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Congo Brazzaville, giornalisti Rai3 arrestati: cosa nascondono Nguesso ed ENI?

Prima dell’arresto dei due giornalisti, il Governo di Brazzaville ha interrotto le comunicazioni internet e telefoniche per impedire l'invio a RAI 3 dell’intervista con Fabio Ottonello
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Grazie alla intensa attività diplomatica dell’Ambasciatore Andrea Mazzella, supportata dal Ministero degli Interni italiano, Luca Chianca e Paolo Palermo, inviati speciali della trasmissione ‘Report‘ di Rai3, arrestati il 15 marzo scorso a PointPoint Noire, nel Congo Brazzaville, sono stati liberati potendo rientrare in Italia lunedì 20 marzo. La detenzione nel Paese africano poteva complicarsi, e i tempi di liberazione dilatarsi costringendo Chianca e Palermo a subire una incerta sorte condivisa da decine di connazionali detenuti nelle galere africane -ricordiamo Christian Provvisionato detenuto in Mauritania sotto accusa di truffa informatica ai danni del Governo.
La vicenda di Christian Provvisionato, da 19 mesi in carcere a Nouakchott, capitale della Mauritania, in attesa di processo, è legata ad un complicato caso di spionaggio internazionale che vede coinvolta una società italiana, la Hacking Tean, come rivelano i file di Wikileaks,  probabilmente associata alla Wolf Intelligence, una multinazionale della cyber sicurity con sede centrale a Monaco, in Germania.

Chianca e Palermo sono stati più fortunati. La loro disavventura è durata solo 5 giorni e ha avuto un lieto fine. Eppure la vicenda nasconde lati oscuri. Secondo quanto riportato dalle autorità congolesi all’associazione internazionale in difesa dei giornalisti Reporter Sans Frontieres – RSF i due giornalisti italiani «si sono messi loro stessi nei problemi, entrando in Congo con dei visti turistici per condurre una inchiesta giornalistica. Nella pratica giornalistica in Congo si deve venire a viso scoperto». Questo è quanto afferma Tierry Moungalla il portavoce del Governo congolese durante un colloquio telefonico con RSF.  Una versione dei fatti che non convince l’associazione internazionale. Secondo le sue fonti i due giornalisti si erano recati in Congo per intervistare l’imprenditore Fabio Ottonello, sospettato di aver messo a disposizione un aereo privato per il trasporto in Svizzera di una parte della tangente destinata alle autorità nigeriane offerta dalla multinazionale italiana ENI. Stessa versione viene offerta sul sito di ‘Rai 3‘.

Il fatto risale al 2009, quando l’ENI si dimostra interessata ad acquisire assieme alla Shell il giacimento petrolifero Opl245, uno dei più importanti del Paese africano. Nel 2009 iniziano le trattative con il Governo nigeriano gestite, per conto di ENI, da un intermediario: Emeka Obi. Nel 2011, l’ENI bonifica 1,09 miliardi di dollari a un conto vincolato del Governo nigeriano presso la banca JP Morgan Chase a Londra.
Le evidenze emerse dall’inchiesta della magistratura italiana parlano di condotta illecita della transazione.  L’indagine condotta dai PM di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro si conclude nel dicembre 2016. Vengono indagati per corruzione internazionale l’ex Amministratore delegato della ENI, Paolo Scaroni, e il suo successore, Claudio Descalzi, all’epoca a capo della divisione petrolifera del gruppo.

