mercoledì, dicembre 13

Congo, rinnovo mandato MONUSCO. Vince la linea Trump.

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Venerdì 31 marzo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per votare il rinnovo della missione di pace ONU nella Repubblica Democratica del Congo, denominata MONUSCO. La discussione (avvenuta a porte chiuse) è stata preceduta da una intensa guerra diplomatica condotta da due schieramenti traversali pro e contro la presenza dei Caschi Blu in Congo, che dura da 14 anni con un costo di 1,4 miliardi di dollari e vanta scarsi risultati sul processo di pace nel Paese e difesa della popolazione inerme. Il primo schieramento (favorevole alla MONUSCO) era rappresentato dalla CENCO (Conferenze Episcopale Nazionale del Congo) e dalla Francia. Lo schieramento contrario dal Governo di Kinshasa e l’Amministrazione Trump.

L’esito del voto presso il Consiglio di Sicurezza (risoluzione n. 2348)  ha visto trionfare la linea americana del Presidente Donald Trump. Il mandato alla MONUSCO è stato rinnovato fino al 31 marzo 2018 ma sono stati imposti pesanti tagli finanziari che obbligano ad una sostanziale riduzione degli effettivi militari. I soldati verranno ridotti da 19815 a 16215 uomini. Gli osservatori militari sanno ridotti da 760 a 600 effettivi. La scure dei tagli si abbatte anche sui  i principali corpi di polizia messi a disposizione da Bangladesh (390 poliziotti), Senegal (277), India (269), Egitto (140). Il solo Paese europeo che ha messo a disposizione un contingente di poliziotti è la Romania (16). Anche il personale civile ausiliario e di supporto sarà soggetto a forte riduzione degli effettivi.

La riduzione della MONUSCO è stata salutata positivamente da Stati Uniti e Congo. Michelle Sison (Stati Uniti) ha enfatizzato che non è il numero degli effettivi ma la sua qualità ed efficacia sul terreno a determinare un buon esercito. Sison, ricordando che il principale obiettivo rimane quello della difesa dei civili, insiste affinché ogni Casco Blu della MONUSCO debba rendere conto civilmente e penalmente delle sue azioni. Un chiaro tentativo di porre un freno al dilagare di attività criminali compiute dai soldati del terzo mondo che compongono il grosso delle truppe ONU in Congo: stupri, favoreggiamento della prostituzione, mancata assistenza di civili in pericolo, connivenze con bande armate e gruppi terroristici (in primis quello ruandese delle FDLR), contrabbando di oro, diamanti e coltan.

Ignace Gata Mavita (Congo) si dichiara soddisfatto della sostanziale riduzione degli effettivi, rammaricandosi però che i tagli finanziari previsti andranno a colpire le priorità strategiche della missione: disarmamento e reinserzione dei guerriglieri nel tessuto socio-economico (programmi DDR), riforma della giustizia e della sicurezza. Una decisione apparentemente in contrasto con l’obiettivo di rafforzare le istituzioni democratiche nel Paese e diminuire gli effettivi dei 42 gruppi armati presenti all’est e 14 sparsi sull’intero territorio nazionale. I programmi DDR, riforma della giustizia e della sicurezza sono stati finanziati da Stati Uniti, ONU, Unione Europea e Cooperazioni Bilaterali di Stato per dieci lunghi anni, ottenendo risultati assai deludenti.

Il numero di nuove reclute tra i gruppi armati nel 2016 superava di 6 volte il numero di ex guerriglieri reintegrati nella società. Nonostante i vari fondi messi a disposizione dalla comunità internazionale in questi anni (circa 128 milioni di dollari) il sistema giudiziario congolese rimane il più corrotto e privo di mezzi dell’intero Continente. L’esercito (ad esclusione di circa 10.000 uomini d’élite della Guardia Repubblicana) versa in uno stato pietoso: stipendi non pagati, difficoltà nell’approvvigionamento di armi e munizioni, supporto logistico inadatto. Questo ha trasformato un esercito teoricamente composto da 155.000 uomini in un esercito fantasma dove i soldati sono intenti a commettere crimini contro i civili al fine di poter estorcere denaro per mantenere le proprie famiglie e i Generali sono intenti a fare affari (oro, diamanti e coltan) con i gruppi armati che dovrebbero combattere.

