venerdì, aprile 20

Catalogna: un ceffone a Rajoy, una carezza a Ciudadanos, e a letto con i separatisti Dal voto di ieri: Ciudadanos primo partito, le tre forze separatiste insieme hanno la maggioranza dei seggi, il PP di Rajoy sprofonda con i socialisti

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La Catalogna ha votato e tutto (o quasi) resta come prima. ‘Tutto’, perché le forze indipendentiste/separatiste insieme hanno la maggioranza del Parlament catalano, e dunque dovrebbero restare al Governo della Generalitat, come prima che Madrid facesse scattare l’articolo 155 della Costituzione spagnola, ovvero il commissariamento della regione in seguito alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza. ‘Quasi’, perché la geografia politica della regione cambia e con riflessi importanti sulla politica dell’intera Nazione, a partire dal Governo a guida Mariano Rajoy.

Dopo una straordinaria corsa ai seggi che si è chiusa con l’affluenza all’81,94% -il valore più alto mai registrato, sette punti in più rispetto alle consultazioni del 2015, quando l’affluenza fu del 74,95%-, i catalani oggi si sono svegliati con: gli unionisti di Ciudadanos, guidati da Inés Arrimadas (che si conferma essere l’incubo dei separatisti e la nuova stella della politica catalana e forse, in futuro, spagnola), primo partito in Catalogna con 36 seggi (26,67%); le formazioni indipendentiste che riescono a mantenere la maggioranza assoluta al Parlamento. I partiti secessionisti ottengono, infatti, 70 seggi su 135. Junts per Catalunya, il partito dell’ex e teoricamente futuro nuovo Presidente Carles Puigdemont, ottiene 34 seggi (25,19%), che sommati ai 32 seggi di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), e ai 4 seggi di Cup permettono, sulla carta, alle formazioni separatiste di restare al Governo.

Il Partito Popolare di Rajoy, si ferma poco sopra il 2% e ottiene solo 4 seggi, risultato che sancisce la bocciatura del premier da parte dei catalani. Anche i socialisti del Psc sono andati male, hanno ottenuto 17 seggi con il 12,6% dei consensi, CatComù, formazione vicina a Podemos, ha 8 seggi con il 5,9% dei voti.

Se gli indipendentisti hanno la maggioranza assoluta, e vero, però, che le tre formazioni sono molto divise, e per formare un Governo dovranno trovare il modo di superare tali divisioni. Un problema, certo, ma questo potrebbe essere il più piccolo dei problemi. Se in campagna elettorale il fatto che questa fosse una tornata di voto che si conduceva con candidati dietro le sbarre (il capo della lista Erc, Oriol Junqueras e altri) o fuggiti in Belgio (Carles Puigdemont e 4 suoi ex Ministri: Clara Ponsati, Antoni Comin, Lluis Puig, Meritxell Serret), con sulla testa l’accusa di sedizione e ribellione, e questa era una curiosaanomalia’, ora questo ‘cammeo’ giornalistico diventa un enorme e imbarazzante problema politico e giudirico, per Madrid più che per Barcellona, e probabilmente anche per l’Unione Europea. Tutto ciò significa che la lunga crisi politica della regione invece di trovare uno sbocco nel voto è stata di fatto confermata, congelata e prolungata.

Un voto, quello di ieri, che mette nei guai Mariano Rajoy. Il voto era considerato una sorta di test sul sostegno dei catalani al movimento separatista, dopo che Rajoy aveva commissariato la regione tramite l’articolo 155 della Costituzione, rimuovendone i leader dopo il referendum sull’indipendenza e la dichiarazione unilaterale. Il risultato del Partito Popolare di Rajoy, sancisce la bocciatura del premier da parte dei catalani e restituisce una sonora vittoria a Ciudadanos che la farà sicuramente valere sul tavolo di Madrid. Ma non basta.

Il premier, unico, grande, vero perdente di questo 21 dicembre, uscito sconfitto dalla scommessa sul voto anticipato, dal modo di gestire l’articolo 155, dall’incapacità di andare oltre la legge e mettere in pista gli attrezzi della politica, ora è all’angolo, incastratoin punta di diritto‘, lo stesso che ha usato nel trattare il problema catalano sperando di non doversi politicamente esporre. Puigdemont potrà rivendicare il diritto a governare di nuovo la Catalogna, ma se dovesse mettere piede in Spagna farebbe la fine di Junqueras, in carcere rischiando fino a 30 anni di reclusione. Governare dall’esilio in Belgio la Catalogna è una delle ipotesi che Puigdemont potrebbe considerare. Il leader del secondo partito vincitore è in galera. Come fa una Nazione democratica permettere che una sua Regione sia governata (a seguito del verdetto delle urne) da un manipolo di gente in galera e dall’esilio nella ‘capitale’ dell’Unione Europea?

Rajoy ‘in punta di diritto’ si è messo all’angolo, ora dovrà capire, se nuovamente non vorrà sporcarsi le mani con la politica, come ‘in punta di diritto’ uscirne, per la Catalogna, e per la Spagna. Un rebus per il quale ci vorrà tempo.

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