lunedì, ottobre 23

Catalogna, Rajoy e l’articolo 155 della discordia Ue chiede chiarimenti all'Italia sul suo accordo con la Libia. Al Abadi: 'Entro fine 2017 la fine dell'Isis in Iraq'

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La questione Catalogna infiamma la Spagna. Ad intervenire oggi il premier Mariano Rajoy che ha replicato al discorso al parlamento di Barcellona del presidente catalano Carles Puigdemont, che ha dichiarato l’indipendenza ma l’ha sospesa per favorire il dialogo con Madrid. «Puigdemont confermi se ha dichiarato la secessione», ha detto Rajoy, aprendo così la strada a quello che è il primo passo previsto dalla legge prima che il governo possa chiedere al Senato l’attivazione dell’articolo 155. Questo consentirebbe di sospendere l’autonomia catalana, mentre il 116 permette di istituire lo ‘stato di eccezione’ in una parte del territorio dello Stato.

Parlando successivamente in Parlamento, Rajoy ha criticato duramente il governo della Catalogna di Puigdemont: «Un attacco sleale e pericoloso alla Costituzione, all’unità della Spagna e alla convivenza pacifica dei cittadini. Il governo autonomo non ha rispettato la legge e le sentenze della Corte». Poi ha detto: «E’ un momento grave per la nostra democrazia. Si stanno mettendo in discussione i principi di una società democratica. Non può esserci una mediazione fra la legge democratica e l’illegalità».

Il portavoce dell’esecutivo della Catalogna Jordi Turull ha poi replicato: «Se applicano il 155, vuole dire che non vogliono il dialogo, e sarà chiaro che dobbiamo essere coerenti con i nostri impegni».

Appoggio al premier spagnolo arriva dal segretario socialista Pedro Sanchez (Psoe). Ma a favore del premier spagnolo c’è anche la Ue. «La Commissione sostiene gli sforzi per superare le divisioni e la frammentazione e assicurare l’unità e il rispetto della Costituzione spagnola», ha detto il vicepresidente dell’esecutivo comunitario Valdis Dombrovkis. «Abbiamo fiducia nelle istituzioni spagnole, nel premier Rajoy con cui il presidente Juncker è in contatto costante e in tutte le forze politiche che stanno lavorando verso una soluzione nel quadro della costituzione spagnola».

«Una dichiarazione di indipendenza della Catalogna sarebbe illegale e non sarebbe riconosciuta», ha detto la portavoce di Angela Merkel, mentre dalla Francia il ministero degli Esteri fa sapere: «Ogni dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte delle autorità catalane sarebbe illegale e non potrebbe in alcun caso essere riconosciuta. Continuiamo ad essere preoccupati per la situazione in Catalogna, dopo le dichiarazioni di Carles Puigdemont. Ogni soluzione a questa crisi va trovata nel quadro costituzionale spagnolo. L’unità e la legalità costituzionale vanno rispettate e tutelate». Mentre il premier Paolo Gentiloni ha detto: «Bisogna sottolineare la necessità di rispettare il quadro costituzionale e le leggi. E l’appello al dialogo per evitare escalation ingiustificate e pericolose deve svilupparsi nella cornice della costituzione spagnola e del rispetto dello stato di diritto spagnolo».

Rimaniamo in Europa, dove il premier Gentiloni in conferenza stampa con il suo omologo albanese Edi Rama ha affermato: «I tempi per l’apertura dei negoziati con l’Europa per l’Albania credo siano maturi». Secondo Gentiloni la questione può essere discussa già al prossimo vertice Ue di dicembre. «L’Albania ha fatto dei passi straordinari, anche nei settori che la Ue segue con più attenzione».

Intanto il Consiglio d’Europa chiama l’Italia e chiede chiarimenti sul suo accordo con la Libia. In una lettera del commissario dei Diritti umani Nils Muiznieks al ministro degli Interni Marco Minniti si chiede in specfal modo «quali salvaguardie l’Italia ha messo in atto per garantire che le persone eventualmente intercettate o salvate da navi italiane in acque libiche, non siano esposte al rischio di essere vittime di trattamenti e pene inumane e degradanti e alla tortura». Nel documento si chiedono anche informazioni sul nuovo Codice di condotta per le ong coinvolte in operazioni di salvataggio in mare, una richiesta già rivolta alle autorità italiane in una lettera adottata ieri dalla commissione migrazioni dell’assemblea parlamentare del consiglio d’Europa.

La Corea del Nord prepara un lancio multiplo di razzi a corto raggio da effettuare intorno all’avvio del 19° congresso del Partito comunista cinese, previsto per il 18 ottobre. A dirlo l’Asian Business Daily, secondo cui i militari sudcoreani e Usa hanno rilevato il trasporto di 30 razzi Scud da Hwangju, a sud di Pyongyang, all’impianto di manutenzione di Nampo, sulla costa occidentale. E che la tensione sia alle stelle lo certifica il volo di due bombardieri strategici Usa insieme a jet sudcoreani nei cieli della penisola di Corea durante la notte.

Nel frattempo Donald Trump, secondo la ‘Nbc‘, vuole decuplicare l’arsenale nucleare americano e la richiesta è stata fatta ai propri vertici militari lo scorso luglio. Trump, secondo quanto racconta chi era presente, disse chiaramente che la sua intenzione era di aumentare drasticamente la capacità nucleare degli Stati Uniti dopo che per 50 anni l’arsenale è andato gradualmente riducendosi. Attualmente le testate atomiche americane sono circa 4mila, ma il presidente vorrebbe tornare alle 32mila degli anni ’60.

In Iraq invece il primo ministro Haidar al Abadi è sicuro: «Entro la fine di quest’anno assisteremo alla fine dell’Isis in Iraq. Abbiamo liberato aree che le forze irachene non erano state in grado di raggiungere a partire dai giorni successivi alla caduta del passato regime, nel 2003».

In Kenya migliaia di persone scese in piazza sono state allontanate dalla polizia a Nairobi con l’uso di gas lacrimogeno. Le persone stavano manifestando pacificamente chiedendo modifiche alla Commissione elettorale. La manifestazione era stata indetta da capi della ‘Super Alleanza’ di opposizione il giorno dopo che il loro leader, Raila Odinga, si è ritirato dalla competizione elettorale, temendo nuove irregolarità proprio a causa della Commissione.

In Liberia invece sono in corso le operazioni di spoglio dei voti per il primo turno delle elezioni presidenziali. Secondo i primi risultati, si conferma la necessità di un ballottaggio. In testa finora sarebbero l’ex-calciatore George Weah, esponente della Coalizione per il cambiamento democratico e il vicepresidente uscente Joseph Boakai, del partito di governo Unity Party. Per il Paese della Africa occidentale si tratta del primo passaggio di testimone tutto democratico da oltre 70 anni.

Chiudiamo con la questione Rohingya. Il Bangladesh ha rivolto un appello alla comunità internazionale a farsi carico della crisi dei musulmani fuggiti in massa dalla Birmania sostenendo che «questo non è più un affare interno birmano, ma una vera e propria catastrofe regionale».

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