sabato, dicembre 16

‘Commercio per tutti’? L’Italia come attore dell’ Europa Globale Gestire la globalizzazione in ambito unitario. Una sfida per l’Italia, oltre l’approccio intergovernativo. Intervista a Luciano Monti, Docente di Politiche dell’UE alla LUISS di Roma e Condirettore Scientifico della Fondazione Bruno Visentini

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Ripresa economica, crescita, occupazione e sviluppo sostenibile: sono gli obiettivi primari della Strategia Europa 2020, definita al termine del ciclo decennale della Strategia di Lisbona, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale nella quale tali obiettivi dovrebbero convergere. In questo quadro strategico si colloca anche una nuova politica commerciale che coinvolge i 28 Paesi dell’ eurozona.

L’attuale approccio dell’Unione Europea al commercio si traduce in un obiettivo ambizioso quanto essenziale alla sua identità politica: gestire la globalizzazione consapevolmente, secondo un’economia fondata sulla conoscenza, orientandola alla coesione sociale, alla riduzione delle diseguaglianze e alla crescita competitiva.  Questo carattere di sistema commerciale ‘aperto’ è fondato sugli obblighi multilaterali assunti dall’Unione nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Secondo quanto comunicato dalla Commissione europea il 13 settembre scorso a Bruxelles, l’UE concorre a riformare l’agenda dell’OMC «con l’obiettivo di modernizzare le regole del commercio mondiale e di ristabilire la preminenza dell’OMC nella regolamentazione, soprattutto in un momento di crescente protezionismo».

Partendo da una riequilibratura interna ai diversi Stati membri, da realizzarsi mediante politiche di welfare e inclusione sociale coniugate con aspetti di innovazione e nuovi investimenti nei diversi settori (come quello energetico e agroalimentare), la politica commerciale dell’Unione assumerebbe una portata globale con effetti redistributivi al suo interno.  Nella prima Relazione – pubblicata nella stessa data del documento sopra citato – sull’attuazione della Strategia ‘Commercio per tutti’ varata nell’ottobre 2015, rispetto agli effetti negativi della globalizzazione si legge che «L’UE si adopera per aiutare coloro che hanno subito ripercussioni negative ad adattarsi alla nuova situazione e per aumentare la resilienza dell’economia europea ai cambiamenti ». Dopo aver portato ad esempio la modernizzazione e il successo sul mercato internazionale del settore agroalimentare, si sottolinea l’impegno, da parte della Commissione, a «rendere più flessibile il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione», sia in aiuto alle imprese in difficoltà che fornendo assistenza preventiva alla forza lavoro e ai sistemi economici locali, «anticipando (…) i mutamenti dinamici dovuti alla globalizzazione e al progresso tecnologico».

Per ciò che riguarda la concorrenza paritaria e gli investimenti esteri diretti nell’Unione, l’Italia occupa un ruolo di primo piano. In proposito, il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha appoggiato in pieno – concordi gli omologhi francese e tedesco –  la proposta avanzata dal Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker in materia di controllo su investimenti stranieri in attività strategiche, specie se relative a imprese statali o a controllo statale. Una adeguata base giuridica, in questo senso, garantirebbe all’ apertura dei Paesi UE al mercato globale una effettiva protezione da ingerenze e acquisizioni sleali di Paesi terzi (Cina in primis) rispetto ad asset industriali di particolare importanza (ad esempio: energia, telecomunicazioni, hi-tech, industria aeronautica).

Fatte queste premesse, ci domandiamo cosa implichi, per l’Italia, agire in tale contesto strategico, che propone di affrontare le sfide globali con un esercizio di equilibrio capace di contrastare le derive neoliberiste ed evitare l’ombra del protezionismo.  Lasciamo la parola a Luciano Monti, Docente di Politiche dell’UE alla LUISS di Roma e Condirettore Scientifico della Fondazione Bruno Visentini.

Professor Monti, con una Comunicazione del 2006, la Commissione europea lanciava la Strategia ‘Un’Europa Globale – Competere nel mondo’volta a coniugare concorrenza, apertura al mercato e giustizia sociale. Come si è evoluta in termini di novità, criticità e feedback la politica commerciale europea negli ultimi undici anni?

