martedì, agosto 21

Cina in divisa in Africa per difendere il suo business L' intervista a Maddalena Procopio, esperta di relazioni sinoafricane presso l’ISPI

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Il continente nero ha rappresentato per la Cina, e per il Partito Comunista, uno sbocco naturale dove promulgare i principi della dottrina maoista, dell’anticolonialismo e il supporto ai movimenti militari di liberazione. Dal 1949 a oggi la dottrina si è modificata drasticamente: economia, benessere e sviluppo delle nazioni africane hanno soppiantato i vecchi  diktat.

Un esempio della presenza militare cinese in Africa è Gibuti. Ma quali sono gli obiettivi della Cina di Xi Jinping in Africa, un continente che vede sempre meno impegnarsi economicamente Russia e Stati Uniti d’America? Abbiamo intervistato Maddalena Procopio, esperta di relazioni sinoafricane presso l’ISPI di Milano e in alcuni think tank europei.

 

Nel corso degli ultimi anni il rapporto tra Cina e il continente africano si è intensificato sia dal punto di vista civile che militare. A che cosa si deve questa crescita ?

Allora, l’ambito della sicurezza è arrivato abbastanza tardi nelle relazioni sinoafricane degli ultimi 15 anni dall’istituzione del Forum China Africa Cooperation nel 2000. Il riconoscimento di questioni militari è arrivato solamente nel 2012, quindi abbastanza tardi.

Diciamo che la prima motivazione che ha spinto la Cina ad interessarsi a questioni militari è stata una maggiore consapevolezza, oltre che una necessità, di difendere i propri interessi e i propri cittadini. Per interessi dico anche compagnie sia statali, state owned enterprises, sia private nel territorio africano, dato che nell’ultimo caso la Cina si è resa conto che non poteva avere lo stesso controllo che aveva sulle compagnie statali, sia per le attività che svolgevano sia per le relazioni con i locali.

Di conseguenza se le compagnie cinesi andavano a fare business o a stabilire le proprie attività in zone sensibili o più instabili nel territorio africano, la Cina ha dovuto dialogare con questi attori locali, che non erano stati inclusi nella propria strategia o che non erano emersi dallo studio di fattibilità. Sicuramente questa è la prima necessità anche se questa presenza militare andava un po’ contro la politica non interventista della Cina, che è la sua base per la politica estera.

Al di là di questo, c’è anche stata una maggiore consapevolezza: ovvero più diventava coinvolta in relazioni sinoafricane, più si rendeva conto dei contesti africani e quindi delle dinamiche politiche, di sicurezza che a volte rischiavano di frenare gli interessi cinesi stessi.

Quindi sono questi i fattori che determinano un cambiamento della Cina in Africa: una necessità e una consapevolezza maggiore, oltre alla volontà di giocare un ruolo maggiore a livello globale.

Un attore giovane rispetto ad altri, come Stati Uniti e gli stati europei, ma con una volontà sempre più crescente, che si è vista in alcune circostanze: la prima opera in questo senso è la mediazione svolta tra il Sud Sudan e il Sudan nel 2013. Mentre negli 2003,2004 e 2008 aveva totalmente ignorato le questioni di sicurezza tra le due aree, nel 2013 è diventata una figura importante riconosciuta a livello internazionale nel conflitto tra il Sud Sudan e il Sudan.

L’altro cambiamento importante è stato nel 2011 con la crisi in Nord Africa, prima, con le primavere arabe, e poi con l’attacco NATO in Libia, dove la Cina ha dovuto evacuare migliaia di cinesi in pochissimo tempo. In questa occasione, la Cina  ha compreso i rischi, andando a perdere molto dal punto di vista economico in Libia, anche se ha negato di avere in atto grandissimi investimenti nel paese nordafricano. A questo punto, la Cina ha dovuto cambiare molto nel suo approccio a livello regionale.

Oltre al fattore di giocare un ruolo fondamentale a livello globale è arrivata la promozione della “One Belt, One Road, intesa come la via della seta africana. Essa non è solo un collegamento esclusivamente marittimo (dalle coste della Somalia, Aden e il canale di Suez), ma anche via terra  collegando il Nord con il Sud dell’Africa.

Quindi voler mantenere questa sua strategia a livello globale e regionale ha fatto sì che questo bisogno di sicurezza diventasse una vera e propria necessità fondamentale.

Attualmente però la Cina è presente militarmente con l’operazione di pace dell’ONU in Sud Sudan. Alcune fonti sostengono che la presenza in questa missione sia prevalentemente di salvaguardia degli interessi economici cinesi. Quali sono gli obiettivi da portare a termine e gli interessi da controllare?

