sabato, dicembre 16

Calcio: non sarà più un Paese per (Ta)vecchi. Lo sarà per i giovani? La scossa che ha colpito il calcio italiano è l’occasione per fare una rivoluzione, a partire dai settori giovanili

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L’ultima settimana è stata parecchio turbolenta per il calcio italiano: la mancata qualificazione della Nazionale al Mondiale di Russia ha fatto esplodere tutte le tensioni presenti all’interno del sistema-calcio. Il primo a pagare è stato il Commissario Tecnico Giampiero Ventura, che, non senza qualche ulteriore strascico polemico, è stato licenziato dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio. A seguire, le ire dell’opinione pubblica (e non solo) sono ricadute sul Presidente della FIGC, Carlo Tavecchio, mai, a dire il vero, troppo amato dalla stampa e dagli addetti ai lavori, e, da qualche giorno a questa parte, anche dai consiglieri federali, dai Presidenti delle varie Leghe e da qualche Presidente di squadre di Serie A. Da parte sua, Tavecchio era inizialmente intenzionato a non farsi da parte, forte del sostegno di cui godeva in Federazione, poiché non si riteneva responsabile della debacle, ma, le mutate condizioni degli ultimi giorni sembrerebbero avergli fatto cambiare idea, tanto che, nella riunione fissata per oggi alle 12, l’ormai ex Presidente ha comunicato la propria intenzione di dimettersi. Al suo posto, dovrebbe subentrare il suo vice Cosimo Sibilia, in attesa di convocare nuove elezioni.

Carlo Tavecchio è noto più per le sue gaffes (da ‘Opti Pobà’, alle calciatrici, definite improvvidamente ‘handicappate’) che per il lavoro svolto come Presidente federale e, come capita sempre, quando c’è bisogno di rinnovamento, colpendo i vertici, si spera che il cambio di guida sia propedeutico a una decisa sterzata nella direzione del miglioramento. Ci sono vari punti di cui il nuovo Presidente si dovrà occupare e uno dei nodi fondamentali della propria Presidenza dovrà essere una riforma dei settori giovanili, in modo da iniziare a programmare non il prossimo Mondiale, ma i prossimi tre o quattro campionati del mondo.

Qual è la situazione attuale dei settori giovanili? Innanzitutto, con ‘settori giovanili’ intendiamo tutto ciò che riguarda le società calcistiche al livello giovanile, dalle scuole calcio ai cosiddetti ‘Campionati Primavera’, la categoria immediatamente precedente ai campionati professionistici. Alle società è demandato il grosso della formazione dei giovani talenti: questa carenza di comunicazione, porta, generalmente, le società a puntare al risultato immediato, sacrificando la crescita tecnico-tattica dei giovani, che poi, dovessero meritarlo, confluiranno, volta per volta e a seconda delle categorie d’età, nelle selezioni nazionali di riferimento.

Negli anni della sua presidenza, Tavecchio aveva varato una riforma, volta ad una modifica dei campionati giovanili e con l’importante introduzione dei centri federali. I campionati, ora definiti in base alle classi d’età e non più denominati secondo le vecchie diciture (come ‘Allievi’ e ‘Giovanissimi’), hanno visto l’introduzione delle categorie Under-15, Under-16 e Under-17, volendo, con ciò permettere ai giovani di avere più possibilità di giocare con i pari età, fondamentale in un periodo della vita in cui differenze di un solo anno comportano ampie differenze fisico-atletiche; in tal modo, ci si è voluti uniformare con le altre realtà europee. Inoltre, i centri federali, sul modello tedesco, che, nelle intenzioni dovrebbero fungere da centri nevralgici di inquadramento del calcio giovanile a livello locale, ma è troppo presto per poter avere un’idea di quali possano essere gli effetti di queste riforme, né è possibile, visto il marasma attuale, capire quale sarà il loro destino.

In Europa la situazione è diversa, ogni Federazione nazionale gestisce a proprio modo il proprio settore giovanile, a seconda della propria storia, delle proprie tradizioni tecnico-tattiche e delle strutture a propria disposizione. Alcuni modelli si sono affermati, nel tempo, per la loro efficacia, come, ad esempio, quello tedesco e quello belga. La riforma tedesca parte da lontano e ha richiesto anni per entrare a pieno regime, ma, d’altro canto, è la principale artefice dell’attuale strapotere tecnico della Mannschaft, che, come ha dimostrato quest’estate, è riuscita a vincere agevolmente la ‘Confederations Cup’ convocando e schierando le riserve delle riserve. Secondo ‘Kicker’, la rivista calcistica tedesca per eccellenza, la Nazionale tedesca è in grado di schierare ben quattro formazioni titolari completamente diverse negli effettivi, che sarebbero comunque in grado di poter competere per la vittoria di qualsiasi torneo. Alla base di questa dittatura calcistica, ci sono i centri federali, a cui Tavecchio si è liberamente ispirato.

