sabato, dicembre 16

Cosa succederà al Qatar?

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L’ultima crisi del Qatar è solo un altro evento che getta benzina sul fuoco della situazione del Medioriente. La storia dell’antagonismo tra i Paesi del Golfo, l’Arabia Saudita e l’Iran risale a molto tempo fa e l’isolamento del Qatar è ben lontando dall’essere “l’inizio della fine dell’orrore del terrorismo”, come Donald Trump ha scritto su Twitter.

La difficile relazione tra Qatar e nazioni del Golfo, incluso l’Egitto – che combatte i Fratelli Musulmaninon è, per una volta, basata su questioni religiose, né sul problema delle fake news: è piuttosto una manifestazione di potere. L’equilibrio tra le potenze è sempre stato precario in questa regione, ma con l’ascesa dello Stato Islamico, imporre il proprio governo come  leader del mondo arabo e principale canale di comunicazione con l’occidente è di primaria importanza.

Il Medioriente può essere definito come una serie di autocrazie che nascono e muoiono. L’ombra della democrazia è un semplice concetto usato come scusa per formare alleanze. La triste realtà è che il sistema tribale, conosciuto anche come ‘la loi du plus fort’ – la legge del più forte – monopolizza le relazioni tra Stati. La genuina paura per il prossimo, che sia data dall’ascesa al potere di un’autocrazia concorrente o di un’altra religione, o casata, paralizza le relazioni arabe e determina le loro mosse come fosse una partita di scacchi.

L’attuale crisi diplomatica è una manifestazione di queste paure. Gli ovvi titoli da prima pagina sul supporto per il terrorismo e per gruppi radicali possono inserirsi bene nella retorica politica, creando alleanze sotto un ombrello di interessi arabi convergenti – ma è tutto qui?

In tempo con la riuscita visita di Trump, con l’allineamento con gli Emirati Arabi Uniti, e la sua buona relazione con il mondo musulmano, l’Arabia Saudita, uno dei principali alleati americani, ha dovuto ritagliarsi un ruolo più importante, ottenendo il supporto di Egitto, UAE e Bahrain. Questa decisione successiva al Summit di Riyadh non sorprende. «La politica estera del Qatar non può pi essere tollerata, potrebbe portare disordini per i Paesi del Golfo», scrive Sigur Neubauer su ‘Al-Monitor’. Il disordine regionale deve essere fermato.

Stando alle parole di Marc Lynch, sul ‘Washington Post’ «il summit saudita ha cercato di dare priorità a respingere l’Iran e a una nuova campagna contro lo Stato Islamico». In ogni caso, gli attacchi del 7 giugno in Iran potrebbero complicare ulteriormente la situazione.

Il Qatar è sempre stato incolpato per le sue scelte ‘anticonformiste’ in politica estera e la sua politica indipendente dagli ordini delle altre nazioni del Golfo. Con l’apparente benedizione degli Stati Uniti, la nuova alleanza è stata in grado di colpire col pugno di ferro il ricco regno del Qatar, con la speranza di riportarlo sulla carreggiata e promuovere ulteriorimente la politica anti-iraniana. C’è una lista di misure che il Qatar deve implementare e che vengono richieste attraverso i colpi all’economia del Paese, il prezzo del petrolio, il sistema bancario, le compagnie aeree, BeIn Television, Al Jazeera e l’export/import. La via più breve per riaprire le comunicazioni è basata su una serie di concessioni in materia di politica estera riguardo Iran, Fratelli Musulmani e Hamas. La via più lunga però risiede su un livello più profondo che riguarda la leadership del Paese. Secondo gli osservatori, si tratta di una richiesta di ‘regime change’.

Con i catastrofici danni infrastrutturali e la mole delle perdite umane causate dalla nascita di ideologie estremiste e distorte la competizione nella regione del Golfo non è più un’opzione. L’asse UAE-Arabia Saudita sta guidando la lotta, e il resto dei Paesi deve seguire la linea.

Il Qatar potrebbe scegliere di fare delle concessioni e sedere al tavolo delle negozziazioni con un’agenda aperta alla discussione per evitare possibili escalation. Comunque, e questo non è probabile e va contro i suoi interessi – se sceglierà di fondare una sua politica indipendente e intraprendere una via più aggressiva, la sua unica ancora di salvezza sarà l’Iran. Un’alleanza tra queste due nazioni, scita e sunnita, potrebbe risultare in una mappa politica frammentata e arrestare le divisioni religiose nella regione tra governi e unità paragovernative pronte a combattere per la nuova coalizione.

La situazione è tesa. La Turchia ha emanato una legge per inviare truppe in Qatar in modo da supportare la lunga relazione tra il Paese e Ankara, basata sulle politiche islamiste del partito di Erdogan. Anche il Pakistan sta procedendo nella stessa direzione. Intanto, l’Iran si è fatto avanti e ha inviato 5 aerei carichi di rifornimenti alimentari a Doha, città dipedente dalle importazioni. Allo stesso tempo emirati e sauditi espandono la loro blacklist dei terroristi, includendo il nome di Abdullah bin Khalid Al Thani, un ex-ministro dell’interno e membro della famiglia reale del Qatar. Ci si aspetta un’ulteriore escalation.

Quali saranno gli sviluppi? Dipende tutto dalle concessioni che il Qatar vorrà fare, dalle richieste dei sauditi, dalla formazione di un’asse pro-qatar, dal ruolo che gli Stati Uniti giocheranno. Il Dipartimento di Stato USA si è pronunciato per chiedere un raffreddamento delle tensioni e il Kuwait sembra non esser riuscito a mediare nella crisi. Lo status-quo attuale non è sostenibile, si arriverà a un compromesso o a una sorta di escalation militare tra le due coalizioni.

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Sull'autore

Marita Kassis è managing editor di ‘Al Monitor’ di Beirut. I punti di vista e le opinioni espresse in questo articolo sono propri dell’Autore e non rappresentano necessariamente quelle di ‘Al Monitor’