martedì, gennaio 16

Congo: strage di Caschi Blu della MONUSCO come avvertimento agli Stati Uniti Il 7 dicembre attacco al campo militare a Semuliki. Lo scontro è stato violentissimo e il bilancio un orribile tributo di sangue: 15 morti e 53 feriti

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Giovedì 7 dicembre il campo militare della MONUSCO a Semuliki, vicino alla città di Beni, nella provincia del Nord Kivu, è stato attaccato da forze militari ben armate. Lo scontro è stato violentissimo e il bilancio un orribile tributo di sangue per i Caschi Blu: 15 morti e 53 feriti. Le vittime sono per la maggioranza soldati tanzaniani della Forza di Pronto Intervento, un reparto di élite affiancato, dal 2013, alla MONUSCO, all’epoca per combattere la ribellione Banyarwanda del M23. Durante lo scontro anche 5 soldati dell’esercito regolare congolese (FARDC) sono stati uccisi. Il massacro di Semuliki rappresenta la peggior sconfitta militare dei Caschi Blu presenti in Congo da 15 anni.

Una presenza assai discutibile fatta di complicità con ribelli, terroristi e i regimi di Kigali, Kinshasa e Kampala secondo le direttive occidentali. La MONUSCO, composta principalmente da reparti di eserciti del Terzo Mondo subisce a fasi alterne l’infulenza americana e francese. Sulla missione di pace ONU in Congo si sono scritti fiumi di parole e, spesso, i caschi blu hanno sconfinato in aperte attività illecite, compreso il traffico di minerali preziosi, macchiandosi anche di violenze sessuali e favoreggiamento della prostituzione, minorile compresa. La popolazione dell’est Congo odia la MONUSCO, accusata di non aver mai protetto i civili in pericolo. Un’accusa del tutto giustificata dal fatto che durante i 15 anni di mandato la MONUSCO non ha mai debellato i 42 gruppi terroristici che imperversano nell’est del martoriato Congo e prove lampanti sono disponibili sulla complicità della MONUSCO con il peggior gruppo terroristico della regione, le Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda – FDLR, responsabili del genocidio del 1994 che ora stanno preparando una nuova invasione del Rwanda supportati dalla Francia.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonuo Guterres ha definito l’attacco di Semuliki il peggior fatto di sangue nella storia delle missioni di pace ONU. Il Capo della MONUSCO, Maman Sidikou, ha condannato l’attacco al campo militare promettendo che i responsabili saranno portati dinnanzi alla giustizia. Una promessa difficile da mantenere, visto che la MONUSCO non è nemmeno stata capace di punire i propri soldati coinvolti in traffici illeciti e violenze sessuali. Jean-Pierre Lacroix, Vice Segretario Generale dei Caschi Blu ONU, addossa la colpa dell’attacco alle Forze Democatiche Alleate – ADF, un gruppo ribelle ugandese di ispirazione islamica fondamentalista.

Le ADF furono formate da dei estremisti musulmani ugandesi appartenenti alla setta Tablighi Jamaat,  raggruppando i superstiti della sconfitta ribellione Esercito Nazionale di Liberazione dell’Uganda, creata dal ex Vice Ministro Amon Bazira del Governo di Milton Obote, dopo che i guerriglieri dei Yoweri Kaguta Museveni liberarono il Paese, nel 1987, da 25 anni di puro orrore assicurando, per la prima volta dall’indipendenza, un discreto progresso socio-economico, stabilità, pace e una democrazia, per quanto imperfetta e controllata.

Il leader delle ADF era Jamil Mukulu, un ex pastore protestante convertito all’Islam, e il loro obiettivo era l’instaurazione in Uganda di uno Stato Islamico. Operarono nel nord est del Paese dal 1994 al 2000 quando furono decimate da una risoluta operazione militare lanciata dall’esercito regolare ugandese UPDF. La distruzione delle ADF anticipò quella del Lord Resistence Army guidato da Joseph Kony avvenuta nel 2004. Entrambi i gruppi ribelli erano il prodotto della folle dittatura di Milton Obote (primo Presidente ugandese) e si macchiarono di orrendi crimini contro l’umanità. I superstiti delle ADF (meno di 200 miliziani) si rifugiarono nel vicino Congo.

È nel 2010 che le ADF ritornano a interessare le cronache continentali con una serie di attacchi nell’est del Congo. Nel 2013 le ADF, alleatesi con la milizia Esercito Popolare Congolese furono indicate come le responsabili dei massacri e delle pulizie etniche contro la tribù Nande a Bunia, Beni, Lubero e Butembo. La rinascita delle ADF in Congo sarebbe stata possibile grazie all’arruolamento di giovani disoccupati congolesi e all’alleanza con milizie locali, fino a diventare un temibile gruppo in grado di attaccare anche le forze militari internazionali come dimostra il massacro di Semuliki.