Questi centri sono gestiti direttamente dalla Deutsche-Fussball-Bund (DFB, la FIGC tedesca), rispondono direttamente alle sue direttive e sono capillarmente diffusi sul territorio tedesco. Sono quasi quattrocento in tutta la Germania e hanno lo scopo dichiarato di andare a cercare il giovane talentuoso anche nelle zone più inaccessibili e nella provincia più remota della Federazione Tedesca. Questi centri integrano il lavoro di club e federazione e danno la possibilità a qualsiasi ragazzo di mettersi in mostra, di essere in contatto con i suoi coetanei per creare un ambiente formativo e non competitivo, perlomeno ai primi livelli. Sono gestiti da figure che sono a metà fra i tecnici e i dirigenti, in diretta comunicazione con la DFB, da cui ricevono le direttive: oltre alle linee-guida, quella del modulo da utilizzare, lo stesso usato dalla Nazionale maggiore, in modo da abituare i giovani sin da subito a giocare allo stesso modo dei grandi, in attesa di crescere e, un giorno, entrare al loro posto in un meccanismo perfetto che già conoscono a memoria.

I centri, però, sono solo alla base della struttura piramidale tedesca: salendo di livello, troviamo centri d’élite, in cui vengono selezionati i migliori prospetti a cui fare ulteriore formazione. Su, fino alle prime squadre. Queste devono dotarsi di un dirigente appositamente formato dalla DFB e devono investire fortemente sui propri settori giovanili, che, comunque, possono contare sulle ‘squadre B’: anziché confrontarsi in campionati di categoria, infatti, le squadre professionistiche tedesche possono far giocare le proprie squadre giovanili nei campionati professionistici minori, permettendo, così, ai propri ragazzi di giocare sin da subito con i grandi e abituarsi alle pressioni tecniche, tattiche e ambientali della vita da calciatore adulto, in modo che escano dal guscio protetto dei campionati con i pari età e che possano reggere bene l’impatto delle prime squadre, una volta che dovessero debuttare.

In Belgio, la situazione è molto simile, ‘squadre B’ a parte. A differenza della Germania, che prima della riforma poteva già contare su una grande tradizione di vittorie, il Belgio non aveva mai raggiunto alcun successo di rilievo, benché avesse comunque sempre discretamente figurato. Dopo un lungo processo, il piccolo Belgio può oggi contare su una generazione di talenti davvero invidiabile, e questo grazie alla riforma che è entrata a regime, non senza difficoltà, nei primi anni del 2000. Anche qui il sistema prevede una forte integrazione fra club e federazione, basata sulle scuole regionali, supervisionati da tecnici federali, e sulle scuole d’élite, qui concentrata più sull’aspetto individuale. Lo scopo, come in Germania, è quello di impartire le direttive e la cultura tecnico-tattica nazionale e creare una coesione che coinvolga tutti i partecipanti della filiera calcistica, dal bambino che tira i primi calci nelle scuole calcio (parallele alle scuole regionali, ma in stretta collaborazione con esse) al capitano della Nazionale belga.

Il problema, però, di fondo del sistema-calcio italiano è però la mancanza di una guida sicura. Oltre alla mancanza di una presenza continua nei vari governi che si succedono in Italia di una figura istituzionale fissa come un Ministro dello Sport (non sempre presente, talvolta limitata a una semplice delega a qualche sottosegretario), grave carenza in uno Stato in cui lo sport (soprattutto il calcio) coinvolge un altissimo numero di praticanti o di semplici appassionati, è mancata, negli anni, una classe dirigente con una visione e concreta per quella che sarà l’Italia calcistica nei prossimi decenni e che abbia un’idea concreta di come affrontare le grandi sfide di questi anni, senza ridursi a vivacchiare su soluzioni estemporanee, efficaci, magari, sul lungo periodo, ma inadeguate per permettere ai giovani e giovanissimi calciatori di oggi di ripercorrere le orme dei loro idoli e ai tifosi di tutte le età di tornare a gioire delle imprese dei suoi ragazzi.

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