mercoledì, febbraio 21

Congo: la rinuncia ‘anomala’ di Kabila tra l’affare miniere, il Belgio e il Vaticano In settimana l’annuncio di elezioni entro il 2018 senza il rais, il cambio al vertice della Chiesa cattolica congolese, la guerra con le compagine minerarie internazionali, lo scontro con il Belgio

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Nei giorni scorsi Joseph Kabila -alla guida della Repubblica Democratica del Congo dal 2001- ha fatto sapere che non si ricandiderà alle elezioni presidenziali che il Congo attende di svolgere oramai da due anni -il secondo mandato di Kabila era scaduto nel 2016. Ad annunciarlo è stato il Ministro delle Comunicazioni e stretto collaboratore di Kabila, Lambert Mende.
Secondo quanto riferito da Mende a ‘Voice Of America, Kabila non ha mai voluto concorrere per un terzo mandato presidenziale, nonostante i ritardi, il Governo sta finendo la registrazione degli elettori nelle zone remote del Paese e  le elezioni si terranno secondo il calendario stabilito dalla commissione elettorale, entro dicembre 2018. Entro luglio Kabila indicherà un suo successore, o meglio un candidato di suo gradimento. Dichiarazione, per altro, in piena contraddizione rispetto a quanto dichiarato dalla Direttrice della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI), Corneille Nangaa, la quale,  sabato 27 gennaio, aveva annunciato che non sarà possibile indire le elezioni presidenziali e amministrative prima del 2023 -l’ultima data era stata fissata dalla stessa CENI per il 23 dicembre 2018. Kabila, lo stesso 27 gennaio,  in un discorso alla Nazione,  aveva riaffermato l’irreversibilità del processo elettorale in corso nella Repubblica Democratica del Congo, rassicurando l’opinione pubblica nazionale e internazionale che l’organizzazione delle elezioni era vincolata al calendario dettato dalla CENI e però «il calendario delle elezioni è attualmente in fase di dibattito presso la CENI», aveva detto.

L’annuncio di Mende di questi giorni farebbe ritenere volgere alla conclusione la crisi politica che proprio Kabila ha causato rimandando sine die il voto per il rinnovo della Presidenza e la serie di volente proteste e repressione delle medesime che hanno portato il Paese al caos e causato molti morti.
A distanza di alcuni giorni dalla dichiarazione di Mende nessun pronunciamento di conferma o smentita si è avuto da Kabila e nulla si è capito della strategia che sta dietro a questo annuncio. E definito il quadro di riferimento in cui la dichiarazione di Mende si è inserita, contesto l’analisi del quale permette di avere elementi per ipotizzare cosa ci potrebbe essere in questo annuncio arrivato inaspettato, dopo un mese di gennaio decisamente molto caldo   -iniziato con la marcia dei cattolici del 31 dicembre 2017 che chiedeva a gran voce a Kabila il rispetto degli accordi del San Silvestro precedente, quello del 2016, che regolava l’organizzazione del voto per il rinnovo della presidenza, e con l’intervento militare ugandese nel Nord del Kivu–  e in una manciata di giorni costellati da due eventi molto importanti, mentre sul fronte internazionale la tensione con il Belgio è costantemente cresciuta.

Il Vaticano decide di affiancare un coadiutore all’anziano arcivescovo di Khinshasa

A inizio settimana, il 6 febbraio, altrettanto inaspettato,è piombato l’annuncio dal Vaticano: Papa Francesco ha deciso di affiancare un coadiutore all’anziano arcivescovo di Khinshasa, cardinale Laurent Monsengwo Pasinya -79 anni, personalità autorevolissima in patria ma anche per tutta la Chiesa Cattolica essendo stato inserito dal Papa nel ‘C9’ che lo affianca nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa universale, come fanno i comunicati usciti dalle stanze vaticane. L’uomo scelto di fatto come successore è il cappuccino Fridolin Ambongo Besungu, finora arcivescovo di Mbandka-Bikoro e vice Presidente della Conferenza Episcopale della Repubblica Democratica del Congo dal giugno 2016, il quale, come recita la nota vaticana, «Par ses nouvelles fonctions, Mgr Fridolin Ambongo Besungu sera appelé à remplacer le cardinal Laurent Monsengwo», cioè sarà chiamato a sostituire il cardinale Monsengwo, secondo il diritto canonico, quando quest’ultimo darà le dimissioni, fino ad allora i due prelati saranno chiamati a lavorare insieme.

