sabato, dicembre 16

Cile al voto nel segno dell’incertezza Intervista all'avvocato Paolo Carbone, ordinario di Diritto Comparato presso l'Università degli studi di Sassari

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Domenica 14 milioni di cileni si recheranno alle urne per eleggere il nuovo Presidente e rinnovare la Camera, che sale da 120 a 125 deputati, e parte del Senato, i cui seggi saliranno complessivamente da 38 a 50. Gli occhi sono puntati sulla presidenza.

Otto i candidati Presidenti, ma la vera sfida è fra l’ex Presidente conservatore Sebastian Piñera, favorito nei sondaggi, e il senatore Alejandro Guiller in campo per il Governo uscente della Presidente Michelle Bachelet, che non si ripresenta. I cileni dovranno scegliere fra la continuità con le riforme della Presidente socialista Michelel Bachelet e una svolta a destra, con il ritorno dell’ex Presidente Piñera. Il candidato conservatore parte favorito nei sondaggi e potrebbe vincere anche al primo turno, grazie ad un centrosinistra diviso.

Candidato della presidenza uscente è il senatore indipendente e giornalista televisivo Alejandro Guiller, ma il partito democratico cristiano, che pur far parte della coalizione di Governo, si presenta separatamente con Carolina Goic. In campo altri quattro candidati di estrema sinistra e uno di estrema destra. Già presidente fra il 2010 e il 2014, il programma di Piñera punta a far ripartire l’economia cilena e vuole mettere mano alle riforme del fisco, dell’istruzione e del lavoro della presidenza Bachelet. Guiler promette invece di portare avanti le riforme della Bachelet, per un paese ‘più giusto e inclusivo’.

L’astensionismo la potrebbe fare da padrone: alle elezioni amministrative dell’anno scorso il 65% degli elettori è rimasto a casa. Per parlare di Cile e delle prossime elezioni abbiamo parlato con l’avvocato Paolo Carbone, ordinario di Diritto Comparato presso l’Università degli studi di Sassari.

Questa domenica si terranno le elezioni parlamentarie e presidenziali cilene. Ci può spiegare come si elegge il Parlamento e il Presidente in Cile?

Ad oggi è ancora vigente la Costituzione cilena del 1980 (approvata dal dittatore Pinochet per garantire ‘i valori e l’orizzonte’ della dittatura militare) sopravvissuta nel tempo ai diversi tentativi di riforma tra cui quella socialista del 2005 (voluta dall’ex Presidente Lagos) che ne ha eliminato le norme più autoritarie come la designazione dei senatori a vita da parte dei militari o il ruolo di ‘garanti delle istituzioni’ attribuito alle forze armate.

Pertanto le prossime elezioni saranno regolate dal suo capo IV dedicato al Presidente della Repubblica, ed in particolare dall’art. 26 secondo cui, in sintesi, il Presidente sarà eletto con voto diretto dalla maggioranza assoluta dei suffragi validamente emessi. L’elezione avverrà congiuntamente con quella dei parlamentari, novanta giorni prima della scadenza del mandato. Se nessuno dei candidati alla Presidenza ottiene più della metà dei voti, quelli che hanno ottenuto le più alte valutazioni relative andranno al ballottaggio (30 giorni dopo la prima votazione se è domenica o la prima domenica immediatamente successiva al 30° giorno) ove sarà eletto quello che otterrà il maggior numero di voti. Molto importante anche l’art. 25 che limita ad un solo mandato (di quattro anni) la carica del Presidente.

Ricordiamo, infine, che la quantità di elettori dopo l’approvazione della nuova legge elettorale nel 2012 è cambiata radicalmente, difatti la legge ha automatizzato l’iscrizione ed ha fatto del voto una azione volontaria non più obbligatoria. I primi risultati che abbiamo sono quelli del 2013, in cui l’affluenza ha raggiunto il 50,64% dell’elettorato. Il tasso di astensionismo (assieme alla redistribuzione dei voti con il ballottaggio) è uno dei due fattori che risulterà cruciale per il risultato finale, difatti si stima che le prossime elezioni vedranno un ulteriore calo dell’affluenza fino al 40% – 45% degli aventi diritto.

Il tema delle regole alla base della prossima elezione apre, tuttavia, un importante scenario di riflessione sulla riforma costituzionale in atto, basata sulla partecipazione popolare, che rappresenta uno dei temi più importanti portati avanti dal governo della ‘Presidenta’ uscente Michelle Bachelet. In tutto il Cile, infatti, si sono svolte assemblee e incontri (circa 90mila consultazioni territoriali, di cui 8mila incontri locali spontanei, per una partecipazione di ben 217.438 persone; l’11% del corpo elettorale ha partecipato almeno a un incontro dell’intero percorso) per raccogliere tra i cittadini le priorità da inserire nella nuova Carta. I principi che introdurrà dovrebbero toccare i diritti sociali fondamentali come la salute, l’educazione, l’abitazione, l’uguaglianza davanti alla legge, il rispetto dell’ambiente, e consentirebbero alla nuova Carta di superare l’impostazione neoliberista avvicinandosi alle ‘costituzioni sociali’ avanzate, già vigenti in altri stati sudamericani come Brasile, Colombia ed Ecuador.

