchina statale del nostro Paese sarà reso più efficiente, per adeguarla ai cambiamenti, ai fini di una migliore visibilità anche sul piano internazionale, e con il patrimonio culturale a giocare una parte fondamentale nella produttività nazionale, attribuendo allo Stato entrambe le funzioni di tutela e di valorizzazione previste anche nell’articolo 9 della Costituzione, che tutela il paesaggio e il patrimonio artistico dell’Italia nel suo insieme. “Non c’è dubbio che lo Stato, rappresentato in questo contesto dal MiBACT, debba svolgere una funzione di indirizzo, di coordinamento e valorizzazione delle politiche nel campo dei beni culturali: queste non possono essere diverse da regione a regione, dobbiamo raggiungere un livello omogeneo, e mediamente alto, dei servizi ai cittadini…. Lo Stato deve recuperare un ruolo forte nell’ambito del diritto legislativo generale in materia di tutela del patrimonio culturale del Paese concepito nel suo insieme, senza che ciò significhi un neo-centralismo o un neo-statalismo. Le Regioni, con il loro ruolo di ‘promozione’, non vengono, dunque, estromesse dalla gestione, ma potranno svolgere la loro funzione nei riguardi del patrimonio, in quanto è nel loro interesse”.

Il Ministero, prosegue Volpe, con la recente riforma della sua organizzazione, “ha dato vita finalmente ad un sistema nazionale museale, organizzato in grandi musei autonomi, ma soprattutto nei Poli museali. Essi in ogni regione coordinano i servizi, le attività e il funzionamento dei musei statali (450 in tutto), ma anche di quelli civici (che rappresentano una grande realtà italiana: se ne contano infatti 4.700, anzi quasi 5.000 ormai, e altri sono in parte privati). Tale sistema va, dunque, organizzato a livello regionale sotto il coordinamento dello Stato e con il coinvolgimento di tutte le realtà presenti sul territorio. La riforma costituzionale è coerente con la riorganizzazione del Ministero, in cui le Soprintendenze uniche si occupano della tutela, non più spezzettata fra beni archeologici, beni architettonici e beni artistici, come è avvenuto finora. Così si è reso organico anche quello che noi chiamiamo paesaggio italiano. Nel campo della gestione territoriale il MiBACT ha sempre operato bene, ma attuando finora una tutela difensiva, fatta di vincoli, e alla lunga inefficace; quando si tratta di tutelare l’intero paesaggio della Nazione, oltre al patrimonio culturale diffuso, serve più organizzazione, più opere di prevenzione e uno Stato che fissi regole trasparenti e chiare per poter fare accordi con le Regioni, e soprattutto con la società italiana nelle sue varie articolazioni”.

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