lunedì, ottobre 23

Catalogna, Puigdemont-Rajoy partita tra attendisti Sembra solo una delle più classe commedie degli equivoci, invece è tutto vero e niente accade senza che abbia avuto un certo approfondimento di strategia politica

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Sembra che l’atteggiamento di Carles Puigdemont, Presidente della Generalitat della Catalogna, in questi giorni  -ma per alcuni anche prima del referendum- sia caratterizzato, e riassumibile, da questa frase: qualsiasi cosa faccia, sbaglia. Il ruolo scomodo, ma fino a un certo punto, che il Presidente della Generalitat ha in questo momento dell’intricatissima vicenda catalana, parrebbe condurre tutti gli osservatori, interessati o meno, alla confusione.

La dichiarazione di indipendenza c’è, ma non come la CUP (Candidatura d’Unitat Popular) avrebbe voluto (ovvero con una dichiarazione unilaterale fatta davanti al Parlamento catalano); la dichiarazione non c’è, ma è solo differita, atto che comunque scatena lo stesso le reprimende di Mariano Rajoy e del leader socialista Pedro Sánchez, mai così uniti come adesso. La riunione del Parlamento di Madrid, infatti, ma non poteva essere altrimenti, finisce con il premier spagnolo cheintimail leader politico catalano a ritirare anche ciò che non ha dichiarato apertamente (o meglio, ufficialmente) di fare.
Letta così sembra solo una delle più classe commedie degli equivoci che tengono incollato alla sedia ogni spettatori. Peccato che, in verità, sia tutto vero; e peccato che, inoltre, non sia stato fatto alcun passo senza che lo stesso non abbia avuto un certo approfondimento di strategia politica.
Certo -visto che si è tanto invocato il ricorso alla legalità e alle leggi- Puigdemont non ha dichiarato l’indipendenza laddove avrebbe potuto avere un effetto devastante nei confronti dei rapporti con Madrid, ovvero nel Parlamento catalano. Infatti, non sono scattati effetti ‘giuridici’, se così si può dire, da tale atto. Tuttavia, Carles Puigdemont ha comunque ribadito che l’indipendenza ci sarà, avendo dunque ratificato il risultato del referendum. Ed è qui il problema. Per Rajoy tanto basta, visto che si è sempre detto contrario al referendum e lo ha sempre giudicato illegale. Che qualcuno insista su un risultato che per il premier spagnolo è illegale, significa solamente che vi è un punto di non ritorno. Osserviamo, infatti, che Rajoy è più preoccupato di un atto politico che di uno giuridico. Il mantenimento dell’atto politico (il voler, cioè, insistere nel dare valore al referendum, ai suoi risultati e alle conseguenze che questo produrrà così come scritte nella Legge per il Referendum sull’indipendenza della Catalogna) è di gran lungo, in questa fase, più pericoloso di un atto giuridico, che, diciamolo, non ci può essere, perché sarebbe automatico solo in presenza di un risultatocogente‘. Ma il punto è che il risultato non è cogente per Madrid, ma lo diventa per Barcellona. E proprio perché gli effetti sono ben presenti a tutti, in Catalogna, la CUP, il partito indipendentista di sinistra, non ha nascosto il proprio rammarico, appoggiando la parte del discorso di Puigdemont in cui si fa riferimento all’indipendenza come la strada da seguire, ma non la parte in cui si sposta di qualche tempo la dichiarazione e gli effetti  -giuridici per Barcellona, politici per Madrid- del referendum. Eppure, l’esponente politico catalano ed ex sindaco di Girona sa benissimo quello che sta facendo. Tra chi lo accusa di essere uno che si è rimangiato tutto, quasi un traditore, e chi lo accusa, invece, di essere ancora un pericoloso eversore perché ancora non recede dall’idea di indipendenza della sua ragione/Nazione, Puigdemont ha bene in mente il suo cammino. La dichiarazione di indipendenza è differita solo per dare la possibilità alle parti di sedersi a un tavolo e discutere, soprattutto sulla paventata fine dell’autonomia della Comunità autonoma di Barcellona, paventata dal famoso articolo 155 della Costituzione.
