venerdì, aprile 20

Come le ‘terre rare’ sconvolgeranno la Terra La scoperta di un giacimento di terre rare potrebbe mutare gli equilibri geopolitici

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La notizia è passata sotto traccia, ma potrebbe rivoluzionare gli assetti geopolitici ed economici mondiali: è stato ritrovato, in territorio giapponese, un enorme deposito di metalli, dette terre rare, tale da poter soddisfare il fabbisogno mondiale per diversi secoli – secondo alcune stime, risulterebbe coperto un periodo di tempo compreso fra i 600 e gli 800 anni, a seconda del particolare elemento chimico considerato. Fino ad oggi, la Cina deteneva una posizione assolutamente dominante nella estrazione ed esportazione di questi prodotti, ma la recente scoperta potrebbe spostare l’asse in direzione giapponese.

Ma chiariamo subito un punto: che cosa sono le terre rare? Con questa locuzione si intendono tutti quei diciassette elementi chimici che in questo momento stanno permettendo a questo articolo di essere letto sui computer di casa, o di essere sfogliato dagli smartphone di chiunque. Sono minerali che contengono elementi come il lantanio, il disprosio, l’itterbio e altri metalli della tavola periodica di Mendeleev. Vengono utilizzati per i veicoli ibridi, per le batterie ricaricabili, per le turbine, per la costruzione di diodi ad emissione luminosa, oltre ad avere una vasta serie di applicazioni in campo medico e, soprattutto, militare, ragione per cui i diciassette elementi delle terre rare assumono un’importanza e un significato strategico altissimo. In poche parole, costituiscono tutto ciò che rende funzionanti gli ultimissimi ritrovati tecnologici dei nostri tempi e si prevede che rivestiranno un’importanza sempre più grande negli anni a venire. La percentuale di questi metalli negli strumenti tecnologici in cui vengono impiegati è molto bassa: si parla di percentuali che ruotano attorno all’1% (esistono tuttavia eccezioni), ma, senza questa piccola quantità, non potrebbero esistere la grandissima maggioranza dei prodotti hi-tech dei nostri tempi. Si possono considerare come il petrolio del III millennio, per vastità di possibili utilizzi, valore economico-finanziario e conseguente corsa per accaparrarsi e per ricercare giacimenti sempre più ricchi e, quindi, più preziosi.

Attorno ad essi si è scatenata una vera e propria bagarre per poter aggiudicarsi questi preziosi minerali, ma la Cina ha da subito giocato la parte del leone. Già dai tempi di Deng Xiaoping, il gigante asiatico ha intuito le grandi potenzialità di questi metalli e, approfittando del vasto territorio a propria disposizione, ha subito indirizzato il mercato globale verso di sé. La Repubblica Popolare è arrivata nel 2012 a soddisfare, da sola, il 97% del mercato di questi materiali, attestandosi, a seguito della grande corsa all’accaparramento di questi preziosi minerali, al comunque soddisfacente 81% odierno, nonostante sia in possesso di solo poco più del 35% delle riserve mondiali.

Il nome non deve però ingannare: deriva dal XIX secolo, quando la conformazione atomica della materia non era ancora stata chiarita e ci si riferiva con il nome ‘terre’ ai minerali che non venivano modificati dalle fonti di calore, mentre con ‘rare’ ci si riferisce alla loro presunta rarità. In realtà, questi metalli sono molto meno rari di quanto si possa credere: la difficoltà della loro reperibilità riguarda la loro bassa concentrazione, con le conseguenti complicazioni legate alla loro estrazione. Estrarre le terre rare comporta costi non indifferenti, che solo una bassa manodopera può compensare, ragion per cui la Repubblica Popolare cinese è riuscita nel tempo a costruirsi una posizione predominante su questo mercato – sebbene non vada dimenticata la grande capacità di intuire le potenzialità di questi metalli e di predisporre un coraggioso e programmato piano di investimenti. Lo stesso giacimento giapponese, recentemente salito agli onori delle cronache, era stato scoperto già cinque anni fa, ma era stato lasciato momentaneamente in stand-by proprio per le difficoltà estrattive: il deposito si trova infatti in mare, lontano dalla stretta e frastagliata terraferma giapponese. Nel frattempo, però, sono stati sviluppati metodi estrattivi più efficaci, che permetteranno quindi di sfruttare questa pressoché illimitata fonte di risorse. È come se il Giappone avesse finalmente trovato la chiave per aprire il forziere su cui era da sempre inconsapevolmente seduto e quindi, in un futuro non molto lontano, si appresta a riscuoterne il tesoro: le prime stime ritengono che le prime attività estrattive di prova avverranno nell’arco di cinque anni.

Sottrarre alla Cina la posizione monopolistica sulle terre rare significherebbe anche toglierle il grande potere contrattuale della Repubblica Popolare, che spesso utilizzava la propria grande capacità produttiva come arma di ricatto, speculando su metalli di cui l’intero mondo era, nel frattempo, diventato dipendente. Non è un caso che il già citato Deng Xiaoping, riferendosi alle terre rare, ne avesse parlato considerandoli come ‘l’oro nero della Cina’: il comportamento della Repubblica Popolare nei confronti delle terre rare ha ricordato, in alcuni frangenti, quello dei Paesi produttori di petrolio. Un’ascesa del vicino giapponese sarebbe destinato a ridurre il margine di manovra dei cinesi e, date le continue e storiche tensioni presenti fra i due Stati, è difficile immaginare la possibilità dell’istituzione di un cartello delle terre rare (sebbene sia, sul lungo periodo, un’opzione da non escludere a priori, benché altamente improbabile).

Occorre dunque attendere la reazione cinese a questa sensazionale scoperta: come si comporterà l’ormai Presidente a vita Xi Jinping, impegnato in quella guerra dei dazi contro gli Stati Uniti, per non perdere la tanto ricercata e ormai raggiunta leadership della Repubblica Popolare nell’ambito delle terre rare e nel campo dell’hi-tech, dell’intelligenza artificiale e dell’industria tecnologica? Forse, le recenti aperture di Xi Jinping al Forum economico di Boao, in Cina, in cui promette un abbassamento dei dazi protettivi sulle importazioni di auto (uno dei settori produttivi toccati dalle terre rare), vanno lette in questo senso.

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