mercoledì, gennaio 17

Carceri: anche il secondino si toglie la vita I numeri di una tragedia ignorata. Il caso delle spose bambine alle porte di Roma

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Tragedie di cui non si parla quasi mai. Sale in automobile,  si dirige verso il cimitero di Villafranca Padovana dov’è sepolta una delle figlie, e si spara  in bocca. E’ il gesto disperato ed estremo di un agente di polizia penitenziaria che lavorava alla casa circondariale di Padova. L’agente, A.M., 45 anni, di origini pugliesi, viveva nell’Alta Padovana da quindici anni e lavorava come assistente capo al Due Palazzi di Padova. La sua è stata una vita segnata dalla tragica morte di una figlia piccola per una grave malattia. L’altro giorno ha scelto di suicidarsi utilizzando l’arma di ordinanza. Lascia una moglie e tre figli piccoli.

Ogni persona che si toglie la vita evidentemente è una storia a sè. Ma dovrebbe far riflettere che negli ultimi tre anni si siamo suicidati più di 55 poliziotti e dal 2000 ad oggi sono stati più di 110 le morti, ai quali vanno aggiunti anche i suicidi di un direttore di istituto (Armida Miserere, nel 2003, a Sulmona) e di un dirigente generale. Da una realtà inquietante a un’altra che sconcerta.

Senza andare troppo lontano, la realtà dei matrimoni precoci delle bambine. Accade anche in Italia. nelle periferie romane, dicono investigatori e analisti, si registrano percentuali di spose bambine simili all’Africa. Nelle baraccopoli ai confini della città di Roma il tasso di unioni precoci è del 77 per cento, un numero inaspettato e scioccante, che supera il record mondiale detenuto dal Niger (pari al 76 per cento) e di gran lunga il tasso più alto detenuto in Europa, ben distante da quello di Stati come la Georgia (17 per cento) e la Turchia (14 per cento). I dati sono stati resi noti in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, dall’Associazione ’21 luglio’ nel report Non ho l’età.

Da questa indagine sul campo, durata due anni (2014-2016) in sette insediamenti spontanei, in cui vivono più di 3mila persone, è emerso che in queste baraccopoli ci sono 71 matrimoni precoci. Un ‘risultato shock’, lo definisce l’Associazione 21 luglio, soprattutto se si pensa che tra chi si è sposato ancora minorenne 7 volte su dieci il giorno delle nozze aveva un’età compresa tra i 16 e i 17 anni, mentre nel 28% dei casi non superava i 15 anni ed era però maggiore di 12.

Costrette dai genitori a matrimoni combinati, in circa la metà dei casi, o conseguenza di un percorso scolastico fallimentare, il matrimonio in giovanissima età diventa «l’esito di un disagio a cui le istituzioni tutte – scolastiche, comunali, sanitarie – non sono state in grado di rispondere».

«Roma sta diventando come Mumbai», dice il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla. «C’e’ un processo di indianizzazione con gruppi umani in periferia totalmente abbandonati che si tendono a chiudere in se stessi». Non c’è però nessun legame con etnie particolari, vista la trasversalità dei matrimoni precoci, ma i numeri provano come «la questione dipenda dalle condizioni socio-economiche» in cui versano le famiglie piuttosto che dalle specificità culturali dei singoli gruppi. Fattore determinante è perciò l’inserimento sociale e soprattutto scolastico dei bambini, «che avviene in appena il 19% dei casi in città», spiega Stasolla, «anche perché le scuole di periferia non hanno gli strumenti adeguati per favorire l’inserimento…Una situazione frutto di un trentennale disagio di alcuni gruppi marginalizzati e dimenticati».

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