La motivazione della decisione del Papa sarebbe da ricercare nei fatti delle ultime settimane. La marcia dei cattolici del 31 dicembre era stata decodificata dagli osservatori locali come una fuga in avanti della Chiesa locale non concordata con il Vaticano, la quale, per altro, aveva ottenuto il risultato opposto, ovvero il rafforzamento di Kabila. Con la protesta nazionale indetta il 31 dicembre 2017, la Chiesa Cattolica aveva tentato un pericoloso gioco di forza per imporre un cambiamento di regime, promuovendo un nuovo Governo di ispirazione cristiana. Il mancato coordinamento con la Santa Sede era stato imputato alla bramosia di potere che da sempre il clero cattolico congolese nutre, e dal desiderio di realizzare il sogno di trasformare il Congo in uno Stato cristiano da loro controllato.  In pratica, la marcia del 31 dicembre sarebbe stata la copia esatta della Marcia dei Cristiani, avvenuta il 16 febbraio 1992. Operazione non riuscita che ha determinato uno scontro diretto tra Kabila e la Santa Sede, ma che ha anche aperto lo scontro tra la Chiesa locale guidata da Monsengwo da una parte e il Papa e la diplomazia vaticana dall’altra. La fuga in avanti dei vescovi congolesi, molti di essi ostili alla nuova politica di apertura al Rwanda voluta da Papa Francesco, non ha messo la Chiesa Cattolica nella posizione migliore per proporsi come mediatore autorevole, anzi, piuttosto è apparsa leader dell’opposizione. Dietro questa marcia, la cui organizzazione è stata formalmente attribuita al Comitato di Coordinamento dei Laici Cattolici , il cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, lo stesso che aveva gestito la Marcia dei Cristiani del 1992 e che dinnanzi alla sconfitta della medesima inaugurò la politica di collaborazione con il dittatore Mobutu Sese Seko che proseguì fino alla sua destituzione, nel maggio del 1997, quando le truppe ribelli guidate da Laurent-Désiré Kabila (padre dell’attuale Presidente) entrarono vittoriose a Kinshasa, grazie al supporto degli eserciti di Angola, Burundi, Rwanda e Uganda. I Vescovi bussarono alla porta di Desire Kabila nella speranza di poter instaurare un dialogo e una collaborazione ma trovarono le porte sbarrate. Da allora è proseguito il rapporto di collaborazionismo e antagonismo tra la Conferenza Episcopale Congolese e il Governo congolese.

Fridolin Ambongo Besungu, 59enne, è stato professore presso l’Università Cattolica di Kinshasa e vice-provinciale dei Padri Cappuccini della Repubblica Democratica del Congo, Presidente nazionale dell’Assemblea dei Superiori Maggiori (ASUMA) e della Circoscrizione dei Frati Minori Cappuccini in Africa (CONCAU). La figura è molto amata tra i cattolici del Paese e, per quanto sia noto per le sue posizioni anti-Kabila  -è stato tra i protagonisti dell’accordo di San Silvestro-, la sua nomina potrebbe non essere del tutto sgradita al Governo.
La nomina sembra, insomma, un segnale da parte vaticana, per un verso confermare la sua volontà di lavorare a fianco dei congolesi che chiedono il voto e garanzie perché questo avvenga in un clima libero, democratico, dall’altra riproporsi come mediatore forte e autorevole in grado di tenere a freno il clero più militante.

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