sabato, dicembre 16

Crisi in Qatar: l’Italia corre dei rischi?

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La recente crisi diplomatica che ha investito, da qualche settimana, l’Emirato del Qatar ha posto l’accento su diverse tematiche, dalle conseguenze politiche ed economiche di questa ennesima crisi del Golfo, alle conseguenze sui trasporti, alle ricadute su tutti gli altri Paesi del mondo. Perché il Qatar, con poco più di 2 milioni di abitanti, è uno de Paesi più ricchi del mondo e deve la sua ricchezza, principalmente, ai giacimenti di petrolio e di gas naturale. Ma questo profondo benessere si estende bel al di là dei confini nazionali.

La Qatar Investment Authority (QIA) è uno dei fondi sovrani più grandi del pianeta tanto da accumulare, dal 2005, in Europa e in America, investimenti che si estendono in moltissimi settori, dall’immobiliare alle banche alla moda. Nello scenario economico mondiale, al 2014, la QIA risulta essere il decimo fondo sovrano per dimensione e per attività, secondo il rapporto Ice (Istituto Nazionale per il Commercio Estero).

La Qatar Investment Authority (con il 21,3% della numerosità e il 24,3% del valore) risulta essere tra i fondi maggiormente attivi in Europa. Particolarmente interessanti sono poi gli investimenti qatarini in Italia; sempre secondo il rapporto, al 2015, il fondo Qia del Qatar possiede, in Italia, l’area di Porta Nuova a Milano, il gruppo della carne Cremonini, insieme al Fondo strategico italiano di Cassa depositi e prestiti, il Four Seasons di Firenze, il Gallia di Milano e gli hotel della Costa Smeralda. Per non parlare degli investimenti che ancora sono in attesa di sviluppi, tra cui l’Ospedale San Raffaele di Olbia, acquistato nel 2015, che punta a diventare uno dei centri di ricerca più importanti a livello internazionale, e si attende, in queste settimane, la chiusura dell’operazione con la quale Qatar Airways rileverà il 49% di AQA, la holding che oggi detiene il 100% di Meridiana fly.

Ma una domanda sorge spontanea: il fatto che il Qatar sia stato isolato dalle monarchie del Golfo, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrain, perché accusato di compromettere la sicurezza dei suoi vicini e di finanziare il terrorismo, può avere qualche riflesso sugli investimenti italiani?

Diverse sono le risposte a questa domanda e probabilmente tutte saranno da rivedere. Secondo delle fonti, Nunzio Bevilacqua, avvocato d’impresa ed esperto economico internazionale, in un’intervista, avrebbe detto che, secondo lui, il rischio c’è e «risiede nel pregiudizio che queste -le imprese che lavorano con il Qatar – potrebbero subire da una valutazione di vicinanza a quel Paese da parte degli altri Paesi Arabi».

Noi abbiamo posto la stessa domanda ad Alessio Gambino, founder di Exportiamo.it, il quale considera questa crisi del tutto momentanea, “gli investimenti del Qatar in Italia fanno riferimento ad una strategia di medio-lungo termine, quindi sul medio-lungo termine non cambierà nulla. È un polverone quello che si è alzato ma tutto ritornerà ad essere nell’ordinario”. A suo avviso, il problema più grosso, se mai, riguarda le PMI (piccole e medie imprese) perché se i grandi investimenti sono proposti, ma anche tutelati, dalla politica, per i piccoli i rischi sono naturalmente più elevati, e questi riguardano, sostanzialmente, la disinformazione, la scarsa conoscenza della cultura e della legge locale, il rischio di essere soccombenti; i rischi sono anche di natura commerciale, “perché lo stesso Qatar è un Paese piccolo con 2 milioni e 200mila abitanti, di cui soltanto 300 mila sono i qatarini autoctoni; gli altri sono immigrati asiatici che, in termini di consumo, non comprano il prodotto italiano o perché costa troppo o perché tendono a comprare il prodotto che loro conoscono per vicinanza culturale”, ci spiega. Quindi i rischi delle piccole- medie aziende sono più alti, vanno evidenziati e, naturalmente, “bisogna avere la consapevolezza che non è tutto oro ciò che luccica e che il rischio può essere dietro l’angolo”.

