sabato, dicembre 16

Chiuso il Black Friday, restano gli schiavi 4.0 Non appena il consumatore entra in un negozio o dà il suo click, l’esercito degli schiavi si mette subito in moto. Un esercito al quale, per il tempo di un clic o per il pagamento alle casse, dà l’illusione al consumatore di non esserne parte.

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Come funziona l’organizzazione del lavoro nei centri e-commerce, come sono regolati i contratti dei lavoratori all’ interno di essi, a quale sistema fiscale sono assoggettate le aziende e-commerce? Chiunque facesse una ricognizione su queste tre domande, vedrebbe subito che le risposte alle prime due domande sono le stesse delle fabbriche dell’800; quanto alla terza, gli Stati dell’800 erano più rigorosi e attenti nella riscossione delle tasse e nella misurazione dei profitti. Cos’è successo allora? Siamo tornati a prima dell’800? Allora, perché non tornare alle lotte politiche e sindacali degli allora sorgenti movimenti proletari che portarono poi a regolamentare i contratti e le condizioni di lavoro? Cosa sta succedendo se accettiamo di tornare indietro all’epoca industriale nell’ epoca post-industriale? Cosa c’è stata a fare in mezzo la società dell’informazione se il risultato è quello che vediamo? Dobbiamo tornare a vedere ‘Tempi moderni’ e ‘Metropolis’, films che rappresentavano la condizione del lavoratore, quella immortalata nella catena di montaggio che i lavoratori di Amazon continuano a vivere, con in più la ginnastica supplettiva che ognuno di quei lavoratori compie percorrendo 10 km al giorno tra i labirinti del deposito di Castel San Giovanni, nel piacentino?

C’è davvero qualcosa che non va. Si vede concretamente, quando trapelano le condizioni di lavoro nelle aziende e-commerce, il tema della impari condizione attuale, quella denunciata dallo stesso Joseph Eugene Stiglitz quando ha dichiarato che lo squilibrio tra i ricchi e i poveri sta diventando mostruoso. E una delle ragioni è proprio nell’ enorme surplus incamerato dalle aziende, il quale è ottenuto tra la bassa retribuzione agli operai e l’alta evasione fiscale.

Purtroppo, quando oggi si torna a denunciare la condizione dell’attuale capitalismo, chi lo fa viene accusato di comunismo, e tutto si tace. Tanto è riuscita l’operazione di mettere mentalmente fuori legge chi denuncia l’ingiustizia, mentre assistiamo a una riabilitazione, mentale e pure fisica, del fascismo che dell’ingiustizia incarnava il modello. A partire dalla difesa che i fascisti facevano delle fabbriche e di ciò che avveniva lì dentro, con i noti contro-picchetti degli squadristi contro chi scioperava. Ecco un altro segno della restaurazione, iniziata negli anni ’80, come più volte si è già detto altrove.

Ma tutto ciò non è un destino. Non è un destino subire, per esempio, l’abbuffata del black Friday, dove appare chiaro che il valore della merce non è quello che tutti i giorni ci fanno pagare (e perché ce lo fanno pagare, allora?), dove è ancora più chiaro che la vendita compulsiva alla quale cedono donne e uomini, sia una gigantesca bolla speculativa, poiché senza quelle vendite il mercato scoppierebbe per l’evidente squilibrio tra domanda e offerta. Se dobbiamo ringraziare tutti quegli utenti che si fanno condizionare dalla compulsività da acquisti, chi resta normale può pretendere una regolazione di un mercato che non è solo libero, ma selvaggio e squilibrato? Perché gli utenti di tutto il mondo si prostrano per un Bezos o un alibaba cinese?

E cosa significa parlare di minaccia ambientale e poi lanciare delle vere e proprie bombe all’ ambiente che fanno aumentare del collasso ambientale? Possibile che per difendere l’ambiente si passi per comunisti? Perché nei giorni del consumo compulsivo, si consuma due volte e mezzo di più l’energia consumata ogni altro giorno. Vuol dire che ogni proclama fatto contro il collasso ambientale, causato dallo spreco e dallo squilibrio dell’uso delle risorse, non viene rispettato dal commercio, fisico come virtuale. E magari c’è qualche furbastro nell’e-commerce che va in giro a parlare di sostenibilità. Ma è normale farsi prendere in giro da persone del genere? Se normale è per gli utenti compulsivi e sciocchi, non è che tutti gli altri devono pagarne le conseguenze.

In realtà, discorsi come questi sono inutili per il 90%. Perché forse è bene cominciare a dire che l’unica controcultura al predominio del marketing e dell’azienda, è quella rappresentata dal cittadino, il quale è però lo stesso che aspetta il black Friday per fare acquisti. Un cittadino che ha fatto sua la spinta agli acquisti promossa dalle aziende, diventando lui stesso un ingranaggio della macchina delle vendite.
Il marketing mirava a questo, a ottenere il consenso del consumatore per le offerte che arricchiscono le aziende e impoveriscono i cittadini. Mirava a creare il succube dell’acquisto, e il marketing ha perfezionato la strategia. Per farlo, il primo passo era svuotare di senso la cultura o addomesticarla attraverso libri, riviste, giornali tutte a impatto prêt-à-porter, dove il contenuto slittava sempre più verso il basso sino a diventare pettegolezzo. Il secondo passo è stato mettere in primo piano il racconto della paura: più si diffondono notizie dal contenuto drammatico o addirittura tragico, più si alza la soglia opposta a quella della paura, ossia la sua compensazione che ha subito pronto l’antidoto: basta andare a fare shopping e la paura passa.

La paura non è un racconto né una notizia; la paura è un fantasma che si libera con notizie che vanno a stanarlo e per il modo in cui le notizie vengono presentate; quando una notizia viene presentata insistendo sugli aspetti che colpiscono la sfera emotiva, non si può elaborare la paura ma anzi accresce l’ansia da paura il cui unico mezzo per farsela passare è andare a fare un giro nei negozi. Insieme alla paura, diffondere quotidianamente la vita dei vip – anche loro vittima del sistema del marketing – è stato un bel colpo per portare i consumatori all’ emulazione di quel mondo fatto di copie o addirittura delle firme false.

Tutto ciò genera una schizofrenia spaventosa: mentre il consumatore entra in un negozio dove i commessi sono sottopagati e costretti a ritmi anomali o non appena il consumatore dà il suo click al prodotto on-line, l’esercito degli schiavi si mette subito in moto. Un esercito al quale, per il tempo di un clic o per il pagamento alle casse, dà l’illusione al consumatore di non esserne parte.

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