Come ho anticipato, uno dei primi interessi è quello di salvaguardare l’aspetto economico. Poi però c’è stata la volontà di intervenire come attore e come mediatore e quindi essere riconosciuto a livello internazionale.

Questo è uno dei casi dove la Cina è stata considerata come, a livello di Nazioni Unite, un attore responsabile che ha quasi ecceduto le aspettative delle organizzazioni internazionali per quanto riguarda le sue capacità di intervento e il livello di negoziazione. Ciò è un aspetto che per la Cina è stato molto importante.

Per comprendere al meglio l’intervento cinese in questa parte del mondo, bisogna focalizzarsi su un aspetto, che spesso viene trascurato, ovvero quello dell’approccio.  La Cina ha un approccio abbastanza omnicomprensivo sulla sua presenza militare in Africa, mentre gli Stati Uniti, soprattutto con l’ultima amministrazione, si focalizzano prevalentemente sull’ antiterrorismo e sulla parte militare stretta, tralasciando il resto.

Certamente c’è in atto la vendita di armi, c’è la presenza militare attraverso le missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, ma ci sono anche una serie di altre iniziative, come formazione del personale, operazioni antipirateria e progetti di sviluppo che vengono portati avanti da Pechino.

Uno dei capisaldi della politica estera cinese viene chiamato ‘Peace through develpoment’ . È una modalità di essere presenti in modo umanitario attraverso al presenza anche di compagnie cinesi, come successo in Darfur e Sud Sudan, attraverso dei progetti di Corporate Social Responsability  al fine di mostrare che la pace si può portare anche grazie allo sviluppo del commercio e delle attività a livello locale.

Questo impegno estero è legato anche a dei problemi di reputazione che la Cina ha dovuto risolvere nel corso degli anni, sia perché non era conosciuta in Africa sia perché le sue compagnie e i propri cittadini venivano visti con sospetto e spesso suscitavano dubbi e perplessità. Infatti, i cittadini africani consideravano il personale cinese presente nel continente come delle persone che potessero portare via il lavoro ai locali e che la gestione delle imprese cinesi fosse diretta allo sfruttamento degli africani.

Quindi tutte le attività che la Cina ha messo in atto non solo in  ambito militare sono state spesso usate per ridurre o diminuire questo forte impatto negativo.

Un altro esempio lampante della presenza cinese in Africa è la costruzione della base militare a Gibuti. Che cosa significa per Pechino questa piccola nazione?

Certamente Gibuti è strategica per Pechino sia perché erano già presenti delle basi militari straniere sia per l’essere uno dei punti cardine della via della seta marittima. Non è un caso che una delle prime missioni che la Cina abbia gestito bilateralmente è stata al largo delle coste della Somalia nel 2009, dato che in Kenya si stavano costruendo delle infrastrutture che colleghino il mare con la parte più interna.

Questi sono degli indizi che fanno pensare ad uno sviluppo cross-continentale e che quindi colleghino una costa ad un’altra senza dover circumnavigare il continente ed arrivare fino al Sud Africa e poi risalire. Perché tutta la parte occidentale dell’Africa che si trova sull’Oceano Atlantico è un’altra zona di forte interesse per la Cina, il tutto per le estrazioni delle risorse naturali.

Quindi, avere una base a Gibuti ed avere delle infrastrutture che colleghino una costa all’altra è importante. Certo è che da Gibuti la Cina non possa controllare tutta l’Africa ma rappresenta un primo punto. Infatti non è da escludere che non si possano aprire altre basi militari in Africa da parte della Cina.

A questo proposito, bisogna fare attenzione a Settembre al FOCAC con gli sviluppi sulla sicurezza anche in merito al Focus di cooperazione militare tra Cina e africa che ci è appena stato. Quindi come ho cercato di dire prima,  la base a Gibuti ha vari connotati: sicuramente quello della sicurezza nella regione è il primo, ma non solo, anche il posizionamento a livello regionale e globale, ma anche per una questione logistica dato che è più semplice avere una base lì e poi mandare truppe, sia di peacekeeping, che per sviluppare una serie di formazione del reparto militare.

La Cina sta svolgendo un’attività di formazione abbastanza pesante dal punto di vista militare, infatti sta professionalizzando la figura del militare cosicché vari eserciti di vari paesi riescano ad aumentare le loro capacità , con lo scopo di fare una forza di difesa dinamica che serva ad arrivare dove la Cina non riesce ad arrivare, andando a svolgere anche una funzione di immagine.

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