lunedì, novembre 20

Cile: la grande carta del prestigio internazionale dopo le elezioni Intervista esclusiva con Loris Zanatta, docente di Storia e Istituzioni delle Americhe presso l’Università di Bologna

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Questa domenica il Cile affronterà le elezioni parlamentarie e presidenziali. Secondo l’ultimo sondaggio realizzato dal Centro de Estudios Públicos (CEP), l’ex presidente Sebastián Piñera, esponente del centrodestra liberal conservatore, otterrebbe il 44% dei voti, mentre il candidato e senatore, Alejandro Guillier, otterrebbe il 9,7%. Seguirebbero, poi, poi partiti e leader minoritari, come Beatriz Sánchez, di frente Amplio, con un 8,5% dei voti, e José Antonio Kast con il 2,7%.

Sembra quindi che i due favoriti siano Piñerada e Guiller, mentre la giovane coalizione di sinistra – nata lo scorso gennaio – non dovrebbe riuscire neanche ad arrivare a una seconda eventuale votazione, come del resto anche il leader indipendente ed ex- membro dell’Uniòn Demòcrata Indepenmdiente-DIU.

L’attuale Presidente in carica, Michelle Bachelet, non si è ricandidata alle elezioni di domenica, mentre gli ultimi sondaggi, secondo alcune fonti locali, indicano una forte crescita in termini di voti per gli indipendenti come Kast e Marco Enriquez Ominami, candidato del Partido Progresista – PRO.

Però, secondo due analisti esperti di DesdeChile, Cristóbal Huneeus e Antonio Díaz, per la destra cilena, e quindi Piñera, il problema alle elezioni di domenica non sarà tanto Kast, ma la somma dei voti del candidato di Chile Vamos sommati ai voti di Kast, il quale potrebbe ottenere più del  50% alla prima votazione. Se la somma dei voti dei candidati di destra non sommano il 50%, allora Piñera potrebbe tornare a contare su parte dell’elettorato di Marco Enriquez-Ominami. Per Piñera, quindi, che Kast o Ominani stiano crescendo negli ultimi sondaggi a poche settimane di distanza è indifferente.

Proprio ieri, 13 novembre, il Consiglio europeo ha approvato un mandato di negoziati volti a modernizzare la già esistente collaborazione con il Cile, un interscambio politico, economico e in termini di sicurezza forgiato nel 2002 tramite un accordo tra I due attori.

L’Unione Europea da un lato e il Cile dall’altro hanno incrementato negli ultimi 15 anni dei fiorenti scambi commerciali e delle collaborazioni in termini non solo di import-export di prodotti, ma anche di servizi. Il comunicato pubblicato oggi dal Consiglio europeo indica che, nonostante l’export cileno verso l’UE si sia triplicato, mentre quello europeo si sia duplicato negli ultimi anni, c’è comunque bisogno di incrementare l’attuale accordo, in quanto non affronta alcuni punti fondamentali dello scambio e degli investimenti, come le disposizioni specifiche in materia di investimenti, barriere non-tariffarie, diritti di proprietà intellettuale e alcune indicazioni geografiche e contributi allo sviluppo sostenibile. Oltre ciò, rafforzare e migliorare l’esistente cooperazione tre Cile e UE vorrebbe dire abbassare i prezzi al consumo, migliorare l’accesso al mercato e creare opportunità di lavoro e crescita. Durante i negoziati, l’UE intende garantire i massimi livelli di protezione sociale, lavorativa e ambientale e promuovere la giustizia sociale e lo sviluppo sostenibile.

Questo giovedì, 16 novembre, sono previste le prime consultazioni in merito a questo piano di modernizzazione, una data decisamente a ridosso delle vicinissime elezioni cilene. Visti i sondaggi, dovremo forse aspettarci una svolta a destra del governo cileno? Le nuove elezioni influiranno in qualche modo sugli accordi con l’Unione Europea? E in che modo il loro esito si andrà a collocare nell’attuale quadro politico regionale latinoamericano?

