mercoledì, settembre 19

Crisi in Argentina: a preoccuparsi c’è anche il Brasile L’impatto della crisi argentina si estende altrove. Ecco la situazione in un Paese che teme un ritorno al passato

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L’Argentina, prima una delle terre più prospere al mondo, sta attraversando una crisi di cui poco si parla. I prezzi al consumo stanno crescendo vertiginosamente, la disoccupazione resta elevata ed il peso argentino è precipitato a picco. Nella popolazione ritornano alla mente gli oscuri ricordi del tracollo economico del 2001, un triste capitolo della storia di un Paese che ha accumulato un debito pubblico pari a più di 100 miliardi di dollari.

Facendo un breve salto nel passato, ricordiamo che quella di 17 anni fa è stata una crisi così grave che un argentino su cinque non aveva lavoro e più della metà della popolazione era sotto la soglia della povertà. Il peso, legato al dollaro, aveva perso circa il 75% del suo valore; le banche avevano congelato i depositi e si erano barricate dietro la lamiera, mentre migliaia di manifestanti avevano cercato invano di ritirare i propri risparmi. La gente, oggi, è terrorizzata: si teme un ‘ritorno’ al passato.

Nelle città, in queste settimane, è visibile una lunga coda dinanzi alle mense appositamente allestite, dove gli addetti sono intenti a preparare grossi pentoloni di stufato per sfamare un numero di persone che appare più elevato del previsto. «Il Governo della città ci dà denaro per 440 razioni al giorno, ma siamo costretti a preparare porzioni più piccole in modo da poter coprire 600 razioni», ha detto Cintia Garcia, direttrice di una delle mense per poveri.

E mentre ormai qualcuno parla di nuovo e sicuro tracollo economico, è bene soffermarsi su alcuni eventi che hanno certamente contribuito a colpire l’economia dello Stato sudamericano.

Innanzitutto, la grave siccità che ha danneggiato i raccolti e affossato del tutto quello che è il terzo esportatore mondiale di soia e mais. La situazione è peggiorata a partire dal primo trimestre del 2018 con l’aumento dei prezzi mondiali del petrolio e quello dei tassi d’interesse negli Stati Uniti; tutti fattori che hanno portato gli investitori a strappare dollari dall’Argentina. I nervosismi tra i cittadini sono cresciuti, specie tra chi aveva messo da parte dei dollari come ammortizzatore dopo il fatidico 2001; la fretta di comprare dollari ha spinto al ribasso il valore del peso. Nonostante diversi aumenti dei tassi d’interesse da parte della Banca Centrale argentina, infatti, il peso ha perso più della metà del suo valore in meno di un anno.

Ed ecco che il presidente Mauricio Macri ha provato a cercare un prestito di 50 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale.

La settimana scorsa, l’annuncio di una serie di misure di austerità, tra cui nuove tasse sulle esportazioni e, addirittura, l’eliminazione di diversi ministeri al Governo. Insieme, la promessa di stanziamento di più aiuti economici e di rafforzamento dei piani alimentari per gli argentini sotto la soglia della povertà. Contraddizioni?

Sta di fatto che con la disoccupazione intorno al 9% ed i prezzi al consumo in aumento, alcuni argentini si trovano dinanzi alla scomoda situazione di doversi rivolgere, come in passato, ai club del baratto. Molti dei poveri vivono ormai in baraccopoli note come i ‘villaggi della miseria‘, dove quasi mai hanno accesso ai trasporti, all’acqua corrente o alle fognature. Le regioni settentrionali dell’Argentina presentano tassi di malnutrizione infantile cronici, nonostante -ricordiamolo ancora una volta- il Paese rimanga uno dei maggiori fornitori globali di cereali. Qualche giorno fa, dozzine di donne si sono radunate in un mercato del baratto nella periferia di Buenos Aires per commerciare di tutto, dai pantaloni e cosmetici ai giocattoli, ai sacchi di riso e all’olio da cucina. «Siamo tornati alla stessa situazione di prima. Siamo tornati al baratto», ha detto una di loro dinanzi ad un tavolo dove offriva di scambiare cibo in scatola e scarpe usate.

In alto anche i prezzi del carburante e, a sua volta, i costi di trasporto. Ciò ha influito sui prezzi degli alimenti in un Paese in cui gran parte dei cereali e altri beni vengono trasportati su camion. La rapida caduta del peso porta frequenti aumenti nei prezzi praticati dai venditori, portando alla rabbia. «Per fare ciambelle un mese fa, spendevo 150 pesos (quasi $ 4) tra petrolio e sette sacchi di farina. Ora sono più di 400 pesos», testimonia uno dei tanti in fila alla mensa affollata da decine di migliaia di argentini e immigrati provenienti dai paesi limitrofi. Secondo le previsioni della Banca Centrale, l’inflazione raggiungerà un tasso annuo superiore al 40%.