Le cause di questi clamorosi fallimento risiedono per la maggior parte dei casi nella mancata collaborazione delle autorità governative congolesi che hanno identificato i vari progetti di supporto istituzionale come ottima fonte di arricchimento personale. Mavita, durante il suo discorso alla riunione del Consiglio di Sicurezza non si è potuto sottrarsi dal scottante argomento del brutale omicidio di due membri del Gruppo di Esperti ONU operativi nel Paese per assistere la Monitoraggio del Comitato di Sanzioni ONU nella Repubblica Democratica del Congo. Michale Sharp e Zaida Catalan sono stati assassinati nella provincia del Kasai Centrale. I loro corpi sono stati ritrovati lo scorso 24 marzo. La pista dell’omicidio di Stato sembra la più probabile. Mavita, oltre a porgere le condoglianze alle famiglie delle due vittime, ha promesso che il suo governo indagherà fino in fondo per scoprire e punire gli esecutori e i mandanti. Promessa che sembra più di facciata che una serie intenzione di Kinshasa a collaborare con la giustizia internazionale.

Amare le reazioni della Francia che fino all’ultimo momento aveva tentato di impedire i consistenti tagli su personale e finanze della missione di pace. Francois Delattre ha sottolineato l’importanza di mettere a disposizione della MONUSCO i mezzi adeguati per garantire la stabilità e la democrazia in Congo in quanto il Paese sta navigando «in acque incerte». Delattre auspica che una parte significativa degli effettivi superstiti dai tagli venga sostituita da «unità speciali» più attive ed efficaci, senza specificare il loro Paese d’origine. L’intervento di Dellatre è stato interpretato come un tentativo di Parigi di mantenere il controllo sulla MONUSCO. Dalla sua creazione (2003) la missione di pace è stata utilizzata dalla Francia per influenzare a suo favore l’operato della MONUSCO in difesa del regime del Presidente Joseph Kabila e dei terroristi ruandesi FDLR in chiave anti Uganda e Rwanda.

Dal 2012 la Francia (attraverso la MONUSCO) è responsabile della alleanza militare tra Caschi Blu e terroristi FDLR che di fatto offre una rispettabilità internazionale a questo gruppo armato formato dalle milizie genocidarie che compirono l’Olocausto in Rwanda nel 1994. Dal 2012 nel capoluogo della provincia del Nord Kivu: Goma sono presenti un nucleo ristretto ma efficace di consiglieri militari con il compito di rafforzare le capacità militari dei terroristi FDLR che attualmente controllano vasti territori ricchi di minerali all’est del Congo e rappresentano la prima forza militare in difesa del regime dell’ex presidente Pierre Nkurunziza in Burundi. Obiettivo finale: invadere il Rwanda, terminare il genocidio e instaurare un regime di supremazia razziale hutu.

 I rappresentanti di Cina e Russia (Shen Bo e Man Petr Iliichev) si sono rammaricati dei tagli fatti subire dalla MONUSCO ma non hanno esercitato il diritto di veto. Per Shen Bo la MONUSCO deve continuare il ruolo «positivo» nel combattere i gruppi armati e facilitare l’accesso all’assistenza umanitaria. La Cina ha un contingente di caschi blu in Congo di 200 uomini. Shen Bo, nella difesa della MONUSCO, omette di specificare che l’unico gruppo armato combattuto dai caschi blu ONU in 14 anni di presenza nel Paese è la ribellione Banyarwada del Movimento 23 Marzo noto come M23, sconfitto nel 2013. Riparatosi prevalentemente in Uganda e in parte in Rwanda, il M23 ha avuto l’occasione di riorganizzarsi e di ritornare in Congo nelle zone del Rutshuru (Nord Kivu). Non è chiaro se l’obiettivo è quello di riprendere il conflitto con il governo di Kinshasa o di prestare opera di mercenariato all’opposizione armata burundese che combatte il regime di Nkurunziza. Per quanto riguarda l’accesso agli aiuti umanitari circa 1.8 milioni di sfollati interni sono privi di qualsiasi forma di assistenza.

