mercoledì, settembre 19

Cfius, lo scudo statunitense a difesa della tecnologia nazionale Washington affila le armi in vista del confronto commerciale con la Cina

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Da quando Donald Trump ha incaricato i suoi collaboratori di predisporre strumenti di difesa delle proprietà intellettuali statunitensi, le relazioni economiche tra Washington e Pechino sono precipitate giorno dopo giorno. Tutto è cominciato con l’imposizione di dazi sull’alluminio e sull’acciaio, ma il culmine è stato raggiunto pochi giorni fa con l’applicazione di tariffe del 25% su 818 prodotti di importazione cinese, per un controvalore complessivo di 34 miliardi di dollari. Un minuto dopo l’entrata in vigore del provvedimento, la Cina ha fatto scattare la rappresaglia sotto forma di dazi della stessa entità su ben 545 categorie di prodotti importati dagli Usa.

L’intera questione verte tuttavia sul settore strategico dell’alta tecnologia. Negli ultimi cinque anni, le acquisizioni cinesi di compagnie hi-tech statunitensi sono letteralmente esplose. Si parla di investimenti per 116 miliardi di dollari, parte rilevante dei quali provengono da aziende dotate di una qualche forma di connessione con il governo di Pechino. Il timore degli Stati Uniti è che, attraverso le acquisizioni, le autorità dell’ex Celeste Impero si pongano nelle condizioni di sfidare il primato tecnologico statunitense. Di qui la decisione di assumere una postura particolarmente rigida nei confronti di Pechino.

Nel febbraio del 2017, un rapporto del Pentagono aveva infatti evidenziato l’estrema rapidità con cui tecnologie di punta, comprese quelle applicabili a fini militari, vengono trasferite alla Cina nell’ambito di processi – come il finanziamento di start-up e l’acquisizione di quote di società hi-tech quando si trovano ancora nella loro fase embrionale – di cui in genere le autorità Usa faticano a comprendere la portata né a disciplinarne il corso. Ragion per cui, sotto la spinta del suo consigliere economico Peter Navarro (un fervente anti-cinese), Trump ha imposto una serie di tariffe contro Pechino ai sensi della Section 301 della legislazione commerciale statunitense, che autorizza il presidente ad adottare qualsiasi misura – rappresaglie comprese – per reagire e/o contrastare atti di governi stranieri giudicati lesivi per gli interessi del Paese. Parallelamente, Washington ha predisposto il potenziamento del Committee on Foreign Invertment in the United States (Cfius), l’agenzia incaricata di esaminare e bloccare gli investimenti stranieri nel caso in cui attentassero alla sicurezza nazionale Usa. Presieduto dagli alti vertici del Dipartimento del Tesoro, il Cfius annovera nel proprio consiglio i principali collaboratori dei segretari al Commercio, all’Energia, agli Esteri, alla Sicurezza interna e alla Difesa. L’organismo fu creato sotto l’amministrazione Ford nel 1975 e consolidato negli anni ’80 da Reagan per frenare le acquisizioni giapponesi, ma Trump mira a servirsene sia come punta di lancia del suo ‘arsenale protezionistico’ che come strumento utile a bloccare l’export di tecnologie sensibili. È proprio questo il canale che, secondo gli esperti statunitensi, avrebbe permesso alla Cina di impossessarsi di segreti industriali Usa. Ragion per cui le autorità Usa hanno pensato bene di attribuire al Cfius i poteri necessari a «combattere le pratiche cinesi che obbligano le imprese straniere a condividere le loro tecnologie in cambio dell’accesso al mercato interno».

Per il Cfius, il battesimo del fuoco nell’ambito del ‘nuovo corso’ inaugurato da Trump si è verificato lo scorso settembre, con il blocco del processo di acquisizione della società statunitense costruttrice di microchip Lattice da parte di Canyon Bridge, un fondo di investimento specializzato in semiconduttori collegato al fondo sovrano cinese. Agendo sulla base alle raccomandazioni fornite dal Cfius, la Casa Bianca è discesa in campo ponendo il proprio veto sull’operazione da 1,3 miliardi di dollari in ragione dei problemi di sicurezza nazionale che implicava. L’intervento è stato motivato ufficialmente dalla necessità di scongiurare le ricadute potenzialmente devastanti del trasferimento di proprietà intellettuali ai cinesi di cui il governo Usa fa largo impiego, nonché di preservare l’integrità della supply chain di settore.

Particolare impressione ha inoltre suscitato il caso Moneygram, azienda specializzata in trasferimenti di denaro su scala mondiale. Ant Financial, divisione finanziaria di Alibaba specializzata in pagamenti su Internet e mobile, aveva di fatto concluso l’operazione di acquisto che, per entità, si aggirava attorno agli 1,2 miliardi di dollari, ma l’irruzione del Cfius compromise l’affare sulla base dei rilievi mossi da alcuni membri del Congresso, a detta dei quali l’acquisizione metteva in pericolo la segretezza dati finanziari dei soldati statunitensi impegnati all’estero che si avvalevano dei servizi di Moneygram per inviare il proprio stipendio a casa. A poche settimane di distanza, il Cfius mandò a monte due investimenti del conglomerato cinese Hna negli hedge fund SkyBridge Capital e nella società mineraria Glencore adducendo come motivazione l’elevato livello di opacità finanziaria che impediva di far luce sulla struttura azionaria dell’acquirente. Si è trattato di uno sviluppo significativo, perché fino al 2016 il colosso cinese aveva effettuato investimenti multimiliardari negli Stati Uniti senza imbattersi in alcuna opposizione da parte di Cfius. Quest’ultimo è successivamente intervenuto sostenendo che era ‘fortemente improbabile’ che l’operazione di acquisizione di Xcerra, impresa statunitense di analisi legata al campo dei semiconduttori che tuttavia non produce microchip, da parte della società cinese Sino IC Capital avrebbe ricevuto il nulla osta.

L’azione di maggiore rilievo compiuta dal Cfius è tuttavia quella relativa alla bocciatura dell’acquisizione di Qualcomm, uno dei maggiori produttori di semiconduttori al mondo particolarmente all’avanguardia nel settore dello sviluppo della tecnologia 5G, da parte di Broadmcom, azienda statunitense operante nello stesso campo con sede a Singapore. L’affare, da 117 miliardi di dollari, è stato sospeso d’autorità da parte di Trump e del Cfius in considerazione del fatto che la fusione delle due società avrebbe ridotto drasticamente la concorrenza ed esaurito quella spinta all’innovazione di cui gli Usa hanno bisogno per puntellare la propria leadership tecnologia di fronte alla sempre più agguerrita concorrenza esercitata dai giganti cinesi di cui Huawei è il capofila.

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