Per molti esperti congolesi e regionali la realtà è estremamente diversa. Le ADF di fatto non sarebbero mai riuscite a riprendersi dopo la sconfitta inflitta dalle forze regolari ugandesi. Il gruppo islamico di fatto non esisterebbe ma la sua sigla sarebbe presa in prestito dal governo di Kinshasa e dai terroristi ruandesi FDLR in una classica operazione di cover up. Dopo la fuga in Congo le ADF erano riuscite a reclutare alcuni congolesi. Il loro intento era quello di ripristinare le loro forze tramite nuove reclute e ritornare a combatere il UPDF in Uganda.

Un intento abortito grazie a tre offensive militari dell’esercito congolese, l’ultima nel 2014: Offensiva Sukola I con l’assistenza di consiglieri militari e truppe di elite ugandesi. Durante le prime due offensive le ADF perdettero molti miliziani e cercarono di soppravivvere alleandosi al gruppo ribelle Esercito Popolare Congolese (Armè Popularie du Congo – APC). L’offensiva Sukola I riscontrò ottimi successi e il Leader delle ADF Jamil Mukulu fuggì in Tanzania dove vinne arrestato nel 2015. I reparti superstiti delle ADF si ritirarono presso alcune aree remote del Ituti e del Lago Edward. Le loro forze non sarebbero ora in grado di lanciare offensive militari di rilievo.

Un rapporto redatto lo scorso settembre dal Gruppo di Ricerca sul Congo presso l’Università di New York accusa lo Stato Maggiore dell’esercito congolese di aver attuato le pulizie etniche contro la tribù Nande e di essere l’autore materiale dei peggiori massacri avvenuti tra il 2014 e il 2016. Il rapporto cita testimoni oculari che affermano che molti villaggi del distretto di Beni sono stati circondati dall’esercito regolare che ha abbattuto senza pietà i civili che non erano riusciti a fuggire. Secondo il rapporto l’esercito congolese starebbe portando avanti una strategia di pulizia etnica contro i Nande utilizzando il fantasma delle ADF per depistare colpe e responsabilità.

Le pulizie etniche contro i Nande rientrerebbero nella strategia del Caos Totale del Presidene Joseph Kabila ideata per mantenere il potere e difendere gli immensi profitti derivanti dal traffico illegale di minerali preziosi nell’est del Paese in collaborazione con milizie locali Mai Mai e i terroristi ruandesi FDLR. Le operazioni contro i Nande sarebbero state affidate al Generale Akili Mundos, sospettato di avere dei contatti con quello che rimane delle ADF e del APC. Vari testimonianze riportate al Gruppo di Ricerca sul Congo, affermano che il Generale Mundos opera contro i civili congolesi avvalendosi di reparti d’élite dell’esercito regolare e di miliziani di vari gruppi armati locali implicati nel traffico di minerali assieme alla Famiglia Kabila, assunti come mercenari. Immancabilmente il Generale Mundos dopo ogni massacro incolpa il gruppo islamico ugandese ADF.

I caschi blu della MONUSCO da almeno 6 anni hanno tollerato le azioni militari delle FDLR, compresa l’infiltrazione nel vicino Burundi dove ora i terroristi ruandesi sono i principali alleati militari e politici del regime razial nazista del ex Presidente Pierre Nkurunziza. La MONUSCO ha adottato anche un atteggiamento passivo e accondiscendente verso il regime di Kinshasa nonostante sia a conoscenza dei massacri ordinati dal Presidente Kabila contro la propria popolazione all’est del Congo.

Queste complicità e connivenze non hanno però evitato che l’alleanza MONUSCO – Kinshasa – FDLR (favorita dalla Francia) si stia ora incrinando. Dopo aver definitivamente sconfitto la Chiesa Cattolica, il Presidente Kabila ha iniziato a temere che i caschi blu ONU possano essere utilizzati dagli Stati Uniti per favorire azioni eversive o un colpo di Stato impedendogli di diventare presidente a vita. Questo sospetto ha trasformato la MONUSCO da alleato a pericolo per la tenuta del potere della Famiglia Kabila. I primi segnali della rottura con i caschi blu sono stati evidenti lo scorso aprile quando il Presidente congolese affermò che il processo elettorale doveva essere gestito dai congolesi senza interferenze straniere.

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