lunedì, ottobre 23

Cesare Battisti: l’Italia spera nell’estradizione Spagna: oltre 100 comuni catalani non hanno chiuso per la festa nazionale spagnola. Rajoy, ok all'articolo 155

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Passo in avanti vero la possibile estradizione di Italia di Cesare Battisti. Secondo alcune fonti citate dai media nazionali, il presidente brasiliano Michel Temer avrebbe deciso di revocare l’asilo politico all’ex terrorista dei Proletari armati comunisti, condannato in Italia all’ergastolo per quattro omicidi.

L’ultima parola spetta però al Supremo tribunale federale (Stf), chiamato a decidere se accettare o meno il riconoscimento dell’habeas corpus invocato dai legali di Cesare Battisti. Secondo fonti vicine a Temer, se Luis Fux, il magistrato dell’alta corte che deve esaminare il caso, tardasse troppo nel prendere una decisione, l’ufficio legale della presidenza potrebbe emettere un parere ufficiale che renderebbe inevitabile l’estradizione di Cesare Battisti verso l’Italia.

Gli avvocati di Cesare Battisti sono però convinti che il presidente brasiliano non autorizzerà l’estradizione in Italia dell’ex terrorista: «Siamo fiduciosi che il presidente della Repubblica, noto docente di Diritto costituzionale, rispetterà le norme brasiliane, nonostante le pressioni politiche interne ed esterne».

«Se il Brasile confermerà la mia estradizione in Italia mi consegneranno alla morte», aveva detto poco prima in una intervista lo stesso Cesare Battisti. «Perché non ho diritto di restare in Brasile?», ha poi affermato.  «Adesso dobbiamo solo esprimere rispetto per le decisioni del presidente brasiliano e per le sue valutazioni che attendiamo con grande fiducia», ha invece detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano, «noi abbiamo fatto un grande lavoro, meno proclami si fanno in questo momento più probabilità ci sono di arrivare all’obiettivo».

Andiamo in Spagna, perché nel giorno della festa nazionale le prime pagine sono tutte per la questione della Catalogna. Oltre 100 comuni catalani non hanno chiuso per la festa nazionale spagnola.

Nel frattempo il premier Mariano Rajoy ha attivato la procedura per l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione, che consente di sospendere di fatto l’autonomia catalana e destituirne il presidente e i ministri. Rajoy ha lanciato un ultimatum. Entro lunedì alle 10 del mattino Puigdemont deve chiarire se ha effettivamente dichiarato o meno l’indipendenza. Rajoy ha concordato la mossa con il leader socialista Pedro Sanchez. In cambio dell’appoggio del Psoe, Sanchez ha ottenuto l’accordo di Rajoy per l’avvio di una riforma della costituzione che cerchi di offrire una nuova sistemazione istituzionale alla Catalogna.

La prima risposta di Puigdemont all’ultimatum di Rajoy è stato un nuovo appello al dialogo ‘senza condizioni’. Mentre il portavoce Jordi Turull ha avvertito che la risposta di Barcellona all’applicazione del 155 potrebbe essere la proclamazione immediata della Repubblica come esige l’ala sinistra dello schieramento secessionista, la Cup.

Donald Trump torna ad attaccare l’accordo sul nucleare con l’Iran e lo fa in una intervista a ‘Fox News‘: «E’ frutto di un incompetenza mai vista, è l’accordo peggiore mai visto. Gli abbiamo dato 150 miliardi di dollari e noi non abbiamo ottenuto niente. E loro hanno avuto la strada spianata per costruire armi nucleari molto velocemente».

L’ex primo ministro israeliano Ehud Barak però ha messo in guardia gli Usa dal ritirarsi dall’intesa: «Se Trump scegliesse di sconfessare l’intesa, darebbe il pretesto agli iraniani di riprendere la loro corsa verso il nucleare». Inoltre il pericolo sarebbe che la Corea del Nord «capirebbe che non ha senso negoziare con gli americani se questi, dopo un relativo piccolo lasso di tempo, possono cancellare un’intesa che è stata firmata».

Trump che intanto, per quanto riguarda le vicende interne, ha firmato un ordine esecutivo per iniziare il processo della cancellazione e sostituzione dell’Obamacare che il partito repubblicano non è riuscito a portare a termine al Congresso. Mentre il futuro del presidente sembra davvero in bilico .Secondo ‘Vanity Fair’, Steve Bannon, ex stratega Trump, il tycoon ha solo il 30% di chance di restare alla Casa Bianca fino alla fine del mandato. I pericoli maggiori sono all’interno del suo governo più che in Congresso.

In Medio Oriente, il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha annunciato che la sua organizzazione ha raggiunto l’intesa con Fatah negli incontri al Cairo, grazie alla mediazione egiziana. I dettagli dell’intesa saranno spiegati in una conferenza stampa, secondo il capo delegazione di Fatah Azzam al-Ahmad.

Ancora problemi nella trattativa Ue-Gran Bretagna sulla Brexit. Londra, secondo il capo negoziatore Ue Michel Barnier, «non è sempre ancora pronta a precisare la sua posizione sugli impegni finanziari, quindi non ci sono stati negoziati» durante questo round. Per questo, ha affermato, «siamo in un’impasse estremamente preoccupante».

Chiudiamo con la notizia dell’addio degli Stati Uniti all’Unesco. La decisione sarà effettiva dalla fine del 2018 e gli Usa resteranno osservatori. A riferirlo per prime fonti americane all’Associated Press, secondo le quali a decisione è stata presa in seguito alle recenti risoluzioni dell’Unesco contro Israele e gli insediamenti e che Washington considera anti-israeliane.

«Mi rammarico profondamente per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Unesco, di cui ho ricevuto notifica ufficiale con una lettera del segretario di stato americano, Rex Tillerson», si legge in un comunicato della direttrice generale dell’Organizzazione con sede a Parigi, Irina Bokova.

Il ritiro Usa dall’Unesco «a causa delle relazioni con Israele è una decisione da apprezzare», ha detto invece su Twitter l’ex ministro degli esteri e negoziatore capo, Tizpi Livni. «E’ un messaggio al mondo che c’è un prezzo alla politicizzazione, alla storia unilaterale e distorta».

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