Man Petr Iliichev è rimasto fermo sulla necessità per la MONUSCO di compiere operazioni di difesa dei civili efficaci ma nel pieno rispetto del governo di Kinshasa e della sovranità del Congo. Iliichev ha ammonito a non portare a termine il progetto di dividere la missione di pace in due comandi paralleli. Progetto di cui nessuno, a parte il rappresentante russo, sembra essere ufficialmente a conoscenza. L’intervento di Iliichev sembra teso a rivitalizzare il passato ruolo della MONUSCO di esercito mercenario in difesa del Presidente Kabila. Essendo questo ruolo ideato e promosso dalla Francia è plausibile ipotizzare una intesa di vedute sul Congo tra Parigi e Mosca, probabilmente focalizzata sul controllo delle materie prime e idrocarburi. Controllo che sta sempre più cadendo nelle mani degli imprenditori cinesi.  

Sebastiano Cardi (rappresentante dell’Italia) dopo aver enfatizzato che il rinnovo del mandato alla MONUSCO sarebbe un segnale  positivo del supporto della popolazione e del governo congolese, ha ricordato che il governo italiano tende verso un compromesso politico e alla condotta di pacifiche e credibili elezioni. L’Italia, pur essendo l’ottavo finanziatore delle missioni di pace ONU nel pianeta (3,75% del budget annuale) ha scarsa influenza nella regione dei Grandi Laghi, dove l’imprenditoria italiana è praticamente tagliata fuori dai mercati in veloce crescita di Rwanda, Tanzania e Uganda.  Nel caso specifico del Congo il governo italiano ha ridotto ai minimi termini gli aiuti umanitari e la cooperazione bilaterale e rare sono le imprese italiane capaci di inserirsi correttamente nel difficile mercato congolese.

Silenzio assoluto da parte del Vaticano e della CENCO che si erano dichiarati contrari ai tagli finanziari e alla diminuzione dei caschi blu in quanto la MONUSCO è da loro considerata una forza cuscinetto allo strapotere del regime di Kabila e alle terribili azioni delle varie guerriglie all’est del Paese. Un silenzio opportuno per proteggere i rappresentanti della Chiesa Cattolica in Congo dalle vendette del regime. Vendette già attuate a partire dal febbraio 2017 come reazione ai tentativi del Vaticano di proporre una pace giusta e una soluzione democratica all’attuale crisi politica in Congo. Per tutto febbraio 2017 il Paese è stato teatro di attacchi e profanazioni di chiese cattoliche. Il Presidente Kabila è sospettato di essere il mandante.

Durante la riunione del 31 marzo il Consiglio di Sicurezza ha individuato come priorità assoluta ed immediata per la MONUSCO di creare un clima ideale affinché governo ed opposizione rispettino gli accordi proposti dal Vaticano il 31 dicembre 2016 detti ‘accodi di San Silvestro’. Anche sulla data delle elezioni il Consiglio di Sicurezza sostiene la Chiesa Cattolica: non oltre la fine di quest’anno. Si esorta inoltre il governo di Kinshasa a rafforzare la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente CENI a pubblicare un preciso calendario elettorale e ad effettuare una credibile registrazione dei cittadini aventi diritto di voto.

