sabato, dicembre 16

Cina a caccia di affari in Africa: l’Europa è avvertita L'espansione cinese nel continente africano fra opportunità di sviluppo e minaccia del debito

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L’Africa contesa fra l’espansione cinese e il ritorno dell’Occidente. Una contrapposizione plasticamente rappresentata dai due più importanti appuntamenti internazionali tenutisi sul continente africano in questi giorni: il Vertice UE-Unione Africana, ospitato ad Abidjan, Costa d’Avorio e il China-Africa Investment Forum organizzato a Marrakech, Marocco. Ma fra i due contendenti la Cina potrebbe avere la meglio. I rapporti fra Cina e continente africano, infatti, non sono mai stati così forti come negli ultimi quindici anni, merito di un’abile strategia di penetrazione economica condotta da Pechino su una molteplicità di fronti.

La totalità degli investitori internazionali, infatti, guarda all’Africa come un enorme serbatoio di materie prime da sfruttare, dal petrolio angolano e nigeriano, al ferro dello Zambia, passando per l’uranio della Namibia e le miniere congolesi di Cobalto, risorsa fondamentale per la produzione delle batterie delle auto elettriche e sulle quali le stesse società di Pechino si sono già assicurate commesse miliardarie. Ma l’investimento cinese va oltre l’energia: gli strateghi del Dragone hanno infatti compreso come l’Africa possa costituire un immenso, redditizio e ancora poco sfruttato mercato di consumo: un mercato in via di sviluppo che richiede, pertanto, risorse ed interventi a trecentosessanta gradi.

Il primo punto all’ordine del giorno dei piani espansivi cinesi sono gli investimenti diretti in Africa, i cosiddetti Foreign Direct Investments (FDI). Il ritmo di crescita di tali investimenti è notevole, circa il 40% annuo, nettamente superiore al volume degli scambi commerciali Cina- Africa, il qual si attesta comunque sull’importante cifra del 20% annuo. Una crescita che trae la propria forza dalla solida rete di piccole-medie imprese cinesi, ormai sempre più radicata nel tessuto socio-economico del continente africano: oltre diecimila PMI, delle quali circa il 90% sono private, segno di un’espansione economica sempre meno dipendente dalla mano dello Stato. Queste imprese gestiscono il 12% circa della produzione industriale africana, per un controvalore di oltre 500 miliardi di dollari e la loro presenza nell’ economia locale è estremamente diversificata: quasi un terzo sono attive nel manifatturiero, un quarto nei servizi, e un quinto nel settore del commercio e nel mercato immobiliare.

Una forte presenza nel comparto terziario, vero motore di crescita delle economie in via di sviluppo, attraverso la quale la Cina non manca di curare l’aspetto occupazionale e del know-how: quasi il novanta per cento dei dipendenti sono lavoratori locali e oltre il trenta per cento delle imprese dislocate in Africa hanno beneficiato di trasferimenti di conoscenze scientifiche e tecnologiche da parte della Cina.

Ma gli investimenti diretti sarebbero un’ arma spuntata se non si accompagnassero a un sistema di prestiti per lo sviluppo. E anche in tale settore la Cina svolge un ruolo di primo piano: dal 2000 al 2015 il Governo di Pechino, le grandi banche e gli appaltatori cinesi hanno erogato finanziamenti per oltre 95 miliardi di dollari a imprese e Stati africani. Finanziamenti concessi spesso sotto forma di prestiti e crediti ad opera dei maggiori colossi bancari del Dragone, quali China Development Bank, Export-Import Banck of China, nonché una capillare rete di banche commerciali di proprietà statale, quali China Construction Bank e la Industrial and Commercial Bank of China, la banca più grande del mondo.

Ma il comparto bancario non è il solo ad essere in prima linea: fra i grandi finanziatori spiccano anche i nomi di Sinosure, società specializzata nell’assicurazione del credito all’esportazione la quale non concede prestiti ma garantisce i finanziamenti altrui, e del Dipartimento per gli Aiuti Esteri del Ministero del Commercio cinese, soggetto incaricato di supervisionare i progetti di finanziamento a tasso zero concessi dalle banche.
Un’enorme mole di facilitazioni finanziarie, dunque, diretta in via prioritaria all’industria delle infrastrutture, fiore all’occhiello dell’economia cinese con cui la Cina punta a coinvolgere anche l’Africa nell’ambizioso progetto One Belt One Road, la Nuova Via della Seta destinata a riunificare le rotte commerciali fra Asia e Europa.

Ma grande importanza riveste anche il settore dell’energia, con investimenti a tutto tondo che vanno dalle fonti rinnovabili agli idrocarburi tradizionali, né poteva mancare l’attenzione al comparto petrolifero, con uno dei maggiori produttori africani di petrolio, l’Angola, al primo posto nella lista degli Stati finanziati da Pechino, con un prestito a suo favore di quasi venti miliardi in quindici anni.

Le sterminate distese di terre presenti in Africa costituiscono per tale continente un’occasione preziosa per attirare investimenti non solo nel comparto industriale, ma anche nel mondo dell’agricoltura. Le materie prime agricole dell’Africa sono state gestite dalla Cina con un sapiente mix fra investimenti destinati all’esportazione e interventi diretti a migliorare la sicurezza alimentare della popolazione. Fra i primi si possono annoverare le piantagioni di tabacco nello Zimbabwe e di cotone in Mozambico, mentre fra i secondi troviamo le coltivazioni di riso e mais, presenti in entrambi i Paesi. Infine, Pechino è impegnata in un’importante opera di assistenza per la crescita fornita agli operatori locali: ne sono una dimostrazione i quasi cinquanta centri di tecnologia agricola sparsi per tutto l’Africa con il compito di fornire consulenza ai coltivatori. Sullo sfondo, l’ambizioso obiettivo di trasformare nel prossimo futuro il settore agricolo africano da un’economia di sussistenza ad una vera e propria agricoltura professionale.

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