Ed al di lá del fatto che si possa parlare di effettivo tracollo e di ritorno al 2001, cosa certa è che la crisi in Argentina sta influendo su altri paesi, tra cui il Brasile. La forte svalutazione del peso sta, infatti, producendo una certa pressione sulle imprese che commerciano con l’Argentina, in particolare, per l’appunto, proprio le aziende brasiliane. Un report di J.P. Morgan che analizza le relazioni trimestrali delle società quotate in borsa, mostra le imprese brasiliane come le più colpite dalla crisi finanziaria di cui parliamo. L’elenco include nomi come Inbev, Klabin e Braskem.

Di tutte le imprese carioca menzionate nel rapporto, quella più affetta negativamente sarebbe Alpargatas, proprietaria della marca di infradito più famose al mondo, le Havaianas, che ha il 19,1% delle sue entrate esposte all’economia argentina. Nel report del secondo trimestre pubblicato dalla stessa compagnia, si riconoscono a chiare lettere i problemi finanziari causati dalle disgrazie argentine. La forte svalutazione del peso durante il secondo trimestre – che è sceso del 30% rispetto al dollaro USA – ha aumentato i prezzi e causato una diminuzione delle vendite. Alpargatas ha dichiarato di aver preso misure per cercare -quantomeno- di contenere il colpo, come revisioni dei flussi di lavoro di produzione e l’importazione di prodotti già pronti. Occorre tener conto del fatto che il Brasile ha esportato 11,5 miliardi di dollari tra il mese di Gennaio e quello di Agosto di quest’anno: comunque un aumento dell’1,1% rispetto allo stesso periodo nel 2017.

A prendere parola anche l’Associazione nazionale brasiliana dei produttori di veicoli automobilistici (Anfavea) che ha confermato l’abbassamento delle sue previsioni per le esportazioni automobilistiche di quest’anno. Gli avvertimenti nella vicina Argentina starebbero influenzando la capacità di importare veicoli finiti. L’Independent Fiscal Institute (IFI) del Brasile ha suggerito che la situazione avrà un impatto negativo sul PIL del Brasile. Celso Grisi, professore presso l’Università di San Paolo, ha dichiarato che il settore automobilistico del Paese, che normalmente rappresenta circa il 4% del PIL, si starebbe abbassando al 3,5%. Le principali conseguenze potrebbero essere la riduzione dell’occupazione nel settore automobilistico, ha continuato.

L’Argentina importa il 76% dei veicoli leggeri del Brasile ed il 46% dei suoi camion e autobus. A luglio, le esportazioni di veicoli leggeri, autocarri e autobus dal Brasile ammontavano a 64.900 unità, con un calo del 4,4% rispetto a luglio 2017. Nei primi sette mesi, tuttavia, le esportazioni totali di autobus e veicoli commerciali dal Brasile sono aumentate dello 0,5%.

Sono tante, insomma, le imprese brasiliane che stanno mostrando preoccupazione. Ambev, la sussidiaria brasiliana per le bevande Inbev, ha riferito, infatti, che i costi sono aumentati del 3,8% su base annua a causa delle predette pressioni inflazionistiche dell’aumento dei costi delle materie prime.

Nonostante tutto ciò, però, alcuni credono che parlare di collasso sia fuori luogo. Qualcuno, intanto, parla di aumento della povertà, che colpisce attualmente circa un terzo della popolazione, e caduta dell’economia. Tutte previsioni chiaramente lontane dalle mille promesse di un Macri che, dal suo insediamento, si preoccupa di convincere che la sua sarà una politica in grado di rilanciare la debole Argentina e di mettere fine alla povertà.

Ed anche se le riforme favorevoli al mercato sono state inizialmente elogiate dagli investitori internazionali, convinti –o illusi?- che sarebbero state una base per la tanto sognata crescita, ora  l’impressione è quella che abbiano causato disordini e danni al Paese. Dal suo insediamento, il numero uno argentino ha licenziato migliaia di lavoratori statali e ridotto i sussidi energetici, facendo salire le bollette delle utenze e le tariffe degli autobus. E’ stato lui a lasciar sfumare i vecchi controlli governativi sui cambi, inaugurando la stagione attuale della svalutazione del peso. Insomma, forse è ora che Macri ammetta che non sta andando proprio come doveva andare.

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