I propositi del Consiglio di Sicurezza sono stati tradotti subito in realtà tramite la missione in Congo del Rappresentante Speciale del Segreteria Generale delle Nazioni Unite: Maman Sambo Sidikou incaricato di condurre colloqui con governo e opposizione per rendere effettivo l’accordo di San Silvestro. Sidikou incontrerà anche i rappresentanti della CENCO, Chiesa Cattolica e società civile. «Dobbiamo lavorare tutti insieme per superare gli ostacoli che attualmente impediscono la tenuta delle elezioni credibili entro la fine del 2017» recita un sintetico comunicato stampa della MONUSCO. L’appoggio alla Chiesa Cattolica deciso dal Consiglio di Sicurezza ONU evidenzia che anche sull’aspetto politico il presidente americano Donald Trump è riuscito ad imporre la linea della Casa Bianca chiaramente antagonista all’attuale regime congolese.

Un compito assai arduo visto che il presidente Joseph Kabila ha strumentalizzato la buona fede della CENCO per ottenere un riconoscimento nazionale ed ufficiale del prolungamento del suo mandato presidenziale (scaduto il 19 dicembre 2016) senza però firmare gli accordi di San Silvestro. L’intenzione del dittatore congolese è quella di rinviare all’infinito la data delle elezioni (si parla già del 2019) per creare una situazione di fatto tendente alla Presidenza a Vita senza consenso popolare, sfruttando debolezze, divisioni e immaturità politica dell’opposizione.  La Commissione elettorale è stata strappata dal controllo della Chiesa Cattolica dopo la misteriosa morte del Vescovo Apollinaire Malu Malu avvenuta il  30 giugno 2016 a Dallas, Texas. Dal 2003 il Vescovo Malu Malu era stato nominato presidente prima della CEI (Commissione Elettorale Indipendente) e nel 2011 della CENI. Ora il nuovo presidente della CENI è una figura di paglia sotto stretto controllo di Kinshasa.

Come risultato la registrazione dei cittadini aventi diritto al voto è dominata da gravi irregolarità e completata solo al 20%. La CENI sta boicottando la registrazione impedendola a migliaia di cittadini congolesi ma offrendo carte elettorali a stranieri e rifugiati. Questo boicottaggio, abbinato al clima di violenze sui civili registratosi nell’est del Paese, rischia di escludere il 42% della forza elettorale congolese, compromettendo trasparenze e credibilità delle future elezioni. Avendo ricevuto il delicato mandato di far rispettare l’accordo di San Silvestro, la MONUSCO mette in gioco la sua credibilità politica proprio nel periodo storico che vari attori della comunità internazionale hanno deciso di evidenziare i fallimenti storici della missione di pace e di avviarla verso la chiusura attraverso diminuzioni progressive di fondi ed effettivi. In caso che prevalga la linea politica del presidente Kabila quali saranno le reazioni del contingente militare ONU in Congo?

Le elezioni presidenziali del 2017 e il rispetto dell’accordo di San Silvestro non sono le uniche prove a cui la MONUSCO è sottoposta. Le pulizie etniche compiute dai terroristi FDLR contro la tribù Nande nel Nord Kivu continuano anche se si registra una lieve diminuzione nelle città di Butembo e Beni. A queste pulizie etniche sono collegati il progetto di creare una HutuLand nel Nord Kivu e il tentativo di controllo della popolazione da parte di Kinshasa in chiave anti-ruandese anti-democratica con gravi rischi di eccidi di massa e violazioni dei diritti umani. In compenso è scoppiata una ondata di violenze nella provincia del Kasai provocate da milizie locali. La situazione si sta rapidamente deteriorando. Si parla di serie violazione dei diritti umani, fosse comuni e della presenza di mercenari stranieri. Secondo vari osservatori africani il neonato conflitto nel Kasai favorirebbe il piano di Kabila di ottenere un ennesimo rinvio delle elezioni per risolvere i problemi di sicurezza interna.

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