lunedì, novembre 20

Catalogna: cosa vuol dire offrire un’alternativa all’indipendenza Il necessario dialogo come soluzione per mettere chiarezza tra Catalogna e Spagna

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Cosa significa offrire un’alternativa all’indipendenza della Catalogna? Ad una lettura approssimativa, sembra che Puigdemont si sia arreso, stritolato tra il suo esilio (con quello di alcuni colleghi della Generalitat), l’arresto del suo Vicepresidente e di altri suoi – ancora – colleghi, assieme ai due leader della società civile catalana e, infine, l’inizio della campagna elettorale per il 21 dicembre, con Rajoy che non trova meglio che andare a Barcellona per presentare i suoi semisconosciuti (soprattutto per i catalani) candidati popolari, non essendo visi recato nemmeno una volta in tutti questi mesi (attentato di Barcellona escluso).

Dove starebbe, quindi, l’approssimazione? Sta nelle parole di Puigdemont stesso, il quale dichiara non che è contrario all’indipendenza, come in una sorta di incredibile scherzo collettivo; ma piuttosto, in una ricerca, continua e affannosa, di una via di dialogo. Forse ce ne siamo dimenticati tutti, ma se Madrid ha posto in essere una repressione non degna di un Paese democratico europeo – non per caso paragonato a Paesi come Ungheria e Polonia dall’ex President sugli abusi dei diritti fondamentali -, Barcellona, per bocca delle sue istituzioni principali, vi ha sempre opposto una richiesta di dialogo. Sia nei momenti apparentemente più favorevoli (come quelli della celebrazione e del risultato del referendum, o della dichiarazione unilaterale di indipendenza), sia in quelli meno. Dialogo che però non solo non è arrivato, ma è passato per altre strade, da parte del Governo centrale spagnolo.

Eppure, converrebbe a tutti accogliere e porre in essere tale richiesta di dialogo. A Madrid, per esempio, che in vista di una elezione molto rischiosa del 21 dicembre, potrebbe avere il modo e il tempo di recuperare un minimo di credibilità agli occhi della maggior parte dell’opinione pubblica catalana indipendentista. A Barcellona, perché, dopo la grandiosa manifestazione di sabato scorso con quasi un milione di persone in piazza (ecco, non sono improvvisamente spariti gli indipendentisti di Catalogna) a richiedere la libertà per i prigionieri politici catalani, ottiene l’effetto di ricompattare il fronte indipendentista e l’avvio di un dialogo produrrebbe sicuramente una maggiore e rafforzata credibilità per il loro operato politico.

Ma quale può essere l’elemento chiave oggetto di dialogo, ossia l’aspetto essenziale su cui le due parti contrapposte possano ritrovarsi? Arrivati a questo punto di non ritorno (chi vuole l’indipendenza a tutti i costi e chi non la concederà mai) cosa si può fare, quali possono essere i punti su cui davvero dialogare? L’unica cosa è ripensare al posto della Catalogna in Spagna e al ruolo della Spagna in Catalogna. Puigdemont chiede di riattivare un dialogo che – partendo dalla eliminazione dell’applicazione del 155, dalla ricostituzione del governo legittimo della Generalitat e dalla liberazione di tutti gli incarcerati – possa riattribuire i poteri alla Generalitat. Rafforzare i poteri autonomi, anzi aggiungerne degli altri, potrebbe, sospendendo ora la richiesta di indipendenza, rafforzare le istituzioni locali e il fronte indipendentista.

Certo, collateralmente all’inizio si perderebbe una buona dose di sostegno da parte degli indipendentisti ‘senza se e senza ma’, i quali, però, si renderebbero conto subito che quella non è una strada che si rimangia l’obiettivo finale, ma che lo rafforza passando da altre vie. Rajoy, dal canto suo, dovrebbe sfruttare il dialogo per non perdere, con il suo agire, il legame, l’ultimo legame, di una maggioranza di catalani con lo Stato spagnolo. Benché sia sostanzialmente un uomo di destra, dovrebbe sapere che la nuova ondata di nazionalismo spagnolo, rafforzatosi incredibilmente in risposta a quello catalano, diviene difficile da gestire. Il partito populista di Ciudadanos, quello più a favore di misure repressive per la Catalogna, pare dai sondaggi salire di oltre dieci punti percentuali, superando il 20% dei consensi. La destra oltranzista e nazionalista spagnola potrebbe ritornare in auge. E saprebbe bene che tali posizioni, niente affatto europeiste, potrebbero essere non gradite proprio dall’UE che, fino ad ora, ha avuto nei suoi confronti un atteggiamento condiscendente.

Accettare il dialogo con Barcellona potrebbe, sì, portare a nuove concessioni al Parlament e alla Generalitat, ma sempre meglio che ricollocarsi in una posizione di strenua opposizione a quel territorio che già considera il Primo Ministro spagnolo, se non un nemico (ma molto lo considerano peggio che così), quantomeno uno strenuo avversario di tale autonomia locale. In più, non di poco conto, accettare il dialogo gli ricomporrebbe una situazione politica ‘nazionalesolo apparentemente sopita nei Paesi Baschi, in Galizia e forse alle Canarie.

C’è il rischio, che deve per forza avvertire Rajoy, che, tappata una falla, se ne apra un’altra in un periodo molto più prossimo di quello a cui sarebbe disposto a credere. E lo Stato spagnolo di queste falle ne ha molte altre, magari ora ben diverse da prima (prendiamo i baschi e la loro dismissione della lotta armata per l’indipendenza), ma che potrebbero riattivarsi in forme e modi magari diversi rispetto al passato, ma, teoricamente, non meno dirompenti.

Insomma, al dialogo è interessato Rajoy per tutta la Spagna, non per il solo rapporto Madrid-Barcellona. È un modo per non fare gli indipendentisti meno indipendentisti e i centralisti nazionalisti meno centralisti nazionalisti; è una soluzione che politicamente ha il vantaggio di cercare di mettere chiarezza in una situazione che rischia di sfuggire di mano da un momento all’altro ad ambedue le parti. Con conseguenze che forse, immaginate nella loro completezza, avrebbero evitato questo epilogo. Non si conoscono le conseguenze perché questo non è ancora un epilogo. È tutta una partita con molte pagine da scrivere. Ma gli elementi da tenere in conto, per tutti, iniziano sinceramente ad essere davvero tanti.

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Sull'autore

Politologo docente presso l'Università di Sassari, esperto di indipendentismo, di partiti etnoregionalisti europei, soprattutto sardo e bretone, anche in prospettiva comparata, autore di svariate pubblicazioni con attenzione particolare per l'indipendentismo sardo.