sabato, luglio 22
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Caro Renzi, la cooperazione non è la risposta all’immigrazione

La cooperazione negli ultimi 30 ha fallito il suo obiettivo di sviluppo nel Terzo Mondo; l’unico strumento in grado di creare benessere è l’industrializzazione, che stanno portando Cina e Russia, non l'Italia, non l'Europa
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I cacofonici tentativi del Governo italiano di diminuire i flussi migratori dall’Africa stanno creando in queste ultime settimane una situazione paradossale e altamente strumentalizzata a livello politico. Ogni schieramento politico lancia proposte che apparentemente potrebbero risolvere il problema. Proposte che sembrano ragionevoli per il cittadino comune ignaro della realtà in quanto politici e media nazionali abdicano al loro dovere di informarlo correttamente e inquadrare il fenomeno migratorio sui corretti binari informativi e di soluzioni logiche, che tutelino sia i cittadini italiani che i fratelli immigrati.

Non entriamo nel merito dei distinguo tra rifugiati e immigrati economici né, tantomeno, di dubbiosi accordi che il Governo italiano sta tentando di portare a termine con bande di beduini e tagliagole in Libia e Sudan, che avranno il solo effetto di aumentare il numero di vittime tra gli immigrati che tentano di giungere le coste del Mediterraneo, rafforzando un regime disumano nel Sudan (quello del dittatore Omar El Bashir, Paese dal quale passa il ‘tragitto della morte‘) e di armare nuove fazioni e milizie tribali in Libia che per logica allontaneranno di decenni la possibilità per il Paese africano di ritrovare pace e stabilità.

Limitiamoci ad analizzare un cavallo di battaglia di Matteo Renzi, sempre più vittima di consensi elettorali proprio a causa del ‘problema’ immigrazione. Un cavallo di battaglia preso in prestito dalla destra che da dieci anni lo presenta come la soluzione finale alla ipotetica invasione deidisperatidel Terzo Mondo. «Serve il numero chiuso. Aiutiamoli a casa loro», dice Matteo Renzi. Una proposta presentata come una bacchetta magica per risolvere l’aumento dei flussi migratori, ma basata su falsità ben note non solo agli esperti del settore, ma anche dai nostri politici che siano della attuale o della futura maggioranza di Governo.

Il concetto di ‘numero chiusopotrebbe essere una ragionevole soluzione solo se regolamentata da accordi bilaterali tra Stati, accordi capaci di abbinare la necessità del capitalismo europeo di avere mano d’opera e la tutela di chi intenda immigrare per cercare nuove opportunità occupazionali. L’associazione flussi migratori e richiesta di mano d’opera non rappresenta di certo una novità. Fu applicata a partire dal primo decennio del Novecento in Belgio, Germania e Stati Uniti. Gli immigrati economici (tanti gli italiani) giungevano in questi Paesi in piena crescita economica ma carenti di mano d’opera. Il loro arrivo era regolamentato dagli accordi bilaterali tra Stati. Viaggiavano regolarmente e una volta giunti a destinazione gli attendeva un lavoro, duro, certo, ma pur sempre una garanzia di dignità. Questi accordi di regolamentazione dei flussi economici evitarono che centinaia di migliaia di italiani diventassero vittime delle mafie locali, della micro-criminalità e le loro moglie divenissero delle prostitute di strada.

Questi accordi non risolsero immediatamente i sentimenti razzisti nutriti da americani, belgi e tedeschi nei confronti dei ‘buoni a nulla’ italiani, ma permisero ai nostri disperati in fuga dalla povertà di accedere ad una vita dignitosa, poiché solo il lavoro garantisce all’immigrato la dignità umano che gli spetta per diritto e salvaguarda l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale del Paese ospitante. I pregiudizi razziali contro i ‘bastardi italiani’ sparirono gradualmente, proprio perché a quei immigrati, spesso semi-analfabeti, non furono offerte misure repressive o assistenzialismo caritatevole ma lavoro, concordato e regolamentato da quote che rispondevano alle necessità del mondo imprenditoriale del Paese ospitante.

Se l’attuale Governo per quote intende seguire le politiche migratorie del Primo Novecento attuate nei Paesi occidentali dell’abbondanza, allora è sulla strada giusta, e riuscirà ad evitare le migliaia di vite innocente perse non solo nelle fredde acque del Mediterraneo, ma nelle roventi sabbie dei deserti nigerini, maliani, sudanesi e libici.

Certo che le quote abbinate alla richiesta di mano d’opera genereranno un flusso minore di immigrati rispetto agli Stati Uniti, Belgio e Germania dell’inizio Novecento, in quanto ora l’Italia non si trova di certo in una fase di crescita economica, sana e bilanciata. Avranno, comunque, le quote, il pregio di regolamentare flussi migratori ora anarchici, distruggere il mercato controllato dalle mafie occidentali e dalle organizzazioni terroristiche salafite (spesso soci d’affari) e renderanno la prima accoglienza gestita dalle nostre ONG più efficace e meno assistenzialistica.

Le quote devono essere abbinate ad uno sviluppo nei Paesi africani di maggior immigrazione verso le nostre coste. Si contano sulle dita della mano destra questi Paesi, quindi il compito potrebbe risultare facile. Etiopia, Eritrea, Senegal, Nigeria, Mali, Ghana, e pochi altri. La maggioranza dei Paesi africani (che i nostri media continuano a presentarci come ‘Stati falliti’, abitati dagli ultimi dannati della terra) conoscono uno sviluppo economico annuo del 6% e da almeno sei anni i loro cittadini non immigrano più nella povera Europa e soprattutto nel nostro Paese che, tecnicamente, è classificabile come ‘Failed State’ (Stato Fallito) alla pari di Grecia, Spagna e Portogallo.

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