martedì, gennaio 16

Catalogna e la partita 21-D: un risultato che non serve a nessuno In Catalogna tutto è cambiato o forse proprio nulla. E se il vento del cambiamento soffiasse a Madrid?

0

La partita 21-D in Catalogna si è chiusa con una risultato che non serve quasi a nessuno, di certo non a risolvere la crisi catalana. Primo partito il centrista unionista di Ciudadanos con 37 seggi; a quota 34, l’indipendentista ‘Junts per Catalunya‘ di Carles Puigdemont. Ma a governare saranno i separatisti che con tre liste JUNTSxCat, Erc-CatSì e Cup che con la maggioranza assoluta dei seggi, 70 su 135, ma non dei voti, arrivando al 47,5 per cento. Un risultato ‘che nessuno può contestare’, come dice Carles Puigdemont. Anzi.

Sta di fatto che i catalani si ritrovano nel limbo e, allo stesso tempo, protagonisti sulla scena nazionale. Un risultato che gli analisti avevano previsto subito dopo l’annuncio di Mariano Rajoy di tornare dare la parola ai cittadini. Risultato nella sostanza atteso ma che sembra andare oltre al previsto, almeno nei suoi risvolti nazionali e nel come i catalani hanno interpretato il ruolo di elettori. Sono andate in scena le elezioni più pazze del mondo. «I catalani hanno scelto la via del dolore», scrive Isidoro Tapia, su ‘El Confidencial’ in un commento dal titolo ‘Crucifixión o libertad? Y Cataluña eligió crucifixión’, e il tutto nelle  «circostanze più inospitali per l’indipendenza ».

L’applicazione dell’art. 155, la metà del vecchio Governo dell’autonomia catalana in carcere e l’altro in ‘esilio’ a Bruxelles, con sia l’indipendenza che l’unità in frantumi, avendo sotto gli occhi il fallimento assoluto della via unilaterale all’indipendenza. Le elezioni devono servire a formare Governi.  Il 21-D non è riuscito a servire a questo.  «Le elezioni 21-D sono state convocate con una premessa impossibile: che i cittadini, come per magia, avrebbero trovato la combinazione di seggi in grado di sbloccare la situazione politica». Così non è stato, perché i catalani hanno restituito due contrapposti e inconciliabili blocchi. A chiusura dei seggi e conteggio dei voti effettuato «conosciamo la distribuzione dei seggi, non sappiamo chi sarà il prossimo Presidente della Generalitat». «Gli esseri umani», afferma Isidoro Tapia, «non sono macchine perfettamente razionali, siamo, al contrario, esseri che non solo commettono errori regolarmente, ma lo facciamo sistematicamente, attraverso i cosiddetti pregiudizi cognitivi. Uno di questi è il pregiudizio di conferma. È la tendenza a cercare le informazioni che confermano le nostre posizioni di partenza».

«Il nostro universo fungerà da imbuto di realtà, filtrando i fatti per confermare ciò che già sapevamo». «Questo meccanismo psicologico è accelerato quando gli individui affrontano soluzioni binarie: pro-indipendenza o costituzionalista, nero o bianco, crocifissione o libertà. Ecco perché un referendum è un meccanismo così imperfetto per risolvere soluzioni complesse», e queste elezioni, per come è stato applicato l’articolo 155, sono finite per essere un referendum. E qui Tapia chiama in causa ‘un grave errore’, ovvero «il modo in cui il Presidente Rajoy ha applicato l’articolo 155. Non l’applicazione stessa, ma il modo di farlo. Rajoy è un maestro in procrastinazione. Il suo ‘modus operandi’ è di fare troppo poco e arrivare troppo tardi. Così è stato per l’applicazione dell’articolo155» che avrebbe dovuto essere applicato subito dopo l’approvazione delle leggi sulla disconnessione e il referendum da parte del parlamento catalano all’inizio di settembre.