La strategia ‘Un’Europa Globale’ del 2006 fu immaginata a valle della ridefinizione, avvenuta l’anno precedente, della Strategia di Lisbona (2000), i cui obiettivi di sostegno alla crescita economica e all’occupazione, previsti per il 2010, sono stati largamente disattesi. La crisi finanziaria e la successiva lunga recessione imposero e, tuttora, impongono molte riflessioni su due fondamentali criticità (in sintesi): l’approccio talvolta eccessivamente liberista alla base dei negoziati e il diffuso approccio intergovernativo.

A conferma della prima criticità, penso alle tribolazioni e, in seguito, al naufragio del Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP), negoziato con gli Stati Uniti per il libero commercio e gli investimenti. La seconda criticità è comprovata dall’esiguità delle risorse nel bilancio europeo all’omonima voce ‘Europa Globale’. Per fare un esempio, quest’ultima prevede, per l’anno in corso, stanziamenti per poco più di 10 miliardi di euro, pari appena al 6% degli stanziamenti complessivi annui a bilancio UE per il settennato 2014-2020.

Non sorprende dunque che, nella Relazione sull’attuazione della Strategia ‘Commercio per tutti’ della Commissione, pubblicata proprio in concomitanza con il Discorso sullo stato dell’Unione di Juncker, si ammetta che anche tale Strategia, varata appena due anni prima, abbia dovuto e debba confrontarsi con un contesto considerevolmente mutato. Si legge nella Relazione di come in Europa si sia svolto «un dibattito pubblico senza precedenti sullo scopo e sulla legittimità degli accordi commerciali, collegato alle crescenti preoccupazioni per gli effetti della globalizzazione». «Nell’ambito del commercio mondiale», continua la Relazione, «la ripresa del protezionismo è un pericolo reale. Il ricorso sempre più frequente, anche da parte delle maggiori economie, a politiche nazionali che danneggiano gli altri paesi compromette il sistema commerciale multilaterale basato su regole».

È tuttavia incoraggiante notare come, sia nel discorso dell’Unione che nella menzionata Relazione, vi sia ormai la consapevolezza che le questioni commerciali non possano essere tenute dissociate dalla strategia globale di sviluppo, che passa dagli impegni assunti in sede di Agenda 2030 (con il perseguimento dei suoi 17 obiettivi) e il nuovo pilastro sociale affermato ora a Göteborg. Sottolinea la Relazione in proposito che «Il commercio esplica effetti positivi sull’occupazione, dato che nell’UE un lavoro su sette (oltre 31 milioni di posti di lavoro) dipende dalle esportazioni» e che «Nell’UE i posti di lavoro connessi alle esportazioni sono in media anche meglio remunerati, se si considera che il premio salariale può arrivare al 16%».

Nel Discorso del 13 settembre, da Lei citato, Jean-Claude Juncker ha ribadito l’importanza della reciprocità commerciale. Quali sono i limiti dei nuovi accordi commerciali e che ruolo ha l’Italia come attore, sia europeo che sovrano?

Per rispondere credo sia doverosa una premessa circa il ruolo che l’Europa potrà svolgere come partner commerciale nel mondo nei prossimi anni. L’Agenzia europea Espas stima che, nel 2020, soltanto la Germania e la Gran Bretagna figureranno tra i primi 7 grandi attori della globalizzazione. Solo nel 2010, in questa particolare classifica i Paesi europei erano 4, ovvero – oltre ai precedenti due – anche Italia e Francia. Nel 2030 l’unico paese Europeo presente tra i ‘magnifici 7’ sarà ‘extracomunitario’, cioè la Gran Bretagna. Questo deve far riflettere sulla necessità di apertura dei mercati europei ad altri mercati, ma anche sulla necessità di verificare bene l’impatto di tali aperture non solo sulle economie dei Paesi membri, ma anche e soprattutto sulle economie territoriali.