Lo abbiamo chiesto a Loris Zanatta, docente ordinario di Storia e Istituzioni delle Americhe al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna.

 

I due principali favoriti alle elezioni, secondo i sondaggi, sono Guillero e Piñera, chi sono questi due politici e quali programmi propongono per il Paese?

Semplificando al massimo, Piñera è il rappresentante dell’area liberal conservatrice cilena, quindi di una destra che crede nel libero mercato e nella grande trasformazione che il Cile ha conosciuto negli ultimi anni. Va specificato che Piñera si ricollega comunque alla liberal democrazia, dal momento che molto spesso si pensa che la destra cilena continui a essere legata al passato pinochetista – alla dittatura – . Certamente, a suo tempo, la destra sosteneva la dittatura, ma oggi si tratta di un passato ormai remoto da cui ha preso le distanze. Piñera è già stato Presidente, sul cui mandato si può anche discutere, non è di certo un uomo brillante, carismatico nè possiede grandi capacità, ma oggi è sicuramente il favorito alle elezioni. Dall’altra parte, Guillero è, per certi aspetti, un uomo che cerca di apparire come outsider pur provenendo dall’interno della galassia della sinistra riformista, e quindi a cavallo tra il partito socialista e il partito per la democrazia. In Cile, come in tutti i Paesi dalla democrazia avanzata e che hanno conosciuto un forte sviluppo economico, la sinistra riformista – se così vogliamo chiamarla per usare un termine generico – si trova in difficoltà, perchè sul terreno del riformismo non sono state fatte grandi cose. Il Governo dell’attuale – ancora per poco – Presidente Michelle Bachelet esce con un tasso di popolarità molto basso, e sul terreno del riformismo è stata scavalcata in maniera più credibile dai partiti liberali conservatori moderati. Mentre, gran parte dell’elettorato della sinistra è molto attratto da messaggi più radicali di tipo ‘populista’, che sono cresciuti negli ultimi anni anche in Cile, nonostante sia una democrazia consolidata – sicuramente la più consolidata di tutta l’America Latina. Per cui, la destra cilena tende a unirsi su un programma liberal democratico, mentre la sinistra torna a dividersi tra un’anima riformista, e quindi fedele alla liberal democrazia, e un’anima populista che torna a coltivare vecchi ideali eversivi per certi aspetti, o comunque estranei alla tradizione liberal democratica.

Perchè Michelle Bachelet non si è ricandidata?

La Costituzione cilena proibisce la rielezione immediata, quindi Bachelet è costituzionalmente inibita dal farlo. Oltre ciò, credo comunque che non si sarebbe mai ricandidata, visto che la popolarità di questo Governo è bassissima, al contrario del primo mandato presidenziale della Bachelet concluso con una discreta popolarità.

Perchè questa scarsa popolarità?

La Bachelet si è trovata nel mezzo. Da un lato ha messo in discussione la tradizione riformista della sinistra cilena, che è un grande azzardo. Ha messo in discussione, infatti, la saggezza delle scelte compiute dalla sinistra dopo la dittatura, ovvero scelte coraggiose che hanno comportato un grande progresso per il Cile. Si trattava infatti di misure riformiste di adesione al parlamentarismo e all’economia di mercato in un Paese, la cui economia era straordinariamente aperta. La Bachelet si è distaccata da questa lettura, perdendo quindi il margine di affidabilità, di moderazione di riformismo e di credibilità. Inoltre non è riuscita nemmeno a intercettare la nova protesta contro questa narrazione, e cioè tutti i settori più radicali di tipo populista che interpretano le scelte riformiste della sinistra post-dittatura come una specie di tradimento degli ideali del socialismo. Una delusione poi infondata, dal momento che il Cile in America Latina, seppur con tutti i suoi problemi – che ovviamente ci sono e sono significativi -,  è di gran lunga il Paese che ha fatto più progressi, e questo è innegabile. Quindi, mettere in discussione le scelte del passato dopo la dittatura mi è sembrata una decisione assolutamente sciocca. Comunque la Bachelet è rimasta nel mezzo e alla fine non ha soddisfatto nessuno.