Tale riforma, tuttavia, basata su una richiesta popolare, non partitica, non è inserita nell’agenda dei lavori parlamentari, per cui, qualora vinca l’ex Presidente Sebastián Piñera (l’imprenditore miliardario 67enne che ha occupato il Palacio de La Moneda dall’11 marzo 2010 all’11 marzo 2014), il nuovo Parlamento sarà comunque obbligato, per legge, a discutere e decidere del progetto di riforma costituzionale portato avanti dal Presidente uscente Bachelet, anche perché il nuovo occupante prenderà possesso solo l’11 marzo del 2018. Il nuovo Parlamento potrebbe, però, respingerlo o minimizzarlo, ignorando, in definitiva, la spinta quasi decennale che arriva dai cittadini protagonisti di questo processo partecipativo.

Quali sono i principali partiti e le alleanze instaurate per le elezioni previste?

Nonostante il numero di partiti schierati sia di circa 27 formazioni diverse fra loro, sostanzialmente sono tre le coalizioni che si contendono la presidenza nella tornata 2017: ‘Nueva Mayoria’ (evoluzione della storica ‘Concertaciòn’) che rappresenta la coalizione attualmente al governo,Chile Vamos’ che rappresenta la destra del Paese ed infine ‘Frente Amplio’ che rappresenta una sinistra radicale.

Mentre per la prima e la terza coalizione il nome del candidato a presidente è stato piuttosto discusso, la coalizione ‘Chile Vamos’ è concentrata su Sebastián Piñera (già Presidente il mandato precedente a quello attuale della Bachelet, che ha sua volta l’ha preceduto nel quadriennio 2006-2010), che sembra il favorito dai sondaggi. Ricordiamo che il momento di massima notorietà internazionale di Piñera, nel suo primo mandato, risale al 13/14 ottobre 2010 ed è legato al rocambolesco salvataggio dei 33 minatori sepolti a circa 700 mt di profondità per 70 giorni (dal 5 agosto) nella miniera di San José (nella regione di Atacama).

Per la ‘Nueva Mayoria’ si è fatto strada, ed è secondo nei sondaggi, il neo senatore Alejandro Guiller, presentato dal Partito Radicale, che dopo una lunga carriera nei telegiornali serali cileni (che lo hanno fatto ritenere dal pubblico come il giornalista televisivo più affidabile del Paese) ha scalzato altri candidati alla presidenza della coalizione come l’ex Presidente Ricardo Lagos, e la cattolica Carolina Goic.

La coalizione Frente Amplio, nata all’inizio di quest’anno e fresca di vittoria alle elezioni municipali tra cui la strategica Valparaíso, a scapito della Nueva Mayoria, si sta concentrando sulla figura di un’altra ex giornalista radiotelevisiva: Beatriz Sánchez.

C’è un ardua disputa tra Piñera e Guiller, secondo i sondaggi sono i favoriti, cosa propongono i due leader rispettivamente all’elettorato?

Al momento sono i due favoriti che verosimilmente, e salvo eventi imprevisti, dovrebbero andare al ballottaggio del 17 dicembre.

Il primo, forte del malcontento verso il governo Bachelet – che ha visto calare il suo consenso in questo secondo mandato dal 54% al 19% – intende ridare un’impronta più liberale e competitiva al Paese. A tal proposito ha promesso che triplicherà il tasso di crescita del PIL durante il suo eventuale mandato promettendo di ripristinare lo splendore del cosiddetto ‘modello cileno’ di crescita economica. Tuttavia, al di là dei proclami, sarà obbligato a ridisegnare tale modello sulla scia di quanto già avviato dalla Bachelet, dal momento che il rame, principale fattore di crescita del PIL del Paese, ha visto negli ultimi anni una caduta significativa del suo prezzo, obbligando l’attuale governo a tentare strade di minor dipendenza dal rame e di apertura a una maggior differenziazione di mercato orientata alla produttività e all’innovazione, come ad esempio con l’avvio di un programma energetico rinnovabile.

