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Giustizia

Carcere di classe: più sei ricco, meno paghi

Sei povero, resti in galera. Intanto la mattanza continua

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Parrebbe la scoperta dell’acqua calda; ma è altrettanto vero (‘acqua calda’ si sarebbe tentati di dire), che certe ovvietà non bisogna stancarsi di dirle e ripeterle; perché lo sono assai meno di quanto si può credere. E dunque: in carcere, non solo in Italia, possono finirci indistintamente abbienti e poveracci, ‘nobili’ e plebei, si sarebbe potuto dire un tempo; e al di là dell’esser giusta o meno la detenzione (altra ‘acqua calda': i primi, spesso, con maggior merito rispetto i secondi), tutte le statistiche e le rivelazioni documentano che chi appartiene a determinate classi sociali ha più probabilità di cavarsela a mercato migliore; da qui, il detto che la legge è per tutti uguale, ma che non tutti sono uguali per la legge. E non solo se la cavano pagando meno dazio; beneficiano di preferenziali ‘corsie’, cosicché i loro percorsi vengono esaminati con maggiore celerità e qualche scrupolo in più. Giustizia di classe, si può ben dire, e pazienza se si verrà additati come sinistrorsi succubi di teorie più o meno marxisteggianti. Del resto, ecco cosa dicono quattro persone che nel ‘pianeta carcere’ operano e vivono da sempre: l’ispettore generale dei cappellani delle carceri don Virgilio Balducchi; e tre cappellani di grandi carceri: don Antonio Loi (Opera, Milano), don Sandro Spriano (Rebibbia, Roma), don Franco Esposito (Poggioreale, Napoli).

E’ vero che in carcere è molto facile che i poveri ci restino più a lungo”, riconosce don Balducchi. “Parliamo degli immigrati, che non hanno nessuno e neppure una casa, e dei tossicodipendenti più disperati, delle persone povere e malate. Chi ha le possibilità economiche può difendersi meglio nel processo e ha maggiori alternative fuori dal carcere”. E per quel che riguarda la recidiva? “Sono i dati ufficiali, che mostrano che chi sconta la pena solo in carcere, senza avere opportunità di professionalizzazione o di lavoro continuativo, recidiva di più. Al contrario chi usufruisce delle pene alternative e di programmi esterni, più difficilmente compie nuovi reati. Perciò, la giustizia italiana dovrebbe utilizzare di meno la pena in carcere e di più le pene sul territorio, con responsabilità, creando posti di lavoro e luoghi di accoglienza”.

Don Antonio Loi traccia quella che potrebbe essere un’equazione: “Se in carcere si tengono le persone a non fare niente, continuano a non fare niente. Se si offrono opportunità di lavoro il discorso cambia. Ricordo un libro molto bello del cardinale Martini, ‘Ma questa è giustizia?’, in cui scriveva che bisogna educare le persone a riappropriarsi del valore del tempo, dei soldi, di tante piccole cose della vita, che hanno un valore grande. Vanno date più opportunità, con un po’ meno ristrettezze, e vanno sviluppate anche opportunità culturali. L’opportunità di lavoro per uno che nella vita ha sempre lavorato e magari ha fatto una fesseria può riaprire una speranza, anche se non farà più quello che faceva prima. Chi invece ha vissuto sempre di criminalità può scoprire il valore del lavoro”. E’ così? Le cifre fornite dal Ministero della Giustizia confortano questa tesi: la recidiva tra chi usufruisce delle pene alternative al carcere è bassa: il 19 per cento. Più che raddoppiata tra quei detenuti che invece conoscono solo il carcere. “Questo”, sintetizza il sacerdote, significa “che forse il carcere non funziona. Però non so se siamo pronti a percorrere nuove strade”.

Sentite ora don Spriano: “Il detenuto è privato di ogni diritto nell’opinione della maggioranza dei cittadini. Tutte le porte vengono chiuse, a cominciare da quelle di noi cristiani: tutti abbiamo paura di chi è stato in carcere. La recidiva non è soprattutto la capacità di commettere altri reati, ma è l’uscita dal carcere di un povero, che vi era già entrato povero e torna fuori più povero di prima. E deve mangiare, non sa dove dormire, non sa dove poter fare qualcosa della sua vita. Per questo tornano in carcere. Non ci torna facilmente chi trova accoglienza e un lavoro”. “L’alto tasso di recidiva”, dice don Spriano, “è conseguenza di un carcere dove si tengono rinchiuse le persone senza nessun programma serio di reinserimento, di rieducazione. Escono peggiori di come sono entrate. Anche perché vengono private della cosa più importante, gli affetti”.

Da ultimo, il cappellano di Poggioreale don Franco Esposito, animatore di un progetto pilota: ‘Liberi di volare’, una comunità di accoglienza per detenuti, che lì vivono gli ultimi due-tre anni di detenzione agli arresti domiciliari. Racconta: “Al momento ospitiamo dieci detenuti residenziali e quaranta in affido diurno. E’ un’esperienza avviata quattro anni; dimostra che la recidiva scende enormemente, fino a meno del 10 per cento, se ci sono opportunità. E questo dovrebbe far interrogare i politici sulla necessità di pensare seriamente a un’alternativa al carcere. Inoltre, un carcerato in un istituto carcerario costa allo Stato oltre 200 euro al giorno, mentre comunità come la nostra non riceve nessuna sovvenzione statale”.

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