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Genocidio Nande / 3

Congo: la MONUSCO non ferma le pulizie etniche

L'accusa nei confronti degli uomini schierati dall'ONU nel Paese

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Durante l’inchiesta de L’Indro sulle pulizie etniche in corso da un anno nelle località di Beni, Bunia, Lubero e Butembo, Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo, abbiamo raccolto decine di testimonianze che incolpano la missione di pace ONU MONUSCO di complicità con le milizie genocidarie. Un’accusa molto grave supportata da centinaia di testimonianze e rapporti redatti dalla società civile e dai capi villaggio che, stranamente non sono mai riusciti a convincere le Nazioni Unite ad aprire una indagine all’interno del Comando militare della MONUSCO per verificare la veridicità delle accuse rivolte da una intera popolazione.

Smantellato il falso mito di un gruppo terrorista potente ed unico attore delle pulizie etniche contro l’etnia Nande, le testimonianze raccolte nel Nord Kivu evidenziano una incomprensibile passività dei Caschi Blu a proteggere i civili. Una passività che infrange il loro mandato e rischia di sconfinare in corresponsabilità di tentato genocidio. Riportiamo di seguito testimonianze relative a massacri etnici avvenuti nel distretto di Beni.

Maggio 2015 massacro presso il villaggio Kalongo. Sei vittime, incluso il capo villaggio e sua moglie. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, un nutrito gruppo di miliziani attaccò il villaggio nelle prime ore del pomeriggio rapendo diverse ragazze, razziando oggetti di valore, bruciando le case e uccidendo degli innocenti. Le violenze durarono tre ore. Vari abitanti del villaggio contattarono immediatamente il numero di emergenza dei responsabili MONUSCO per informarli dell’attacco. Vennero informati anche i posti militari dell’esercito regolare. I Caschi Blu giunsero sul luogo dell’eccidio la mattina dopo nonostante la loro base militare di Mavivi sia collocata a soli 3km dal villaggio. Un comunicato stampa della MONUSCO redatto per l’occasione afferma di aver ricevuto le segnalazioni telefoniche solo alle 22:30, diverse ore dopo le violenze a Kalongo. L’attivista congolese Bekere dimostrò ai media nazionali i messaggi SMS inviati al Comando MONUSCO della base Mavivi. Cinque i messaggi inviati tra le 15.10 e le 15.45 del pomeriggio. “È una precisa tattica della MONUSCO quella di arrivare sul luogo quando l’attacco è terminato. Forse non vogliono essere coinvolti in scontri a fuoco o forse non vogliono disturbare certe loro conoscenze” affermò Bekere.

Notte tra il 4 e il 5 luglio 2016, villaggio di Oicha, 30 km dalla città di Beni. Nove vittime tra cui cinque donne. Secondo la testimonianza del amministratore di territorio Amisis Kalonda, le milizie attaccarono il villaggio verso le 4 del mattino. Lo stesso Kalonda informò immediatamente il contingente malawiano della Brigata di Pronto Intervento della MONUSCO e la quarta brigata di fanteria dell’esercito congolese chiedendo immediato intervento. I soldati malawiani giunsero verso le 11 della mattina successiva e quelli congolesi non si fecero nemmeno vedere. I malawiani furono accolti dalla folla inferocita per la mancata assistenza con un nutrito lancio di pietre e furono costretti a ritornare alla loro base che dista 2 km dal luogo del massacro. La caserma dei soldati congolesi dista 800 metri dal villaggio attaccato. Nessun soldato FARDC è uscito a proteggere i civili.

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