La crescita, per Piñera, passa per l’aumento delle pensioni (assieme a quello dell’età pensionabile), per la riduzione del numero dei parlamentari, per la diminuzione delle tasse aumentando gli incentivi per le imprese anche grazie a nuovi impieghi. Infine, mette il suo accento sulla riforma del sistema educativo – uno dei temi più caldi che assieme alla corruzione (sintomatico il cd. caso Caval del 2015 che ha visto coinvolto il figlio e la nuora della ‘Presidenta’ in un traffico di influenze politiche per favori personali) ha generato più dissensi e proteste di piazza tra quelli toccati dall’attuale governo Bachelet – con l’obiettivo di creare un sistema più meritocratico e meno assistenziale. Il punto più controverso del suo programma è la fine del ‘Transantiago’ (l’attuale sistema di trasporto pubblico).

Guiller, da parte sua, incarna un sentimento di contestazione e una parte di malcontento nel Paese, perciò pur non disconoscendo l’operato della Bachelet, strategicamente si discosta dalle scelte più recenti e più osteggiate, criticandone le mancate conquiste sul piano sociale e soprattutto l’incapacità di dialogare in modo efficace ‘dal basso’ con la popolazione, così come sta avvenendo nella riforma della Costituzione. Fra i suoi temi privilegiati: in politica interna, il decentramento federalista, l’attenzione per l’ambiente e l’energia, nonché un progetto di investimenti e riforme per l’educazione; in politica estera, una maggiore attenzione verso le risorse del Pacifico e verso l’oriente ed in particolare la Cina.

Frente Amplio è la nuova coalizione di sinistra cilena e la sua candidata è Beatrice Sánchez. Sembra però, secondo quanto emerge dai sondaggi, che la Sánchez non arriverà neanche a una ipotetica seconda votazione. Ci può spiegare perché questa nuova coalizione non ha, per adesso, così tanti voti?

Frente Amplio, rappresenta la classica contestazione e scissione, propria della sinistra mondiale. Una divisione, frutto più delle difficoltà del secondo mandato Bachelet, che di una analisi serena di quelli che sono i reali problemi del Cile: primo tra tutti il definitivo liberarsi delle scorie della dittatura, che ancora affiorano nel Paese, ed una maggiore fiducia verso istituzioni davvero rappresentative.

In ogni caso, rappresentando una sinistra più estrema raccoglie frange meno ampie della società. Per questo il vero obiettivo della Sánchez è, realisticamente, superare il 10% per poter essere ammessa al ballottaggio, così da poter influenzare le future scelte a sinistra. Ciò pochi mesi fa appariva possibile (avendo superato l’11%), ma dai sondaggi degli ultimi giorni l’ipotesi sembra perdere terreno.

Certamente questa coalizione sottrarrà al primo turno una discreta fetta di consenso al centrosinistra cileno. Credo, tuttavia, che nonostante le dichiarate distanze nei programmi con ‘Nueva Mayoria’, se Frente Amplio non raggiungesse il ballottaggio finirebbe per appoggiare la coalizione di sinistra.

La figura di Jose Antonio Kast, ex-DIU, si è presentato come leader indipendente di riferimento per l’estrema destra, alludendo in molti casi alla passata dittatura di Pinochet. Ci può spiegare chi è Kast e quale sarà il suo ruolo alle elezioni di domenica?

In realtà, l’estrema destra non è viva solo in Cile. Se guardiamo in Europa troviamo fenomeni simili che ancora si ispirano a figure storicamente molto più lontane rispetto a Pinochet. Quest’ultimo pur avendo lasciato la presidenza nel 1998, è rimasto senatore fino al 2006, anno della sua morte. In Cile, come si è osservato, il tema di una democrazia effettiva e partecipata non è ancora sbocciato del tutto, mentre i ricordi della dittatura, ancorché terribili, non sono del tutto sopiti sotto la cenere. Ne è testimone il fatto che il Cile, più di ogni altra democrazia sudamericana, si ispira alla thatcheriana assenza di società in favore della centralità dell’individuo. I lavoratori si rivolgono direttamente al datore di lavoro e non più ai sindacati per l’aumento di stipendio.

Resta però il fatto che i numeri di Kast (che assieme ad Ominami, fa parte dello stesso coalizione di Piñera, ‘Chile Vamos’) difficilmente gli permetteranno di superare il primo turno, pertanto potrà solo condizionare le scelte di governo di Piñera, qualora quest’ultimo fosse il vincitore.

Chi è invece Marco Enriquez Ominami e quale sarà il suo ruolo alle elezioni?

Al di là delle specifiche caratteristiche (Ominami è già al secondo tentativo di candidarsi alla presidenza) non mi pare che la sua posizione sia molto diversa da quanto detto per Kast.

