mercoledì, gennaio 17

Catalogna alla prova del Governo Sul tavolo la possibilità che gli indipendentisti facciano saltare il tavolo prima che tutto inizi, non presentandosi alla convocazione per l’insediamento del Parlamento

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Inizia un nuovo mese di ‘patemi’ per la Catalogna, che nel corso di gennaio dovrà dotarsi di un nuovo Governo sulla base dei risultati del voto del 21 dicembre, oppure rinunciare e capitolare al ritorno alle urne. Il percorso che si apre prevede una serie di scadenze sia per quanto riguarda il processo giudiziario che quello politico, e la ‘febbre di Governo’ nella regione è già molto alta.

Dopo che venerdì scorso il Tribunale Supremo ha negato la scarcerazione all’ex vicepresidente della Generalitat Oriol Junqueras, il Tribunale Supremo ha convocato a deporre per l’11 gennaio altri tre dei 28 secessionisti attualmente detenuti. Di tratta di Joaquim Forn, ex responsabile dell’Interno nel Governo autonomo catalano, e di Jordi Cuixart e Jordi Sanchez, leader delle due principali associazioni secessioniste della società civile. In questa sede verrà valutata la loro possibile scarcerazione.

Il 17 gennaio si insedierà il nuovo Parlamento catalano. Il partito unionista Ciudadanos è stato il più votato, ma i tre partiti secessionisti hanno una maggioranza assoluta di 70 seggi su 135.
Non si capisce come potranno votare i tre deputati attualmente in carcere -Junqueras, Forn e Sanchez- e i cinque fuggiti a Bruxelles, fra cui l’ex Presidente della Generalitat Carles Puigdemont, che rischiano l’arresto al loro rientro in Spagna. Puigdemont aveva offerto a Madrid una via d’uscita dal tunnel in cui il Governo nazionale di Mariano  Rajoy  si è ficcato con la scelta di trattare la vicenda catalana in funta di diritto anziché tirare fuori la cassetta degli attrezzi politici. La proposta era: tornare in Spagna per essere investito Presidente della Generalitat e 24 ore dopo presentarsi spontaneamente alla giustizia per essere processato. La proposta non è mai stata nemmeno presa in considerazione da  Rajoy.

Secondo la legge, entro dieci giorni lavorativi dall’insediamento, ovvero il 31 gennaio, si deve celebrare in Parlamento la sessione di investitura del nuovo Governo. Perché un candidato diventi Presidente della Generalitat catalana serve la maggioranza assoluta (la metà dei deputati più uno). La maggioranza che è detenuta dagli indipendentisti.

Se il primo voto di investitura non avrà successo, si tornerà a votare il 2 febbraio. A questo punto basterà una maggioranza semplice, ovvero più voti favorevoli che contrari. Se anche questo voto fallirà, ci sarà una proroga di due mesi per cercare di formare un nuovo Governo.
Se entro il 2 aprile il nuovo Governo non sarà insediato, verranno convocate nuove elezioni per il 15 giugno.

Secondo alcuni analisti, il ritorno alle urne potrebbe essere una scelta obbligata già ben prima di aprile. Pare infatti che alcuni consiglieri di Puigdemont sostengano la strategia che interromperebbe la legislatura prima ancora dell’insediamento del Parlamento. Secondo il regolamento del Parlamento, infatti, questo perchè formalmente possa insediarsi deve registrare la presenza, il prossimo 17 gennaio, di almeno la maggioranza assoluta dei membri eletti. Se tutti gli eletti in tutte 3 le formazioni indipendentiste non si presentassero in Assemblea, il Parlamento non potrebbe insediarsi, e a quel punto fin da subito si dovrebbe ricorrere al ritorno alle urne.
Una soluzione che non è vista di buon occhio da alcune formazioni che temono che un ritorno al voto li penalizzerebbe, a tutto vantaggio di Puigdemont.
L’altra scelta potrebbe essere quella di un Presidente di gradimento di Puigdemont che utilizzi la legislatura per far crescere il consenso attorno all’obiettivo indipendenza oltre il 50% e così rimandare la battaglia per l’indipendenza alla prossima legislatura.

Tutte le opzioni sono sul tavolo. Qualsiasi sia la soluzione alla quale alla fine si arriverà gran parte degli osservatori concordano che la via crucis catalana è ben lontana da vedere la fine, e quanto è accaduto e accadrà potrebbe essere niente altro che una anticipazione dei travagli europei.

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