I due inviati di ‘Report‘, secondo le autorità congolesi, sarebbero giunti nel Paese senza chiedere di essere accreditati. Per questo sono stati arrestati. Reporter Sans Frontiers ha versione diversa. Chianca e Palermo erano si giunti in Congo Brazzaville con visti turistici, ma avevano immediatamente chiesto di essere accreditati come giornalisti al Governo tramite le autorità consolari italiane. Quindi, nessuna operazione segreta o illecita è stata compiuta. Sotto pressione lo stesso portavoce Moungalla conferma la versione di RSF. «Sono stato informato dalle autorità consolari italiane della loro volontà di essere accreditati per un reportage che intendevano fare qui in Congo. E mi sono rifiutato».
Il Governo congolese ha l’autorità di rifiutare di accreditare due giornalisti e, se convinto della loro malafede, di espellerli dal Paese. Per il caso di Chianca e Palermo il Governo di Brazzaville ha deciso di andarci giù pesante arrestandoli presso la città portuaria e snodo petrolifero di esportazione Point-Noire. Le Autorità congolesi hanno sequestrato l’apparecchiatura tecnica dei due giornalisti e li hanno rinchiusi in prigione, dove hanno subito trattamenti disumani e senza formali accuse. Dopo qualche giorno sono stati liberati ed espulsi dal Congo. Secondo le indagini condotte da RSF, i due giornalisti sono stati rinchiusi in una cella di due metri quadrati piena di insetti e sporcizia. Sarebbero stati sottoposti a forti pressioni psicologiche.

Reporters Sans Frontieres rivela particolari inediti. Qualche ora prima dell’arresto dei due giornalisti, il Governo di Brazzaville ha dato ordine di interrompere le comunicazioni internet e telefoniche in tutta la regione di Pointe-Noire.  Edifici pubblici, scuole, ospedali, aziende private e 1,1 milioni di cittadini congolesi abitanti nella regione sono stati privati, per quasi tutta la giornata del 15 marzo, delle comunicazioni allo scopo di impedire ai giornalisti di inviare a RAI 3 l’intervista con l’imprenditore Fabio Ottonello. Un simile provvedimento è normalmente preso dai governi africani in caso di gravi disordini sociali o colpo di Stato. Sono misure considerate dalle intelligence del continente ‘estreme’ e autorizzate esclusivamente in caso di grave pericolo alla sicurezza nazionale.
L’intervista ad un imprenditore italiano a Point Noir non può rappresentare un grave pericolo alla sicurezza nazionale, eppure queste misure estreme sono state immediatamente attuate dai massimi vertici del Governo di Brazzaville. Sempre secondo Repoters Sans Frontieres, la liberazione dei due giornalisti italiani è stata ottenuta assecondando la richiesta  sine qua non delle autorità congolesi della confisca del loro materiale elettronico e la cancellazione di tutti i dati. Alla luce di queste informazioni è evidente che il Governo di Brazzaville era intenzionato a impedire la diffusione dell’intervista.

Qualcosa non quadra. Perché il Governo congolese si dovrebbe dimostrare così intenzionato a impedire a tutti i costi la diffusione dell’intervista riguardante uno scandalo avvenuto in Nigeria? Paese che non ha particolari relazioni con il Congo Brazzaville. Impossibile non ipotizzare che l’ordine sia venuto direttamente dal Presidente  Denis Sassou Nguesso che comanda il Paese con il pugno di ferro, dopo aver vinto la guerra civile da lui stesso provocata negli anni Novanta. In Congo nessuna azione di tale rilievo con implicazioni internazionali contro occidentali è possibile senza il green light del dittatore Nguesso che ha ottenuto nel 2016 un terzo mandato presidenziale, contro la Costituzione e la volontà popolare.
Chi voleva difendere Nguesso?

Nel Congo Brazzaville opera da anni l’ENI, oggetto delle inchieste dei due giornalisti di Rai 3. Dal 2013 è un Paese strategico per il cane a sei zampe. Il legame tra ENI e il Paese africano è cementato da amicizie personali con il dittatore Nguesso e la sua famiglia, trattato con i guanti di velluto dal Governo italiano nonostante le accuse internazionali di gravi violazioni dei diritti umani commesse contro la sua popolazione.
Durante la guerra civile (1993 – 1999) le milizie Cobra di N’Guesso commisero orribili crimini contro l’umanità. Dal 2006 il dittatore e la sua famiglia sono accusati, dalla comunità internazionale, di trattenere la maggior parte delle ricchezze del Paese, lasciando letteralmente morire di fame la popolazione.
Nonostante ciò, nel febbraio 2015 questo Capo di Stato africano detestato da molti suoi omologhi in Africa, e dal quale la Francia ha preso le distanze,  venne ricevuto con tutti gli onori dall’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Durante la visita furono firmati importanti accordi (miliardari)  per lo sviluppo energetico in Congo con ENI, e la formazione – assistenza in campo ferroviario con il gruppo FS Italiane.
L’Italia e l’Eni sono interlocutori privilegiati della famiglia del Presidente.