Secondo l’ultimo sondaggio realizzato dal Centro de Estudios Públicos (CEP), Piñera otterrebbe il 44% dei voti, seguito dal candidato e senatore, Alejandro Guillier, con 19,7%. Seguono poi partiti e leader minoritari, come Beatriz Sánchez, di frente Amplio, con un 8,5% dei voti, o Kast con il 2,7%. In proiezione, in Cile, c’è un svolta a destra in Cile?

Parlare di una svolta a destra, specie in Cile, mi sembra eccessivo. Non dimentichiamo che Piñera è stato Presidente appena quattro anni fa con il suo primo mandato.

Semmai, con uno sguardo più ampio occorre sottolineare che un eventuale voto in tal senso si inquadra in un trend di incertezza latinoamericana più ampia. Infatti, quasi la metà dei 18 Paesi del Centro e Sud America dovrà eleggere o ha appena eletto (fra il 2017 e il 2018) un nuovo presidente, altri ancora ospiteranno elezioni legislative. Questa concentrazione di appuntamenti elettorali ha un grande comune denominatore: l’incertezza. Molti osservatori hanno etichettato come ‘giro a la derecha’ l’elezione di Macrì in Argentina, quella di Kuczynsky in Perù, di Morales in Guatemala. Lo stesso impeachment della Rousseff in Brasile con la nomina di Temer, assieme alla vittoria dell’opposizione alle legislative nel Venezuela chavista e la sconfitta di Morales nel referendum costituzionale in Bolivia, e persino la vittoria al ballottaggio del candidato della sinistra in Ecuador (Lenin Moreno, successore di Correa) ottenuta con uno scarto di 229 mila voti, poco più del 2%, sembrano rimarcare questa deriva.

Ciò, tuttavia, non ci consente di affermare che l’imminente maratona elettorale comporterà una netta virata a destra; sia perché parlare di ‘destra’ come concetto unitario in tutti i paesi è fuorviante, sia perché l’unica cosa realmente certa è che si sta attraversando una fase di significativa incertezza. In questo clima chi ha più chance di successo sono proprio degli outsider: candidati anti-establishment.

Del resto, i ‘latinos’ andranno a votare con un sentimento di frustrazione dovuto, da un lato, alla scarsa crescita economica (connessa alla più generale crisi economica mondiale che ha fatto crollare i prezzi delle materie prime – elemento determinate per l’area – e conseguentemente ha ridotto la capacità di offerta di servizi pubblici o più semplicemente di incentivi e sussidi per i ceti realmente o apparentemente più disagiati, aumentando necessariamente la pressione fiscale); dall’altro ai crescenti scandali di corruzione con un aumento della disaffezione per i partiti.

Tornano alla mente le denunce di sfruttamento incondizionato del territorio, sin dalle conquiste coloniali, rappresentate dal classico dell’uruguagio Eduardo Galeano: Le vene aperte dell’America latina. Il testo, censurato per lungo tempo dalle dittature in America latina, trova in una edizione italiana del 2012, la prefazione proprio di Isabel Allende Presidente del Senato cileno nonché del Partito Socialista cileno candidata alle elezioni presidenziali e ritiratasi per evitare tensioni alla coalizione di sinistra quando ancora il principale candidato sembrava essere l’ex Presidente Lagos.

Perché l’attuale Presidente, Bachelet, non si è ricandidata?

Semplicemente perché è vietato dall’art. 25 della Costituzione che prevede un solo mandato di quattro anni. Difatti, sia la Bachelet, sia Piñera, dopo il loro primo mandato non si sono potuti ricandidare ed hanno atteso quattro anni per ricandidarsi: la Bachelet nella tornata 2014-2018, Piñera per il 2018-2021.

Secondo due analisti ‘la destra cilena deve sapere che il problema di Pinera non è tanto Kast, se non che la somma dei voti del candidato di Chile Vamos sommati ai voti di Kast potrebbe essere più del 50% alla prima votazione. Se la somma dei voti dei candidati di destra non sommano il 50%, allora di Piñera potrebbe tornare a contare su parte dell’elettorato di Marco Enriquez-Ominami. Per Piñera, quindi, che Kast o Ominani stiano crescendo negli ultimi sondaggi a poche settimane dalla prima volta è indifferente. Entrambi, invece, servono a Pinera in vista di una possibile seconda votazione’. Lei crede sia davvero così? Può commentarci questa tesi?

Si è già detto che gli altri due candidati alla presidenza di ‘Chile Vamos’ possono essere condizionanti per l’eventuale governo Piñera e per la sua vittoria al ballottaggio. In teoria lo stesso potrebbe dirsi con riferimento a Guiller per i possibili voti raccolti da Beatrice Sánchez o dagli altri candidati della coalizione ‘Nova Mayoria’ come il voto cattolico della democristiana Carolina Goic o dell’ex Presidente Ricardo Lagos.

Non ci resta che attendere per sapere come andrà a finire.

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