Quali sono le principali sfide per il Cile? Quale potrebbe essere il programma politico adatto?

Le sfide per il Cile riguardano principalmente un Paese che ha conseguito degli straordinari risultati, ma che ancora patisce di pecche strutturali.

Cosa dovrebbe proporre la sinistra cilena?

Se io fossi il candidato di centro sinistra, se fossi Guiller ad esempio, metterei principalmente l’accento sulle gravi sperequazioni che persistono oggi nella società cilena. Quest’ultima è cresciuta enormemente, e dalla sua crescita hanno beneficiato anche gli indicatori sociali. In Cile, per intenderci, fino a 20 anni fa il 30% della popolazione era povera, mentre oggi il tasso di povertà si è ridotto a un terzo della popolazione. Il Paese ha degli indicatori socio-economici pari a quelli di un Paese europeo di medio sviluppo, come ad esempio l’Ungheria o la Polonia, ed è uno straordinario successo per un Paese latinoamericano. Ciò nonostante, se io fossi il candidato di centro sinistra, sottolineerei la necessità di incentivi pubblici volti ad una migliore distribuzione della ricchezza, quindi in termini anche di accesso all’educazione e al sistema sanitario.

Cosa, invece, la destra?

Se fossi il candidato del centro destra, probabilmente, tenderei a ribaltare un pò il discorso. E cioè, per distribuire la ricchezza, bisogna comunque crearla. Pertanto, il modello  economico adottato dal Cile ha avuto un gran successo e si fonda sull’apertura economica, sull’integrazione globale, sui trattati di libero commercio (praticamente con tutto il mondo). E’ questo che rende il sistema produttivo cileno efficiente e competitivo, e questi beni non vanno sacrificati attraverso un’eccessiva ingerenza dello Stato nella vita economica del Paese. Questo è quello che direi se fossi il candidato di liberal-conservatori del centro destra.

E se fosse un candidato populista, quale sarebbe il suo discorso politico?

Se fossi un candidato populista, un’ipotesi ancor più lontana dalle mie corde, direi – come i candidati populisti – che l’intero operato precedente in Cile è una porcheria, che il Cile ha scelto il neoliberismo, che è dominato dal capitalismo e dai capitali internazionali. Poi, però, inviterei tutti a salire su un aereo per Caracas, dove I esorterei ad andare a vedere qual è, in realtà, la differenza tra il Venezuela e il Cile. C’è una differenza abissale clamorosa tra i due Paesi.

Alcuni analisti sostengono che i cileni che vanno alle urne sono sempre di meno. In Cile, infatti, i cittadini vanno a votare solo se hanno qualche beneficio in cambio. Molti studi lo sostengono. Ci può commentare questa aspetto? Da cosa è dovuto e come influisce sulla dimensione politica e sociale cilena?

Francamente, questo avviene in tutti i Paesi dove c’è una democrazia consolidata, possiamo quasi chiamarlo ‘l’appagamento della democrazia’. Lo si può, però, interpretare secondo due visioni. Da un lato, possiamo vedere il bicchiere mezzo vuoto, e quindi i cileni – in questo caso –  non andrebbero a votare perchè non si sentono più rappresentati politicamente. Sicuramente c’è una buona parte della popolazione che rientra in questa dimensione. Si tratta, infatti, del problema della rappresentatività delle democrazie rappresentative, ed è una questione non solo cilena, ma coinvolge tutte le democrazie a livello globale. A tal proposito bisognerebbe, quindi, analizzare le nuove fonti di comunicazione, le crisi di partiti, e si tratterebbe comunque di un tema davvero vasto e complesso. Sono, però, questi aspetti a determinare una crisi di rappresentanza delle democrazie liberali.

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