venerdì, settembre 22

Cosa resta della rivoluzione cubana Il giornalista Ignacio Ramonet ha ricordato il lungo libro-intervista con Fidel Castro

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Cosa accadrà a Cuba dopo Fidel Castro? È la domanda che Ignacio Ramonet, giornalista spagnolo ed ex direttore di ‘Le Monde Diplomatique, ha rivolto al “Líder Máximo” nel corso delle conversazioni che hanno avuto luogo dal 2003 al 2006, anno di pubblicazione del libro-intervista ‘Autobiografia a due voci’ nel quale il rivoluzionario cubano, morto il 25 novembre 2016, ha tracciato un bilancio della sua esperienza politica e umana.

Ramonet, intervenuto a un incontro del Festivaletteratura di Mantova insieme allo scrittore Francisco López Sacha, ha risposto a una domanda del pubblico riguardante il successore di Raul, fratello di Fidel in carica dal 2008, ricordando che l’attuale presidente cubano concluderà il suo mandato il 24 febbraio 2018: «Dopo di lui non ci sarà un altro Castro, quando cambiano i vertici del potere si producono cambiamenti politici e sociali». Sacha ha aggiunto: «Il Consiglio di Stato potrebbe eleggere una donna». In ogni caso, come aveva annotato lo stesso Fidel durante l’intervista con Ramonet «la rivoluzione non si è ancora conclusa, andrà avanti».

L’ex direttore di Le Monde Diplomatique è uno dei tre autori (gli altri due sono il giornalista italiano Gianni Minà e il teologo brasiliano Frei Betto) con i quali Castro ha deciso di scrivere un libro. Il volume, uscito nel 2006, è stato scritto quando Fidel era già anziano e rappresenta una sorta di testamento spirituale nel quale sono state affrontate alcune questioni di cui il comandante in capo non aveva mai parlato e che hanno destato scalpore e curiosità a Cuba.

Uno di questi argomenti è la discriminazione attuata dal regime contro gli omosessuali. «Nel 1961 sotto il controllo di Castro», afferma Ramonet, «sono stati istituiti campi di internamento nei quali sono stati rinchiusi numerosi omosessuali. Fidel mi disse che in tali campi erano stati confinati anche testimoni di Geova e pacifisti che non vollero imbracciare le armi. Fu un comportamento scorretto, ammise Castro. Io sono il capo e il primo responsabile, sottolineò». Nel 1961 a Cuba era in corso una mobilitazione militare: «Fidel con un certo paternalismo notò che se gli omosessuali fossero finiti nelle caserme sarebbero stati inevitabilmente discriminati. Da un certo punto di vista, secondo il presidente cubano il regime li aveva protetti relegandoli in questi campi». Ramonet ha rammentato che all’epoca, ovunque, i diritti degli omosessuali venivano calpestati: erano problemi marginali rispetto alle questioni politiche. A Cuba i campi di internamento vennero aboliti nel 1968.

Un altro tema affrontato per la prima volta da Castro nel libro-intervista ‘Autobiografia a due voci‘ è la pena di morte. «Provavo simpatia per la rivoluzione ma ero contrario alla pena capitale», osserva Ramonet, «per tre anni parlammo dei terroristi che minacciavano Cuba e che venivano puniti dal regime con le esecuzioni». Quando il giornalista spagnolo se ne andò, sull’isola caraibica un gruppo di giovani prese in ostaggio alcune persone, che furono minacciate ma non uccise. I sequestratori vennero condannati a morte. «Quando tornai a Cuba», ricorda Ramonet, «dissi a Castro che dopo le nostre conversazioni sulla pena di morte mi aspettavo dei progressi. Fidel decise una moratoria sulla pena capitale che nell’ordinamento giuridico continuò a esistere ma non venne più applicata».

Un’altra questione delicata di cui il dittatore cubano non aveva mai parlato è la discriminazione razziale, che era stata eliminata con una legge ma che di fatto continuava a esistere. «Era lo stesso problema che si riscontrava negli stati del sud degli Usa dove il razzismo era legale», spiega Ramonet, «osservai che a Cuba le carceri erano piene di neri e le università di bianchi. Fidel ammise l’errore di aver pensato di annullare le discriminazioni razziali con un provvedimento giuridico, ignorando il fatto che da due secoli alcune classi sociali non avevano accesso all’istruzione. Il regime voleva l’uguaglianza e predicava la discriminazione positiva. Era un problema centrale che la rivoluzione non era riuscita a risolvere». Castro, inoltre, aveva parlato delle discriminazioni nei confronti delle donne, che avevano bisogno di politiche attive per essere aiutate. Errori per i quali il “Líder Máximo” ha fatto autocritica. Sacha ha ricordato che in uno dei passaggi del libro Fidel ha constatato «l’impossibilità per l’impero nordamericano di annientare la rivoluzione cubana che potrà essere distrutta solo dai nostri sbagli».

I due scrittori ospiti del Festivaletteratura hanno ripercorso le tappe che hanno portato alla destituzione del dittatore cubano Fulgencio Batista da parte del Movimento 26 luglio, passando per l’assalto alla caserma Moncada nel 1953 e la presa del potere nel 1959. «Fidel era un giovane avvocato e politico», racconta Sacha, «aveva studiato alle scuole dei gesuiti ed era attivo nella vita pubblica di Cuba. Davanti a un tribunale militare si difese affermando che l’autore intellettuale dell’assalto alla Moncada era José Martì, eroe nazionale e leader del movimento per l’indipendenza cubana. Nel corso della sua arringa pronunciò la famosa frase “la storia mi assolverà’». Castro fu esiliato in Messico, tornò a Cuba nel 1956 e divenne un guerrigliero nominando come primo comandante Ernesto Che Guevara. «Il Movimento 26 luglio operò dal 1956 al 1959», ricorda Sacha, «fu un’esperienza unica nel continente latinoamericano. Negli anni successivi Cuba strinse un’alleanza con l’Urss ma diede vita a una struttura politica diversa da quella sovietica. La vera alleanza di Cuba era con i poveri della terra. Negli scontri con la Chiesa cattolica Castro ribadiva il concetto che chi sta con gli ultimi e i poveri sta con Cristo».

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