sabato, aprile 21

Cronache dal 2017: l’Africa che ha voglia di cambiamento Cambi al vertice o riconferme di dittature decennali nell'Africa Sub-Sahariana

0

Il 2017, nell’Africa Sub-Sahariana, è stato un anno di grandi cambiamenti o, quanto meno, un anno in cui è stata manifestata una forte volontà di cambiamento. I Paesi dell’area sono, oramai da decenni, alle prese con povertà, scarsità di infrastrutture, corruzione endemica e guerre civili che, sotto motivazioni etniche o religiose, nascondono interessi che arrivano, nella gran parte dei casi, da altri Continenti. L’attività di movimenti terroristici legati all’estremismo islamista (Boko Haram in Nigeria o al-Shabaab in Somalia, solo per citarne due) rende estremamente difficile la vita degli abitanti di molti Stati dell’Africa centro-meridionale e, anche in questo caso, nasconde interessi stranieri.

La forte immigrazione, indirizzata soprattutto verso l’Unione Europea, ha fatto sì che nei Paesi dell’Europa occidentale (e, in parte minore, dell’America settentrionale) ci si cominciasse ad interessare a quella parte del mondo per troppo tempo dimenticata, quando non abusata. Va inoltre menzionato il forte impegno economico della Cina in Africa: puntando all’allargamento della propria sfera di influenza, Pechino ha messo in atto, nel Continente, una forte strategia di investimenti in infrastrutture che potrebbero modificare effettivamente le condizioni socio-politiche di molti Paesi (One Belt One Road: OBOR, la ‘Nuova Via della Seta’).

Somalia

In questo contesto, in molti Paesi sub-sahariani si sono avuti importanti cambi al vertice. A cominciare è stata la Somalia, dove, l’8 febbraio, il Parlamento ha eletto Presidente della Repubblica Mohammed Abdullahi Mohammed, detto Framajo. Già Primo Ministro tra il 2010 e il 2011, Framajo aveva iniziato una decisa lotta contro la corruzione ma era stato portato a dimettersi in seguito agli Accordi di Kampala. Le dimissioni di Framajo non solo provocarono forti manifestazioni di piazza, ma andarono anche ad aumentare la credibilità del gruppo terroristico al-Shabaab (dimostrando la corruzione di fondo del Governo di Mogadiscio). Con l’elezione di Framajo a Presidente della Repubblica sembra che la Somalia stia tentando di entrare in una nuova fase della sua storia politica.

Kenya

Quella dei cambia al vertice, chiaramente, è una strada in salita: in alcuni casi, il tentativo di togliere il controllo del Governo a giunte oramai decennali non è riuscito. In ogni caso, la tendenza c’è. In Kenya, ad esempio, le elezioni dell’8 agosto riconfermano il Presidente uscente Uhuru Kenyatta ma, dopo il ricorso delle opposizioni, guidate dallo sfidante Raila Odinga, la Corte Suprema annulla l’esito del voto a causa di presunti brogli. Segue un periodo di forti tensioni con, in molte occasioni, scontri di piazza e diversi morti. Quando si torna alle urne, il 26 ottobre, le opposizioni boicottano la tornata elettorale accusando il Governo di non garantire uno svolgimento corretto del voto: la vittoria di Kenyatta è scontata, ma l’assenza di avversari scredita il valore dell’elezione, aprendo ad un periodo di duro scontro politico tra il Presidente riconfermato e le opposizioni.

Zimbabwe

In Zimbabwe, invece, il cambio ai vertici è riuscito grazie all’intervento delle Forze Armate. Il 14 novembre, sebbene smentendo che si trattasse di un Colpo di Stato, l’Esercito entra nella Capitale Harare e destituisce il Presidente Robert Mugabe; il 21 novembre, al suo posto, si insedia Emerson Mnangagwa. La vicenda ha i contorni dello scontro interno al partito dello stesso Mugabe, di cui Mnangagwa rappresenta l’area che punta alla discontinuità e si contrappone all’area rappresentata da Grace, moglie dell’ex-Presidente. Uno dei primi atti messi in campo da Mnangagwa, in effetti, è stato fare dichiarazioni in favore degli ex-coltivatori bianchi che, estromessi da Mugabe, hanno perso i propri terreni: essendo gli unici ad avere le competenze necessarie a condurre aziende economiche fiorenti, la loro estromissione ha finito per danneggiare fortemente l’economia dello Zimbabwe. In quest’ottica, l’azione di Mnangagwa punta a risollevare l’economia di un Paese che, da ‘Granaio d’Africa’, ha visto, negli ultimi anni, deperire la propria produzione economica al punto da entrare in una crisi senza precedenti.

Sudafrica

Sul finire dell’anno, altri due Paesi hanno visto mutamenti importanti nella loro vita politica. In Sudafrica, lo African National Congress (ANC: Congresso Nazionale Africano) ha eletto il successore di Jacob Zuma alla guida del partito: dopo dieci anni di presidenza Zuma, lo ANC ha affidato la propria guida a Cyril Ramaphosa. Ramaphosa rappresenta la discontinuità rispetto all’altro candidato, Nkosazana Dlamini-Zuma (ex-moglie di Jacob Zuma), e propone una visione meno panafricana e più inserita nel mercato globale. Secondo molti osservatori, essendo lo ANC il principale partito del Paese, dopo essere stato eletto alla sua guida, è estremamente probabile che Ramaphosa possa succedere a Zuma anche nel ruolo di Presidente della Repubblica (le elezioni sono previste per il 2019).

Liberia

in Liberia, dopo dodici anni di presidenza di Ellen Johnson-Sirleaf (la prima donna alla guida di un Paese africano), le elezioni hanno portato alla vittoria dell’ex-calciatore George Weah che si è imposto sullo sfidante Joseph Boakai, candidato dal partito del Presidente Johnson-Sirleaf. Anche in questo caso, i cittadini liberiani hanno scelto per la discontinuità rispetto al passato.

Congo, Burundi, Rwanda; Camerun

Non mancano, nell’area, elementi di tensione. È il caso di quanto accade tra Repubblica Democratica del Congo e Burundi. Entrambi gli Stati sono governati da Presidenti dalla condotta dittatoriale, Joseph Kabila a Kinshasa (in carica da diciotto anni) e Pierre Nkurunziza a Bujumbura (in carica da tredici anni). La tensione tra i due Paesi, che si accusano vicendevolmente di finanziare gruppi di ribelli interni, ha finito per coinvolgere altri Stati, come il Rwanda. La dittatura di Kabila sul Congo, inoltre, è ritenuta da più parti responsabile dell’uccisione di diversi Caschi Blu inviati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite a vigilare sulle zone calde del Paese.

Anche il Camerun ha vissuto, nel 2017, una forte stagione di tensione dovuta alla presenza dei separatisti anglofoni nel sud del Paese. Agli inizi di ottobre, si è arrivati alla proclamazione dello Stato indipendente di Ambazonia che comprenderebbe, appunto, le regioni anglofone del sud. La reazione giunta dal Governo di Yaoundé è stata, come era facile prevedere, di repressione poliziesca.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore