venerdì, aprile 20

Cina: le riforme partono dall’ economia L' intervista a Paolo De Nardis, Professore ordinario di Sociologia presso Sapienza-Università di Roma e Presidente dell’Istituto di Studi Politici ‘S.Pio V’,  e Alberto Bradanini, già Ambasciatore a Pechino e Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

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Secondo gli ultimi dati del Dipartimento Nazionale di Statistica della Repubblica Popolare Cinese il Pil, pari ad oltre 13 mila mld di dollari, è in crescita del 6,9% rispetto al +6,7% del 2016. Anche la lotta alla povertà entro il 2020  è uno degli obiettivi principali dell’agenda del Partito Comunista Cinese (PCC), tra quelli dichiarati nell’ultimo Congresso Nazionale, e consiste nel togliere da estreme condizioni di degrado tutti coloro che vivono nelle aree rurali del Paese. Dopo l’approvazione di importanti riforme in Cina da parte del recente Congresso del Popolo, nel mondo si sono sollevate preoccupazioni sull’impatto di tale piano sul modello di governance cinese. Nel corso di appena 40 anni la Repubblica Popolare cinese ha abbandonato il modello autarchico di epoca maoista per emergere come seconda economia trainante per la crescita globale e come esempio di successo in termini di sviluppo umano e infrastrutturale all’interno dello scenario internazionale. Con Xi Jiping, primus inter inferiores all’interno dell’ordinamento della Repubblica Popolare cinese, quest’ultima  si appresta a diventare una ‘società moderatamente prospera’ entro il 2020. I cambiamenti inclusi, in tale piano, daranno al Partito Comunista un maggiore controllo sull’economia, oltreché sui processi decisionali in tutti i settori economici del Paese, dall’industria all’intrattenimento, dalla finanza agli immobili.

Nel settore finanziario, l’unificazione dell’autorità di vigilanza bancaria con quella assicurativa segnala la volontà di garantire una maggiore sorveglianza a livello centrale e un significativo mutamento nella filosofia della governance economica. In ambito economico, Xi ha annunciato che il Paese continuerà ad aprirsi, che i tassi d’interesse e il cambio dello yuan saranno basati sul mercato. Riguardo ai riflessi sull’economia cinese, abbiamo intervistato Paolo De Nardis, Professore ordinario di Sociologia presso Sapienza-Università di Roma e Presidente dell’Istituto di Studi Politici ‘S.Pio V’,  e Alberto Bradanini, già Ambasciatore a Pechino e Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.  A tal proposito, Alberto Bradanini dichiara che si tratta di modifiche normative che tendono a rendere maggiormente efficiente il sistema, senza tuttavia alcun arretramento sostanziale della presenza dello Stato. Per di più il pragmatismo cinese si basa sul principio che ‘per attraversare il fiume occorre mettere i piedi su una pietra dopo l’altra’. Se fa un errore, il sistema cinese è pronto a fare retromarcia”.   

Xi Jinping ha recuperato la tradizione sanweiyiti con il controllo del partito, del Paese e degli affari militari ed è probabile che il Partito darà un ulteriore giro di vite nel controllo delle aziende, delle organizzazioni sociali e delle compagnie straniere. Paolo De Nardis afferma che bisogna distinguere diversi aspetti utilizzando un approccio diacronico, senza pretendere che il tempo della politica (in Cina come da noi) sia sempre ‘adesso’ e ‘subito’.

“E ricordiamoci, al contrario, come il Congresso dello scorso ottobre, ma anche l’annuale Assemblea del Popolo dello scorso marzo, non hanno fatto altro che confermare le linee politiche in vigore da diversi anni”, dichiara De Nardis. “Quella che oggi si definisce con gioco facile ‘l’intronizzazione di Xi’ è stata sapientemente preparata nel 2012, quando questi fu nominato segretario generale del Partito, nel 2014, quando il IV plenum del Comitato centrale ha ridotto i poteri delle ‘autonomie locali’ in favore del potere centrale, e ancora nel 2016, quando il VI plenum ha insignito proprio Xi del ruolo di ‘centro’ del Partito. Si trattava di un riconoscimento in disuso dai tempi di Jiang Zemin e che era conseguente al ridimensionamento dei concorrenti politici dello stesso Xi. Non tanto, si badi bene, Li Keqiang, il premier che è presto stato oscurato dal ‘protagonismo’ di Xi, quanto di Zhou Yogkang che, come ricordava Filippo Fasulo nell’Atlante geopolitico della Treccani 2017, era colui che si occupava della sicurezza nazionale – ruolo evidentemente molto delicato – all’interno del Politburo e si era costruito una vera e propria struttura personale, con importanti ramificazioni nel settore petrolifero”. De Nardis aggiunge che molti analisti occidentali hanno commentato, non necessariamente a torto, la crociata anti-corruzione di Xi come un abile strumento per togliere di mezzo potenziali avversari politici, ma in pochi sono stati capaci di inquadrarla all’interno della ‘frattura’ tra centro e periferia che pure in Cina, come nello Stato moderno che ha calpestato il suolo dell’Europa dalla metà del Seicento, ha prodotto conseguenze importanti. “È  inevitabile, dentro la transizione cinese di cui abbiamo già detto, che il pendolo volga adesso in favore di un accentramento, anche perché le varie forme di ‘federalismo’ spesso si sono tradotte nella creazione di oligarchie locali, le stesse – per inciso – che hanno oggettivamente accelerato la caduta dell’Urss. Una lezione che a Pechino, evidentemente, non hanno dimenticato”, prosegue De Nardis.

Per quanto concerne gli altri due aspetti inerenti all’esercito e alle aziende statali, De Nardis chiarisce che: “è coerente con la transizione che la Cina sta vivendo un cambio nell’Esercito Popolare di Liberazione, meno presente come attore economico e maggiormente concentrato sul ruolo ‘tecnico’ di proteggere un Paese che, non dimentichiamolo, è abitato da circa 1, 3 miliardi di uomini e donne appartenenti alle 55 minoranze etniche riconosciute dal governo, con l’ovvio indotto di differenze culturali, sociali e confessionali. Per questo motivo merita attenzione l’apertura di una base cinese a Gibuti, giusto di fronte quello Yemen che già adesso rischia di diventare il Vietnam dell’Arabia Saudita. Sarà forse una risposta all’investimento milionario che i sauditi da tempo conducono, finanziando le minoranze islamiche in Cina, con funzione di destabilizzazione?”. De Nardis ritiene, invece, che rientra nella continuità con la ‘storica’ influenza della Cina nel Sud e Sud-Est asiatico l’accordo con il Pakistan per il porto di Gwadar. Mentre, adesso, anche l’Oceania risulta interessante, agli occhi di Pechino: Australia e Nuova Zelanda incominciano a preoccuparsi per alcuni finanziamenti ricevuti da politici locali, per quanto ‘trasparenti’  e non illeciti. “Se l’obiettivo di Xi, infine, consiste nel valorizzare il mercato interno, anche il ruolo e l’incidenza dello Stato nelle aziende conoscerà una nuova fase: probabile uno stop a quelle State Owned Enterprises che sono clamorosamente in perdita (molte nel settore industriale), cercando un equilibrio tra ripianamento dei conti e salvaguardia dell’occupazione. Allo stesso tempo, anche le acquisizioni di aziende estere sarà più mirato e limitato, presumibilmente, ai settori maggiormente profittevoli. Un chiaro messaggio, se vogliamo, ai tifosi di calcio italiani, molti dei quali oggi sognano l’acquisizione della propria squadra del cuore da parte di un ‘nababbo cinese’ che si presenti con acquisti roboanti nel calciomercato. Quella fase, in verità piuttosto breve, è terminata. Il Milan docet!”, aggiunge de Nardis.

Un altro tema chiave dell’odierna Cina è la tecnologia. Grazie al boom del settore digitale, la Cina è il Paese col più alto numero di utenti web al mondo. Ciò significa che oltre un cinese su due si informa e acquista attraverso il pc o device mobile, naviga, chatta. Gli smartphone sono diventati veri e propri sostituti del pc: i cinesi usano molteplici dispositivi mobili per accedere a Internet e, nel 2016, hanno raggiunto quota 656 mln. Come evidenziato dal 39esimo Rapporto Statistico sulla diffusione di Internet in Cina redatto dal China Internet Network Information Center (CNNIC), fino a dicembre 2016, la Cina ha registrato 731 mln di utenti web con un incremento annuale di 42.99 mln. Il tasso di penetrazione di Internet ha raggiunto il 52.3% con un aumento del 2,9% in più rispetto a fine 2015. Le autorità cinesi ritengono che lo sviluppo tecnologico sia un aspetto sempre più cruciale. A testimonianza del legame tra innovazione tecnologica e crescita, non sembra un caso che i traguardi socio-economici e quelli tecnico-scientifici cadano negli stessi anni: il Paese ha  l’obiettivo di diventare di diventare, entro il 2020, un ‘Paese innovativo’ ed entro il 2050 ‘leader nella tecnologia’. Tali scadenze coincidono di fatto con i cosiddetti ‘Due Cento’, gli obiettivi di sviluppo che cadono nel 2021, a cent’anni dalla fondazione del Partito, e nel 2049, anno del centenario dalla fondazione della Repubblica Popolare.

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