venerdì, settembre 22

Costa d’Avorio, le verità scomode della Francia

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KampalaA sfregio del pensiero unico imperante nella seconda potenza europea, fonti di dissenso sono ancora possibili in Francia anche riguardo al tabù dei tabù: la gestione delle colonie africane d’oltre mare. Nonostante una formale indipendenza, concessa da Parigi negli anni Sessanta per evitare lunghe guerre di occupazione dopo le rovinose disfatte di Indocina e Algeria, i Paesi francofoni africani rimangono di fatto colonie della Madrepatria. Non possono gestire le loro Banche Centrali e la loro moneta, entrambe controllate dalla Banca Centrale a Parigi. Le risorse minerarie ed agricole sono destinate per la maggior parte all’esportazione verso Francia e Europa. I governi e i cittadini sono obbligati a pagare la “tassa coloniale” ancora in vigore. I comandanti dei loro eserciti rispondono al Ministero della Difesa e all’Eliseo. La loro cultura e storia deve essere quella del Grandeur Francais. Agli imprenditori francesi tutto è dovuto eccetto il pagamento delle tasse. I presidenti devono essere scelti dall’Eliseo e non nelle urne popolari.

Ogni leader africano che ha tentato di attuare una politica nazionalistica ed indipendente è stato sistematicamente abbattuto, senza pietà. Abbattere il Capo di Stato ribelle è sempre stata la principale ossessione della Cellula Africana conosciuta come FranceAfrique. Un obiettivo raggiunto a qualsiasi prezzo e con ogni mezzo, tante le vittime sono sempre  negre e il salvatore sempre bianco, ovviamente. Nei casi più complicati, dove esercito e popolazione indigene dimostrano una certa capacità di resistenza si applica la teoria del “Caos Permanente” che consiste nel creare una situazione di caos generalizzato che impedisca lo sviluppo di motti indipendentistici seri e pericolosi. Negli ultimi cinque anni la teoria del Caos Permanente è stata applicata a ben tre Paesi africani, Libia, Mali e Repubblica Centroafricana, con conseguenze drammatiche: guerre civili eterne, sviluppo dei movimenti terroristici, pulizie etniche e tentativi di genocidio, arte in cui la Francia si rivela esperta, basta pensare alla perfetta organizzazione francese del Olocausto nel Rwanda del 1994.

Queste verità sono da decenni denunciate dagli ambienti liberal e dalla sinistra radicale francese ma normalmente accettati dalla maggioranza dei cittadini, consapevoli che la perdita delle colonie africane significherebbe un fallimento economico e sociale ben peggiore e grave di quello greco o italiano. Questa consapevolezza rende vane le denunce della stampa libera francese e impossibile fermare la politica criminale della FranceAfrique e portare in giustizia i responsabili. Una politica così vitale per la sopravvivenza economica della Francia che viene scrupolosamente attuata da tutti i governi di destra e di sinistra. Eppure il muro del silenzio ufficiale e della complicità istituzionale è stata infranto inaspettatamente da una massima autorità del establishment coloniale, Gildas Le Lidec, ex ambasciatore ora in pensione. Nel suo libro autobiografico: “Da Phnom Penh ad Abidjan, frammenti di una vita di un diplomatico” (Edizioni L’Harmattan) Le Lidec rivela particolari inediti del terrore francese a lui ben noti.

Di particolare interesse sono i segreti e le verità sconvolgenti dell’operato francese in Costa d’Avorio, per la semplice ragione che la politica decisa ed attuata dal 1998 al 2011 ha gravi conseguenze nel presente del martoriato Paese prigioniero di una feroce dittatura nata da false promesse democratiche. Le Lidec ci rivela una storia diversa delle due guerre civili che sconvolsero la Costa d’Avorio ribaltando i ruoli dei cattivi e dei buoni. Ambasciatore ad Abidjan dal 2002 al 2005 Le Lidec ci spiega i retroscena della crisi ivoriana che dopo apparente vittoria dei “Good Guys” capitanati dal presidente Alassane Ouattara, sta riemergendo in tutta la sua drammaticità indipendentemente dalla coltre di criminale silenzio della stampa occidentale, italiana compresa.

