sabato, giugno 23

Congo, Kabila: guerra al contro-potere della Chiesa Cattolica 8 morti e un centinaio di fermati tra sacerdoti e fedeli: è il bilancio delle manifestazioni dei cattolici contro il Presidente Joseph Kabila e la sua volontà di ricandidarsi

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A un anno dal così detto ‘Accordo di San Silvestro’ il Presidente del Congo Joseph Kabila ha sfidato la Chiesa cattolica apertamente, facendo uccidere e incarcerare sacerdoti e fedeli.

Almeno 8 morti e 82 persone fermate nella capitale Kinshasa e altre 41 nel resto del Paese. E’ questo il bilancio provvisorio delle manifestazioni di protesta organizzate lo scorso 31 dicembre dalla Chiesta cattolica contro  Kabila e vietate dalle autorità.
Le forze di sicurezza congolesi hanno utilizzato i gas lacrimogeni e granate per impedire le manifestazioni della comunità cattolica contro il Capo dello Stato, e nelle ore precedenti erano stati bloccati internet e i servizi di telefonia mobile in particolare gli sms.

Le manifestazioni erano state organizzate nell’anniversario dell’‘Accordo di San Silvestrodel 31 dicembre 2016, mai formalmente sottoscritto e ufficializzato dal Presidente Joseph Kabila.
L’ accordo, frutto di un meticoloso lavoro politico della diplomazia vaticana attuato dai Vescovi cattolici congolesi (la Conferenza Episcopale Congolese, CENCO) e da alcune Organizzazioni Cattoliche internazionali, intendeva risolvere la grave crisi politica in Congo scoppiata dopo l’annuncio di Kabila di voler accedere al terzo mandato presidenziale contro la volontà popolare e contro la Costituzione.

L’accordo prevedeva che venissero organizzate le elezioni non oltre marzo 2017, e l’opposizione si impegnava a rispettare l’estensione del mandato del Presidente. Al rais era stato chiesto di preparare serie e trasparenti elezioni e di non presentarsi come candidato. Il Governo sembrava aver accettato la proposta e si doveva nominare un nuovo Primo Ministro, scelto tra i principali partiti di opposizione. L’accordo di San Silvestro era stato pubblicizzato dal Vaticano, presentandolo come un successo diplomatico e una dimostrazione pratica di come la diplomazia della Santa Sede potesse risolvere pacificamente pericolose crisi politiche nazionali. Kabila, però, non ha mai firmato tale accordo raggiunto durante la riunione del 31 dicembre 2016, rendendo il documento lettera morta. Verso la fine di febbraio 2017 si capì chiaramente che la CENCO era stata ingannata dal Presidente Kabila.

Inganno che pesa come un macignio per il Vaticano, in quanto  vanifica tutti gli sforzi di pace compiuti per la popolazione  dello strategico Paese africano.

I manifestanti del 31 dicembre chiedevano al Presidente Kabila di dichiarare pubblicamente che non estenderà il suo potere oltre il limite costituzionale di due mandati, dunque, che non si ripresenterà candidato e un ‘calendario elettorale consensuale’ anziché quello attuale, che ora prevede elezioni il 23 dicembre 2018. .

Lo scorso febbraio Kabila aveva diramato l’ordine di iniziare, su tutto il territorio nazionale, una campagna di sensibilizzazione tra la popolazione per la riforma costituzionale che annulli il limite dei due mandati presidenziali, rinviando le elezioni al 2018. Contestualmente: escalation delle violenze sulle popolazioni all’est del Paese, pulizia etnica contro la tribù Nande nei distretti di Beni, Bunia, Butembo e Lubero; processo di colonizzazione del Nord Kivu da parte di hutu ruandesi controllati dal gruppo terroristico Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR), principale alleato militare e socio economico all’est della Famiglia Kabila; e ondata di violenze contro i luoghi di culto, iniziata lo scorso 18 febbraio con il saccheggio del Seminario di Malole Kananaga, nella provincia del Kasai centrale, famoso per aver formato un gran numero di Cardinali e Vescovi congolesi.

La Chiesa Cattolica ha iniziato, nell’ultima decade del regime di Mobutu Sese Seko (anni Novanta), a costruire un contro-potere politico ed economico in Congo, sostituendo lo Stato nei principali servizi sociali, educazione e sanità in primis. Una florida industria nazionale si è creata attorno a questi servizi sociali, posizionando la Chiesa Cattolica come il primo attore nazionale in grado di offrire educazione e cure mediche di buona qualità a prezzi accessibili alla popolazione. Durante il travagliato periodo della fallita rinascita del Congo (1996), Seconda Guerra Pan Africana (1998 – 2004) e il secondo mandato presidenziale di Kabila (2011 – 2016) la Chiesa Cattolica ha tentato di affermarsi come guida morale del Paese, trovandosi spesso in conflitto con il regime.

