mercoledì, settembre 19

Cina – Russia: ecco perchè il SCO non è l’anti G7 La possibilità di un ruolo del SCO antagonista al gruppo del G7 discusso dal professore Renzo Cavalieri e dall’Ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte

0

Mentre il G7 appena conclusosi in Canada ha mostrato al mondo le divergenze e le spaccature di un gruppo sempre più in crisi, a Qingdao, in Cina, il SCO, Shanghai Cooperation Organization, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ha mostrato un’altra faccia del mondo: quella guidata da Russia e Cina.

Il summit dei 7 Paesi più industrializzati (Canada, Germania, Francia, Gran Bretagna, Giappone, Italia e Stati Uniti) ha evidenziato tutte le fragilità di un ordine mondiale sempre più votato ad un multipolarismo, in cui la cooperazione euro-americana è in rotta di collisione. E mentre Donald Trump continua con la sua politica isolazionista, che taglia fuore anche il buon vecchio alleato europeo, dall’altra parte del mondo Russia e Cina guidano un’organizzazione che potrebbe rappresentare l’alternativa asiatica, e non solo, alla globalizzazione occidentale.

Il SCO è nato nel 2001 per rafforzare i rapporti di cooperazione dei suoi Stati membri (Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) a cui lo scorso anno si sono aggiunti anche Pakistan ed India. Un’organizzazione in crescita che, per molti, potrebbe rappresentare un’alternativa alla NATO. “In realtà non ha una portata di sicurezza di tipo strategico, rappresenta più che altro un’organizzazione multilaterale di tipo economico. Fino ad ora non si può dire abbia costituito un’alternativa al G7, nel senso che alla fine i Paesi che la compongono sono Paesi relativamente meno pesanti nelle dinamiche economiche commerciali globali”, dichiara Renzo Cavalieri, professore di Diritto dell’Asia Orientale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e Vice Presidente della Camera di Commercio italo-cinese. “Tuttavia, l’anno scorso, con l’entrata di India e Pakistan la portata dell’organizzazione è cambiata, così come sono cambiate le sue dinamiche. Era un’organizzazione di cooperazione d’area legata all’Asia Centrale, con la Russia da una parte e la Cina dall’altra. Con l’ingresso di India e Pakistan il SCO è cresciuto anche in termini di copertura geografica

La concomitanza dei due summit, quello del G7 e del SCO, ha in qualche modo acceso i riflettori sulla possibilità di una crescita della cooperazione asiatica come alternativa alle grandi potenze industriali occidentali. “Sicuramente l’ultimo incontro del G7 ha messo in risalto una crisi di un gruppo che pretende di essere alla guida dell’economia mondiale. E la concomitanza degli eventi ha dato risalto al SCO, che, tuttavia, va detto, rimane ancora molto sproporzionato rispetto al G7”.

C’è chi parla di una cooperazione militare, e chi si è persino spinto a definire il SCO un’alternativa possibile al Patto Atlantico. “Al momento non esiste una vera coordinazione militare tra i Paesi del SCO, in particolare tra Cina e Russia”, commenta Ferdinando Sanfelice di Monteforte, Ammiraglio e professore di Studi Strategici presso l’Università di Gorizia. La Cina dipende dalla Russia per la tecnologia militare, anche se Pechino sta cercando di ottenere sistemi d’armi occidentali da Francia e Germania. Sotto il profilo del  SCO è difficile trovare al momento una collocazione militare, essendo in realtà nata con lo scopo di appianare determinate divergenze. Si sta cercando di avviare un minimo di cooperazione militare facendo esercitazioni congiunte, ma non c’è una struttura permanente, ed è difficile che a livello puramente potenziale possa rappresentare un’alternativa alla NATO, proprio perchè i contenziosi all’interno dell’area sono molto forti.