Nella Costa d’Avorio del 2015 la normalità è fatta di arresti arbitrari, detenzioni senza processo, abuso dei diritti umani, esecuzioni extra giudiziarie: colpo alla nuca o meglio colpo di machete e l’oppositore smette di essere tale. Una serie indescrivibile di abusi e crimini contro l’umanità commessi dal ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale (Ouattara) e da un manipolo di generali e faccendieri del nord dalle dubbie origini ivoriane. Crimini nascosti dietro la martellante propaganda occidentale che dipinge il paese in pieno sviluppo economico. Sviluppo reale ma di esclusività dei “soliti noti” gli imprenditori francesi,  moderni coloni dell’impero.

Gildas Le Lidec chiarisce che il ruolo del perfido dittatore affibbiato al ex presidente Laurent Gbagbo e il ruolo di democratico leader attribuito ad Ouattara sono una delle più grandi mistificazioni dei media occidentali. «Le condanne a priori contro Gbagbo mi hanno sempre lasciato dubbioso. Alcuni lo definiscono l’uomo del rinnovamento africano che ha tentato di imporre il nazionalismo per il bene del suo popolo sfidando la Francia. Altri come un sanguinario dittatore. Da come l’ho conosciuto Gbagbo era piuttosto un ex oppositore avido di beneficiare dei privilegi dei suoi predecessori: Konan Bèdiè e Houphouet Boigny. Gbagbo non è mai stato un nemico della Francia e un nazionalista convinto. La sua cultura era profondamente francese e tutti i colpi di mano e complotti da lui orchestrati sono ispirati agli intrighi della Quinta Repubblica. Ha utilizzato il nazionalismo per restare al potere senza comprendere che anche una parvenza di nazionalismo era troppo pericolosa per la Francia. Per il potere di Parigi Gbagbo era inquietante. Non corrispondeva ai Capi di Stato africani con cui normalmente avevano a che fare. Anche se, ripeto, il suo nazionalismo era di facciata non poteva essere tollerato in quanto rappresentava un pericolo mortale» afferma nelle sue memorie Le Lidec.

La Costa d’Avorio, antica colonia francese e fiorente nazione africana, entrò in guerra civile il 19 settembre 2002, quando il presidente Laurent Gbagbo si trovava in visita ufficiale in Italia. Vari reparti del nord si ribellarono formando una coalizione di ribelli. La rivolta fu causata dalle discriminazioni sociali ed economiche rivolte alle popolazioni del nord del Paese e dal tentativo di non riconoscerle la cittadinanza ivoriana. Molti nordisti sono sospettati di avere origini o di essere  del Burkina Faso. Nel gennaio 2003 governo e ribelli firmarono degli accordi di pace creando un governo di unità nazionale che durò fino alle elezioni del novembre 2010 (originalmente fissate per il 2005 e successivamente rinviate da Gbagbo).  Il 2 dicembre 2010 il leader dei ribelli Alassane Ouattara, si proclamò vincitore delle elezioni con il 54,10% dei voti. Il risultato non fu riconosciuto dalla Consiglio Costituzionale che accolse il ricorso del partito al potere FPI  Fronte Popolare Ivoriano che apportò inconfutabili prove di frodi elettorali compiute nei territori del nord controllati dalle forze ribelli del FNCI Forze Nuove della Costa d’Avorio. Il Consiglio Costituzionale decretò la vittoria a Gbagbo riconoscendo il 51,10% dei voti rivendicato dal suo partito. I risultati finali non furono riconosciuti dalle Nazioni Unite e dall’Europa grazie all’influenza della Francia.

Al posto di proporre un governo di unità nazionale in grado di evitare una guerra civile come fu nel caso del Kenya dopo le contestate elezioni del 2007, la Comunità Internazionale capeggiata dalla Francia e i Caschi Blu dell’ONU incoraggiarono di fatto i ribelli del FNCI a riprendere la guerra civile regalando al paese un terribile bagno di sangue evidenziando il desiderio della Francia di ottenere la testa di Gbagbo. La guerra civile e le contestate elezioni (in cui realmente Gbagbo aveva vinto) sono state precedute dall’attacco dell’aviazione ivoriana contro i soldati francesi a Bouakè nel 2004. Un attacco, ci spiega Le Lidec, orchestrato dalla stessa Francia per vincere le ultime resistenze del parlamento a Parigi e poter avere le mani libere per modellare la sua colonia secondo la sua volontà e gli interessi della sua classe imprenditoriale messi in pericolo dalla vera o presunta politica nazionalistica di Gbagbo.

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