«Rajoy non solo è arrivato tardi con il 155», ma anche male, nel senso che, secondo Tapia, ne ha sbagliato l’applicazione. «La sua natura conservatrice gli ha fatto scegliere la soluzione che, sebbene sembrasse la più audace, di fatto è stata la più codarda: l’immediata convocazione delle elezioni. Ciò gli evitava il calvario di dover controllare a distanza un’Amministrazione autonoma» e la fatica di dover provare «a formare un Governo di concertazione», il processo che servirà ora alla Catalogna. Altro grave errore di Rajoy è stato «esternalizzare la risposta alla sfida catalana nel sistema giudiziario», cercando di guadagnare tempo e «evitando le risposte politicamente più rischioseMa la macchina giudiziaria ha i suoi ritmi. Quando è stato messo in moto, mandando in carcere i leader dell’indipendenza nel mezzo della pre-campagna elettorale, non c’era modo di fermarlo». Quando ha convocato le elezioni, «Rajoy è tornato a mettere i catalani davanti allo stesso specchio, quello del dilemma impossibile per una società divisa in due metà: acqua o fuoco. E la natura umana, che è testarda, ha fatto il resto».

Così, dopo mesi di calvario, «di monopolizzazione del dibattito politico, la Catalogna è ancora allo stesso punto», mentre «la Spagna si muove verso un cambiamento politico». Un cambiamento che non viene da sinistra ma dal centro. «Chi avrebbe detto a Rajoy che, questa volta, il suo timido modo di recitare non sarebbe stato sufficiente solo per porre fine al fantasma delle Fiandre, ma avrebbe anche fatto apparire un altro fantasma a Madrid».  Màrius Carol, direttore di ‘Lavanguardia’ sottolinea chiaramente la ‘chiave’ spagnola del risultato catalano, le ripercussioni che questo voto avrà sul Governo di Madrid causa il cattivo risultato del PP, Mariano Rajoy che in Catalogna «non è ha percepito come parte della soluzione, ma come parte del problema». La grande novità di queste elezioni, per Carol, è la vittoria di Ciudadanos, prima forza non catalana alle elezioni regionali, che aveva il volto di Inés Arrimadas . «Arrimadas è stato il voto utile e ha ricevuto il messaggio che sarebbe stata lei a porre fine al processo».

Ciudadanos è la prima forza della Catalogna in termini assoluti di numero di voti raccolti, tecnicamente Inés Arrimadas è la candidata alla Presidenza della Generalitat. Di fatto, molto probabilmente, la formazione del Governo catalano, visto che il blocco degli indipendentisti ha una maggioranza assoluta, spetterà nuovamente a Carles Puigdemont, che, per quanto in esilio in Belgio, potrebbe essere nuovamente Presidente della Generalitat, con un Governo di coalizione tra le forze indipendentiste. Ciudadanos, sottolineando che Arrimadas dovrebbe essere incaricata a formare il Governo, ha però dichiarato di essere perfettamente consapevole che sarà il blocco indipendentista a dover governare-sotto accusa la legge elettorale che «dà più seggi a chi ha meno voti» e anche il PP si è impegnato a risolvere «quell’ingiustizia».

Insomma: tutto è cambiato perché in Catalogna non cambi nulla, piuttosto il ‘cambio’ potrebbe essere a Madrid.  ‘El Pais’ definisce il contraccolpo del voto di ieri a Madrid come ‘La mayor tragedia de Mariano Rajoy’. «Le elezioni espellono il Presidente della Catalogna e lo espongono all’arancia», ovvero a Ciudadanos. «L’esperienza umiliante di essere espulso come un’epidemia» dai catalani, insieme alla forza espressa da Ciudadanos, getta le basi per un nuovo equilibrio nella politica nazionale nell’area liberal-conservatore». «Rajoy ha perso tutto in Catalogna. Ed è esposto nel resto della Spagna all’insolenza della marea arancione». Quella del premier in Catalogna è stata definita una «strategia avventata» e il candidato locale a questa tornata elettorale del partito del premier, Garcia Albiol , «una vittima sacrificale, un fusibile, l’ultima sentinella di una strategia avventata».  «Rajoy non è perdonato per l’uso della forza, ma soprattutto non avrebbe dovuto essere perdonato per la reputazione internazionale che ha dato alla propaganda separatista. Ha capitolato lo Stato il 1 Ottobre. Ha ammesso un enorme senso di impotenza. Il CNI si è reso ridicolo. E lo ha fatto di nuovo Soraya Sáenz de Santamaría pochi giorni fa, quando ha attribuito a Rajoy il merito di aver decapitato i leader sovranista».

Commenti

Condividi.

Sull'autore

it_ITItalian
it_ITItalian