Indubbiamente la crisi attuale non aiuta gli investimenti esteri del fondo del Qatar. Molti punti interrogativi si aprono, specie per quegli affari ancora non conclusi, quali Meridiana. Probabilmente si riuscirà a trovare una soluzione pacifica, ma è certo che l’incertezza è uno dei fattori principali di freno agli investimenti esteri”, così ci risponde, invece, Andrea Giuricin, docente di economia all’Università Bicocca e analista dell’Istituto Bruno Leoni. Ma perché investire proprio in Italia, la cui economia non è certo tra le più felici?

La diversificazione geografica, secondo Giuricin, è uno degli elementi più importanti per qualunque fondoe giustamente anche il Qatar adotta questa politica avveduta” e, infatti, come sostiene, Gambino, le motivazioni sono essenzialmente di diversificazione delle attività economiche da parte del Governo qatarino che, in un’ottica di medio-lungo periodo, intende non dipendere solo dalle sue risorse energetiche. “La strategia è diversificare, investendo in attività economiche al di fuori dei confini nazionali e di know how interno. La loro visione è quella di reinvestire gli utili, derivanti dalla vendita delle risorse energetiche, in attività economiche che, nel medio-lungo termine, possano assicurare sviluppi al Paese stesso. La strategia è, inoltre, legata a quelle che poi sono le influenze politiche, tanto è vero che se andiamo a ragionare su rapporti esclusivamente privati, quindi tra soggetti privati, le transazioni sono notevolmente inferiori”. Infatti, ci spiega, molto spesso è proprio la politica (italiana, in questo caso) a ‘chiamare’ quella qatarina affinché intervenga in situazioni critiche, come, non a caso, si era pensato di fare con Alitalia, e come si è fatto con Meridiana. “Su Meridiana, a mio parere, si concentrano i maggiori dubbi. La compagnia aerea ha continuato a perdere milioni di euro nel corso degli anni ed ha un modello di business che non regge la competizione del mercato. Fino ad ora è stato l’Aga Khan a garantire la continuità ma, senza l’arrivo di Qatar, il futuro dell’azienda è in forte dubbio”, ci dice Giuricin.

In generale, comunque, “gli investimenti diretti esteri fanno bene al Paese che li riceve. Questi soldi creano lavoro e bisogna avere una visione ampia. Se l’Italia chiude agli investimenti di altri Stati, le imprese italiane non riusciranno a conquistare i mercati globali, perché ci sarebbero delle ritorsioni protezionistiche. E l’Italia è un paese che dipende estremamente dalle esportazioni e vede una bilancia export-import molto positiva. Chiudersi significa farsi male da soli”, continua Giuricin.

Per l’Italia, dunque, l’investimento qatarino, anche in un periodo di forte crisi, come quello che sta vivendo, non può che essere un beneficio; a confermarlo, un comunicato stampa, da parte del MEF (Ministero dell’Economia e delle finanze) del 12 Giugno scorso, in cui si legge che il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, ha incontrato il Ministro delle Finanze dello Stato del Qatar, Ali S. Al Emadi, i quali hanno ritenuto opportuno proseguire l’importante cooperazione bilaterale in numerosi settori economici e finanziari, al fine anche di preservare la coesione della Coalizione anti-Daesh di cui anche l’Italia fa parte.

L’unico rischio, secondo Giuricin, è quando l’investimento non è economico, bensì politico, “ma in generale avere mercati aperti fa estremamente bene all’Italia che vede nell’export l’unica leva positiva in un’economia stagnante”, mentre per Gambino l’unico rischio, da questo punto di vista, è che non si crei il ‘valore’, “che si prenda, cioè, il know how e si porti da un’altra parte. Il rischio è quello di comprare asset a pochi soldi, di non valorizzarli e di portare via, dal nostro Paese, quello che di buono è stato in grado di creare”.

Ben vengano allora gli investimenti che creano valore, ben vengano gli investitori che abbiano idee nuove, tese anche a svecchiare un certo tipo di condotta manageriale che in Italia è rimasta molto indietro”, conclude Gambino.

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