Il fallimento della mediazione della Santa Sede lo scorso dicembre avrebbe avuto pesanti ripercussioni per il clero cattolico congolese e il Vaticano. Avrebbe evidenziato a livello nazionale l’incapacità della CENCO di essere un attore politico al di sopra delle parti capace di risolvere le problematiche nazionali evitando un fiume di sangue. Il potente network economico creato nei settori educazione e sanità avrebbe rischiato di essere delegittimato. Il fallimento della mediazione avrebbe dato il via libera alla soluzione militare portata avanti da forze armate nell’est che il clero cattolico congolese identifica come la soluzione peggiore. L’ultima carta giocata dal Vaticano era stata quella di minacciare il Governo di interrompere tutti i servizi sociali che garantisce da almeno 30 anni. Per la prima volta nella storia del Congo la Chiesa Cattolica è riuscita a introdurre il concetto di responsabilità politica dei leader congolesi. La CENCO aveva minacciato di rendere pubbliche le azioni di boicottaggio attuate dai rappresentanti del Governo e dell’opposizione. Azione che avrebbe eroso quel poco di credibilità che i politici congolesi ancora hanno creando le basi per una sollevazione popolare a livello nazionale.
L’azione il 31 dicembre 2016 sembrò riuscita, invece Kabila si è preso gioco dei vescovi e l’accordo, anzi, ha aperto una fase molto complicata per la Chiesa cattolica nel Paese.
Il 14 marzo Papa Francesco ha annullato la visita a Kinshasa, prevista tra luglio e agosto 2017. A inizio giugno, nel corso di una insolita intervista al quotidiano tedesco ‘Der Spiegel‘, Kabila nega che ci sia mai stato un Accordo per le elezioni con CENCO. I vescovi, a fine giugno, rispondono con un appello nazionale a tutti i fedeli e i cittadini congolesi a mobilitarsi in difesa degli accordi di San Silvestro e in poco tempo hanno organizzato un primo nucleo di 200 attivisti politici in 47 diocesi sparse per il Congo con il compito di organizzare manifestazioni popolari pacifiche su tutto il territorio nazionale. A luglio sembrava si fosse aperto uno spiraglio per una riapertura del dialogo tra Chiesa e Governo, poi a settembre l‘ufficializzazione del rinvio del voto al 2018.
«Questa è la prima volta dall’inizio di questa presidenza, nel 2001, che il potere attacca le chiese piene di persone che venivano a pregare al momento della messa», ha affermato in queste ore un missionario citato da ‘La Croix’. Ma sono mesi oramai che le chiese e i seminari sono sotto attacco.

I limiti dell’Accordo di San Silvestro erano già evidenti al tempo a molti osservatori. “Il clero cattolico ha raggiunto un importante traguardo consolidando la sua reputazione in Congo ma non ha offerto soluzioni durature alla popolazione. La problematica di fondo, la volontà di Kabila di mantenere in eterno il potere, rimane irrisolta. Nell’accordo vi è contemplata la possibilità per Kabila di indire un referendum costituzionale. Per Joseph Kabila l’accordo firmato è uno stratagemma per prendere tempo. Durante questo anno il regime avrà tutte le possibilità di attuare manovre tese a rendere perenne il potere di Kabila, ridurre all’impotenza l’opposizione politica, prepararsi al conflitto armato e consolidare alleanze regionale e con potenze straniere ancora disposte a sostenere (per evidenti interessi economici) questo regime cleptomane: Cina e Russia”, ci sottolineava, un anno fa, un osservatore in loco.
Inoltre veniva rimproverato alla Chiesa cattolica di aver promosso una politica ambigua nel Paese, a fasi alterne pro o contro il regime. “La CENI (Commissione Elettorale Nazionale Indipendente) è sempre stata controllata dai Vescovi cattolici, tra questi il Vescovo Apolinaire Malu Malu  (deceduto nel luglio 2016), e da oscure eminenze grigie quali Padre Minani, personaggio chiave della strategia cattolica della conquista del potere in Congo sospettato di origini hutu ruandesi e di simpatie per l’ideologia razial-nazista del HutuPower. Nel 2005 la CENI ha avvallato i falsi risultati elettorali consegnando la vittoria a Joseph Kabila, in comune accordo con Stati Uniti, Unione Europea e ONU. Tutti, Vaticano compreso, erano a conoscenza delle frodi elettorali compiute, ma all’epoca Kabila era considerato l’unico attore politico capace di dare stabilità al Congo e alla Regione dei Grandi Laghi. Nelle elezioni del dicembre 2010 la CENI non è stata in grado nemmeno di fornire i dati definitivi. Joseph Kabila è stato eletto sulla base di risultati provvisori con milioni di schede che marcivano nei cortili degli uffici della CENI sparsi per il Paese. All’epoca nessuna condanna per il secondo mandato ottenuto con frodi è stata pronunciata dalla CENCO o dal Vaticano”.

C’è da attendere ora che succederà nelle prossime settimane, di certo il Vaticano non starà a guardare. Due letture contrapposte sono sul tappeto. La prima: quella che vuole la Chiesa cattolica congolese al di sopra delle parti e al servizio della popolazione, in una nuova formulazione figlia della politica di Francesco nella regione dei Grandi Laghi. La seconda: la Chiesa Cattolica in Congo aspira al potere temporale, sogna di trasformare il Congo in un Paese a guida cattolica, il primo in Africa. Sullo sfondo, ma per nulla in secondo piano, le violenze etniche che si stanno moltiplicando nel Paese e che sono direttamente connesse alla volontà di Kabila di restare al potere e che la Chiesa non potrà certo ignorare nell’elaborare la sua risposta al Governo.

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