E se la cooperazione militare sembra essere ancora molto lontana dal realizzarsi, le divisioni del G7 hanno enfatizzato gli sforzi di cooperazione che contemporaneamente avevano luogo in Cina. “Tra Pechino e Mosca esiste una grande complementarietà. Pechino è molto abitata, è un Paese industrialmente in crescita con, però, una grande fame di risorse naturali. Dall’altra parte, i Paesi dell’Asia centrale e la Russia hanno una capacità industriale molto limitata che porta a difficoltà di crescita del mercato interno dei consumi, compensando, tuttavia, con enormi riserve di materie prime di ogni genere. Oltre a questo esiste all’interno dell’organizzazione una visione politica comune, che è basata in primis sull’antagonismo rispetto al modello occidentale euro-americano. Sia Russia che Cina condividono questo punto di vista, un’idea diversa del ruolo dello Stato; c’è un’integrazione tra economia, politica e Governo molto stretta. Bisogna dire, però che se da una parte l’ingresso di India e Pakistan ha reso più globale e universale l’organizzazione, dall’altra ha introdotto anche un elemento di crisi, dato dalla concorrenza tra India e Cina sulla Nuova Via della Seta”.

L’indebolirsi dell’alleanza euro-americana ha reso più difficile, come dimostrato dall’ultimo G7, il siglare di accordi economici, mostrando un crescente antagonismo e diffidenza, specialmente dagli Stati Uniti. La Cina sembra stare approfittando di queste distrazioni, portando avanti, ormai da qualche anno, cospicui investimenti alle porte dell’Europa, soprattutto in Africa, un terreno dove l’inarrestabile crescita asiatica, guidata dalla Cina, potrebbe dar fastidio a qualche potenza europea. “Certamente in Africa vi è uno scontro consistente di interessi con l’Europa”, continua Cavalieri. “Va tuttavia fatta una distinzione riguardo agli investimenti della SCO nel continente africano. Questa organizzazione multilaterale non ha di fatto un impatto diretto sulle attività economiche in Africa, la loro influenza non sta crescendo, almeno per quanto riguarda i singoli membri, ciò che conta veramente è la penetrazione cinese. In Africa, la Cina sta giocando una partita vitale per la crescita dei propri mercati esteri, sia sul piano infrastrutturale che su quello dei beni di consumo. Indubbiamente verso molti Paesi africani la Cina ha un atteggiamento da creditrice, creando una dipendenza di fatto in molti Stati africani così come in molti Stati dell’Asia centrale che sono ormai dei debitori significativi della Cina. Questo significa che rispetto ai diktat del G7 dove venivano una volta prese delle decisioni che poi avevano un impatto su tutto il mondo, data l’importanza dei Paesi che lo componevano, non c’è dubbio che ad oggi, qualunque forma di maggior attivismo cinese, e se vogliamo anche russo, in Africa, diminuisca la presa dei Paesi tradizionali ovvero gli ex Paesi coloniali”.

Un fenomeno che”, continua Cavalieri, “non è privo di ombre”. L’avanzata cinese in Africa non è spesso vista di buon occhio dalla popolazione. “In molti casi ci sono stati dei problemi. È certo che stiamo parlando di un tipo di modernizzazione veloce che, soprattutto nella fase iniziale,  può essere molto interessante e appetibile per i Paesi africani. É un fenomeno che riguarda la Cina più che la SCO in sé, la quale non ha ancora un’adeguata dimensione e struttura istituzionale. Ciò non toglie che l’azione dei Paesi occidentali in Africa dipenderà molto da come riusciranno a giocarsi questa carta. I cinesi esportano un modello di cooperazione che ha molte luci ma anche molte ombre come dicevamo. La Cina non ha un soft power che gli permetta di farsi percepire positivamente attraverso strumenti culturali, l’Europa e gli Stati Uniti hanno quindi ancora un appeal significativo verso i Paesi africani che tendono a guardare al Mediterraneo”.

La cooperazione tra Russia e Cina non sembra priva di intoppi. “La Belt and Road initiative farà spostare a sud considerevoli flussi economici, dichiara Monteforte, “e non è quindi ben vista dalla Russia. Inoltre c’è la questione della Siberia Orientale dove la Cina sta trasferendo migliaia di persone”. Mosca potrebbe essere dunque l’ago della bilancia di questi nuovi equilibri mondiali. “Se fosse realistica l’ipotesi di reintegrarla nel G7, questo cambierebbe molto cose. Se, invece, la Russia continuasse a rimanere al di fuori, la separazione tra Paesi occidentali e il resto del mondo diventerebbe più netta, dando forse inizio ad un disegno del mondo diverso.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore