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Capitan America Trump

Lui e il suo popolo, questo sconosciuto

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E cosi è Trump. Bene, bene. L’America profonda lo ha scelto, quella che detesta leggi e governi, che crede in centomila sètte ma ignora che cosa sia la fede, quella che non vuol vedere il figlio tornarsene a casa in una bara da Paesi che non si sa neanche dove siano, che ama essere grassa, che ama le armi, le moto inguidabili, le soap-operas più sciatte. Non è cattiva, è paziente, sopporta pure le nostre stupide ironie, ha anche i suoi valori, che noi non conosciamo e se li conoscessimo non li comprenderemmo e se li comprendessimo non li condivideremmo. Non è l’America dei film di Woody Allen o l’America di una certa New York, quell’interfaccia labile e ingannevole fra il vecchio e il nuovo continente, in fondo è da lì che è partito tutto. Ma poiché ha vinto ci sono già folle di politologi nostrani che si accalcano a spiegarlo, con quel tanto di sufficienza di chi vuol fare capire «Mi tocca parlarne, ma il soggetto è francamente ripugnante, d’altra parte mi pagano per questo».

L’America profonda lo ha scelto, quella che pensa che l’american way of life sia l’unica che vale la pena di essere vissuta, magari, se possibile, in California e non sugli Appalacchiani. Che crede ancora che ogni soldato abbia nello zaino il bastone da maresciallo e non sa neanche che la frase è di Napoleone (chi era costui). Se ne frega che il vecchio Trump sia in imbarazzo davanti alle posate del pesce o che non riesca ad afferrare con destrezza gli asparagi con l’apposita pinza argentea. Questo i nostri politologi non lo capiranno mai, che c’è una realtà molto più brutale dei loro sogni e delle loro idee fondate su una bevuta da P.J.Clark e una visita alla Borsa di New York dalla galleria del pubblico, e che l’America ogni tanto si diverte a smentirli. L’urlo che sale dalle gole possenti dei votanti per Trump è «Basta Governo, basta politici, basta manfrine, tutti a casa, bastiamo noi, spendiamoci i soldi fra di noi, mangiamoci i nostri hamburger, compriamoci le confezioni da sei lattine di birra, facciamoci i fatti nostri». Il vecchio Monroe con la sua garbata dottrina era un gentiluomo degno di Henry James.

Fosse così facile, in una economia mondiale interconnessa come non mai, ma anche come non mai dominata da un branco di capitalisti ingordi che hanno svaligiato il mondo rastrellando tutto il contante in cambio di carta straccia di derivati, scatole cinesi, pacchetti sottopacchetti contropacchetti di che cosa, ma di debiti, figuratevi un po’ che ricchezza, venduti a tutto il mondo conservando facce immobili come il culo.
Ma torniamo un attimo a lui.
La cosa più stupefacente è che ha vinto perché era realmente da solo, si era pagato di tasca propria (tasca senza fondo) la campagna elettorale ricavando qualche cent dalla vendita di cappellini. La ‘gggente‘, quella che noi con disprezzo molto malcelato chiamiamo così, lo ha capito e lo ha premiato. Questo qui non rappresenta nessuno, solo se stesso, e di soldi ne ha fatti tanti (che cosa pensava la nostra  ‘gggente’ di Silvio?). Faccia un po’ lui, in fondo se va male possiamo sempre ammazzarlo, l’abbiamo già fatto in passato con tipi che volevano abolire la schiavitù, ma pensate in un Paese dove c’è ancora oggi vivo e vegeto il KKK, o che volevano piegare il dominio dei colossi dell’acciaio, o addirittura dare battaglia alla mafia

Adesso ha voluto la bicicletta e deve pedalare. Probabilmente se la caverà benissimo, il suo Paese è al 90% fatto di consumi interni, le esportazioni sono risibili, magari il controllo mondiale (altro che la Trilateral Commission dei tempi delle fate) già basta a garantire un buon gettito.
Come si metterà l’America che conta (i soldi) con un Presidente che deriva la sua investitura da una demagogica folla di rabbiosi spaventati delusi e scontenti, quale ponte si potrà gettare fra una sterminata massa di diseredati per i quali il sogno americano si sta trasformando in un incubo e il potere sovrano delle cosche di Wall Street? Per questo i mercati fanno finta di applaudire, ma devono digerirsi la transizione fino al 20 gennaio quando Trump avrà scelto la sua squadra: il suo sarto, il suo parrucchiere che con quella pubblicità si sarà coperto d’oro, il suo meccanico della flotta aerea privata, il suo ragioniere che tiene ancora i conti sul rovescio di una busta, la moglie che sarà la nuova icona nazionale femminile. Dove sono i Kenneth Galbraith, i George Ball, i Dean Acheson, gli Adlai Stevenson, ma sì anche i Kennedy un po’ sporcaccioncelli con quella povera Marilyn «Where have all the flowers gone», domanda cui nessuno ha mai saputo rispondere se non con «Gone forever never to return». Oggi e domani sempre Trump, tanto Trump, fortissimamente Trump. E il suo popolo, questo sconosciuto.

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