Se si è notato bene, Rajoy anche ieri pareva avere un chiodo fisso e ripeteva a Puigdemont una cosa sola, quasi come un mantra; semplificando (chiede Rajoy): «ma quindi ci vuoi dire chiaramente e una volta per tutte se confermi la tua dichiarazione di indipendenza e soprattutto quando essa avrebbe, secondo te, vigore?».
Ecco, sono i tempi, in questa delicata partita a scacchi tra Madrid e Barcellona, l’elemento determinante. Chiamandolo in modo sferzante ‘Carlos’, alla spagnola, e non ‘Carles’, suo vero nome in catalano, Rajoy delega al suo omologo catalano il ritorno alla normalità in Spagna. Eppure, se è stato attendista Puigdemont l’altro ieri, ha fatto altrettanto ieri Rajoy. Il Governo, che inizialmente si sarebbe dovuto riunire nel primo pomeriggio, si riunisce invece di mattina. Avrebbe dovuto decidere sulle conseguenze dirette e puntuali all’atteggiamento di Puigdemont che, ricordiamolo, ha pur sempre affermato che l’indipendenza è l’obiettivo al quale ci si dovrà muovere. Invece, Rajoy, che avrebbe dovuto decidere sulle conseguenze da attribuire al trio Puigdemont-Forcadell-Junqueras, non lo ha fatto e ha usato una posizione attendista simile al suo -oramai considerato- acerrimo avversario. Non ha, per esempio, deciso che l’Esecutivo spagnolo riducesse o azzerasse i poteri di Barcellona tramite il ricorso all’articolo 155. E non ha neppure intimato l’arresto a nessuno, come al contrario aveva minacciato di fare, ove solo si fosse ribadita quella parola, ‘indipendenza’. Insomma, una posizione altrettanto attendista. Perché, se, ovviamente, è molto più debole quella di Puigdemont e della Generalitat, che tra ieri e oggi ha ‘incassato’ il niet di -solo in ordine di tempo- Angelino Alfano (Italia), Emmanuel Macron (Francia) e Donald Tusk (UE), anche il ruolo di Rajoy non è per nulla semplice, benché da una collocazione ben diversa da quella del leader catalano. Difatti, ha voluto rilanciare la palla a Puigdemont, affermando ancora che il comportamento del Governo spagnolo sarebbe stato conseguente a un comportamento in una certa direzione della Catalogna. Tipo, voi diteci quello che farete e poi nei prossimi giorni vi diremo cosa faremo noi. In un’altra prospettiva, Rajoy, dopo ciò che comunque Puigdemont non ha ritirato, ovvero il cammino inesorabile verso l’indipendenza, avrebbe dovuto reagire comunque duramente, almeno visti i proclami. Invece attende. Perché non basta che le banche vadano via da Barcellona, che l’Unione Europea sia contro l’indipendenza e dica di non ingerire negli affari interni spagnoli quando lo fa invece in modo unidirezionale ogni giorno, che le società vogliano cambiare sede legale, che diversi Stati europei si pongano di traverso, e tutto il resto. Non basta. Perché? Perché Rajoy sa di avere un nemico invisibile perché indefinibile, ma concreto, esistente, reale. Non è Puigdemont, né la Forcadell o Junqueras, né il sindaco di Barcellona o la sua squadra di calcio; è il popolo il suo più grande avversario. Quell’insieme di persone che con lui hanno avviato una pratica di divorzio, prima ancora che di separazione. Quella gente cui è stato impedito con la forza e in modo, lo dicono in tanti anche insospettabili, violente di esprimere comunque una propria opinione. Quel popolo che forse è anche leggermente minoritario  -ma ci sono legittimi dubbi su questo- ma è consistente, crescente e non resterà spettatore. Ecco perché il miglior attendista, in mancanza di altri fatti esterni, in questo momento è colui il quale giocherà meglio le sue carte. Anche in presenza di tanto rumore, sarà più assordante ciò che accadrà in unrelativosilenzio.

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Sull'autore

Politologo docente presso l'Università di Sassari, esperto di indipendentismo, di partiti etnoregionalisti europei, soprattutto sardo e bretone, anche in prospettiva comparata, autore di svariate pubblicazioni con attenzione particolare per l'indipendentismo sardo.