L’ENI sembra godere di un potere immenso nel Paese africano. Un potere che permette azioni estrattive altamente dannose per l’ambiente e la salute dei cittadini. A denunciarlo, nel 2016, è il Network di Fede e Giustizia Africa Europa (AEFJN) in un articolo denuncia: ‘Le attività dell’ENI nel Congo-Brazzaville. AEFJN è una associazione cristiana di attivisti dei diritti umani e avvocati, fondata nel 1988, con l’obiettivo di promuovere la giustizia nei rapporti commerciali e politici tra Unione Europea e Africa. Oltre a numerose antenne in Africa, AEFJN ha 13 uffici in Europa (Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Malta, Olanda, Spagna, Polonia, Portogallo, Svizzera e Gran Bretagna).

«Le attività del gigante petrolifero italiano ENI in Congo-Brazzaville sono un interessante esempio di comportamento dubbioso delle multinazionali europee che operano all’estero, in particolare nei Paesi in Via di Sviluppo. ENI usa in Congo metodologie di estrazione petrolifera tra le più dannose per l’ambiente e la salute umana rendendo ridicolo il codice etico da essa stessa adottato», denuncia la AEFJN nel suo articolo, mai riportato dai media italiani.
L’articolo, pubblicato sull’autorevole sito internazionale, ha spinto la Fondazione Heinrich Böll a condurre  analisi relative a documenti interni a ENI, da dove si avvince che oltre il 50% delle zone congolesi destinate alle attività petrolifere sono soggette alle tecniche di estrazione denominate tar sand. Ovvero idrocarburi non convenzionali perchè sono in forma semi-solida e sono un miscuglio di sabbia e argilla compattata con bitume e asfalto. Nello stato di Alberta, Canada  le tar sands coprono un’area di 140,000 chilometri quadrati – più grandi dell’Inghilterra e sono coperte da uno strato di foresta boreale. Secondo la International Boreal Forest Conservation  l’estrazione e la raffinazione di questi tipo di idrocarburi è il processo più inquinante che si conosca e quello a maggior emissione di CO2, con drenaggio delle zone umide, deviazione dei fiumi e distruzione di tutti gli alberi e vegetazione della foresta). Come in Canada anche in Congo Brazzaville questa tecnica estrattiva sta creando gravissimi danni ecologici, costossismi da risanare. Secondo gli esperti il costo di risanamento ambientale è 125 volte superiore al costo di estrazione del petrolio dalle tar sand.

Queste attività considerate illegali nella maggioranza dei Paesi africani sono possibili in Congo Brazzaville grazie alla deficienza legislativa del settore petrolifero. L’intervento della Fondazione  Heinrich Böll ha vanificato gli sforzi all’epoca compiuti da Paolo Scaroni di smentire l’inchiesta condotta da AEFJN dichiarando che la multinazionale non ha mai condotto simile pratica di estrazione nel Congo Brazzaville.

Nonostante le misure estreme adottate dal Governo di Brazzaville per impedire la diffusione in Italia dell’intervista sul caso di corruzione in Nigeria che coinvolge direttamente l’azienda di Stato italiana, la redazione di ‘Reporter‘ ha annunciato che oggi, lunedì 27 marzo, l’inchiesta ENI andrà comunque in onda alle 21.30 su Rai3.

L’Indro‘ pubblica (qui) la traduzione integrale  dell’inchiesta condotta nel 2016 dall’associazione internazionale AEFJN sui gravi danni ambientali provocati dall’ENI in Congo Brazzaville. Inchiesta inspiegabilmente  ignorata  dai media italiani.

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