mercoledì, settembre 19

Yemen: intercettato missile contro l’ Arabia Saudita Erdogan torna ad attaccare la decisione americana su Gerusalemme

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I ribelli sciiti Houti hanno annunciato di aver lanciato un ordigno terra-terra contro il palazzo reale a Riad. I militari sauditi hanno dichiarato di aver intercettato e distrutto il missile prima che raggiungesse l’ obiettivo. L’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha diffuso oggi la notizia secondo cui almeno 115 civili yemeniti sarebbero stati caduti vittime degli ultimi 11 giorni di attacchi aerei da parte dalla coalizione araba a guida saudita che combatte a fianco del del presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi. Nel 2015, la coalizione ribelle sciita huthi ha preso il controllo della capitale Sanaa e di gran parte dello Yemen, alleandosi con l’ex presidente del paese, in carica da 33 anni, Ali Abdullah Saleh, rimasto ucciso qualche settimana fa per mano degli stessi miliziani huthi. 30 combattenti houthi sarebbero stati uccisi durante gli scontri nel distretto di Nham, a est di Sanaa. Nel 2018, Riad inizierà ad emettere visti turistici, una rivoluzione per la monarchia wahabita, alle prese con le riforme del nuovo principe ereditario. Neanche una settimana fa l’amministrazione Trump, tramite  l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Nikki Haley, che ha detto: «Queste sono di produzione iraniana, mandate e fornite dagli iraniani».

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è tornato ad attaccare la  decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato di Israele. La Turchia portera’ la divisione di Gerusalemme davanti all’assemblea Generale dell’Onu. «E’ importante che 14 Paesi su 15 si siano opposti alla decisione degli Usa nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Peccato che il veto degli americani abbia bloccato l’esito di un voto che avrebbe prevenuto un pericoloso cambiamento dello status di Gerusalemme. Ora porteremo la questione dinanzi l’assemblea generale. Sono convinto che la comunita’ internazionale si schierera’ dalla parte della giustizia, del diritto e della pace» ha detto il Presidente turco.

«Chiediamo con urgenza agli Stati Uniti di smettere di distorcere deliberatamente le intenzioni strategiche della Cina e di abbandonare concetti obsoleti come la mentalita’ da guerra fredda e di gioco a somma zero, altrimenti danneggera’ tutti», ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, aggiungendo che “la cooperazione e’ l’unica scelta corretta” nel rapporto tra Cina e Stati Uniti. «La Cina vuole coesistere con altri Paesi, inclusi gli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti devono adattarsi e accettare lo sviluppo della Cina». Questa la reazione cinese alla presentazione della National Security Strategy degli Stati Uniti da parte del Presidente Donald Trump.

Ma la Cina «puo’ diventare un altro pilastro di lungo periodo della politica estera italiana» ha affermato il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che, durante il suo secondo giorno di visita a Pechino,  ha presieduto l’ottava sessione del Comitato Governativo Congiunto Italia-Cina, dove ha incontrato il suo omologo, Wang Yi, e il Consigliere di Stato cinese Yang Jiechi. La Cina è, per l’ Italia, il secondo partner extra-Unione Europea, dopo gli Stati Uniti: 30 miliardi di scambi commerciali. Non è mancato da parte di Alfano, un riferimento alle potenzialità della partnership anche nel progetto “One Belt One Road”.

Per l’ Italia un altro tema scottante: la  doppia cittadinanza per la popolazione altoatesina di lingua tedesca pari a circa 330 mila sudtirolesi dopo l’ insediamento del nuovo governo austriaco di Sebastian Kurz, alleato del partito di estrema destra di Heinz-Christian Strache. Stando all’ ultimo censimento del 2011, il 69,64% della popolazione ha dichiarato di appartenere al gruppo linguistico tedesco, il 25,84 a quello italiano ed il 4,52 a quello ladino. La richiesta sarebbe gratuita. A detta di alcuni, Il tutto dovrebbe avvenire entro massimo i prossimi tre anni.

Cinque persone sono morte e quasi settanta feriti nel Kurdistan iracheno durante gli scontri a Raparin, nella provincia di Sulaimaniyah. Da ieri si protraggono le proteste per l’esito del referendum sull’indipendenza.

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