Un altro indicatore da tenere presente per l’agenda sui negoziati con Paesi extraeuropei, dovrebbe essere anche quello della rilevanza strategica per l’Europa. Senza nulla togliere a Nuova Zelanda e Australia, al primo posto porrei dunque un consolidamento e una messa in sicurezza della bilancia energetica e dei suoi approvvigionamenti: penso ai nostri fornitori di energia primaria.

 

Cosa pensa della proposta di ottobre sugli investimenti stranieri e cosa cambierebbe per un Paese destinatario di investimenti diretti esteri come l’Italia – in particolare nei settori strategici della difesa e dell’energia? In base a questa iniziativa di equità commerciale, è possibile comparare, con l’aiuto di un esempio, la posizione dell’Italia rispetto a quelle di Francia e Germania? 

Sulla scorta del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato dal Presidente Juncker, la Commissione ha lanciato un pacchetto di proposte in materia di commercio e investimenti per realizzare un’agenda commerciale ambiziosa e innovativa. Tra queste proposte un quadro europeo per il controllo degli investimenti esteri diretti, inteso a garantire che questi non compromettano gli interessi strategici dell’UE in termini di sicurezza e di ordine pubblico.

Non credo, tuttavia, che il punto di partenza corretto sia quello di definire a priori i settori da considerare strategici per un Paese membro. Se pensiamo all’Italia, considererei strategico oggi il settore della grande distribuzione, che in buona misura è invece detenuto da grandi operatori esteri, e meno strategico quello della difesa, le cui forniture sono quasi sempre frutto di partenariati internazionali e seguono specifiche varate in ambito Nato. L’Italia poi, come la Germania e a differenza della Francia, ha una tradizione industriale importante e credo che talune filiere di questo comparto siano da considerarsi strategiche per la loro capacità di innovazione, in grado di sostenere la competitività del Paese. Rimanendo in tema di energia, volendo fare un esempio in proposito, i cospicui incentivi a sostegno della acquisizione di pannelli fotovoltaici non sono stati inquadrati nel nostro Paese in una coerente e corrispondente strategia industriale, tanto che tali contributi sono di fatto finiti a potenziare la competitività di grandi produttori extraeuropei.

Quale alternativa suggerisce a questo sistema?

Non sto, ben inteso, invocando misure protezionistiche, ma politiche industriali a sostegno delle nostre eccellenze e tradizioni. Proprio per non cadere nel rischio del protezionismo nazionalista, è opportuno che tale politica sia condotta a livello europeo. Affinché prendano peso le parole pronunciate dal Vicepresidente Jyrki Katainen circa l’auspicato ruolo-guida dell’UE nel commercio mondiale, è necessario uscire dal cappio intergovernativo e dal controllo dei Paesi che, in questo sistema, hanno regolarmente il sopravvento.

Ritiene che l’Europa del futuro sarà quella di un’Unione allargata, ma integrata, o una realtà a diverse ‘velocità’?

Non immagino né una nell’altra. Ulteriori allargamenti allo stato delle cose mi paiono molto improbabili e auspicabili, ora che il ‘grande pretendente’, cioè la Turchia, ha assunto politiche inconciliabili con l’acquis comunitario. Sono inoltre contrario alle ‘due velocità’ partendo dal presupposto che questo finirebbe per spaccare in due molti dei Paesi membri. Pensiamo all’Italia, con i persistenti e irrisolti divari regionali: a quale Europa dovrebbe aderire, a quella ‘veloce’ o a quella ‘lenta’? Anche i percorsi tracciati nel Libro Bianco di Juncker, presentato prima della Dichiarazione di Roma di quest’anno, appaiono più che altro esercizi di scuola.

Personalmente, ritengo che il problema non sia tanto l’accelerazione o meno del processo di integrazione, ma la condivisione di una agenda che, come emerso dal Summit di Göteborg, non può che partire dalla grande domanda sociale proveniente dai cittadini europei.

A quali cittadini sta pensando?

In particolare a quelli più giovani, che da un lato non potranno mai godere della sicurezza sociale assicurata ai loro padri, ma, dall’altro, potranno approfittare delle grandi sfide della globalizzazione digitale, dei nuovi paradigmi economici e delle relazioni industriali e commerciali che sono solo alle porte.

 

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