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Burundi: Nkurunziza controlla ancora il Paese?

Starebbe per entrare nel Paese un Esercito di liberazione supportato da potenze regionali e internazionali

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Dallo scorso aprile l’ex Presidente del Burundi Pierre Nkurunziza – ‘ex’ se si considerano illegittime le ultime elezioni che lo hanno visto rieletto per un terzo mandato non previsto dalla Costituzione – è stato più volte dato per spacciato. Tutti ne erano sicuri lo scorso maggio, quando parte dell’Esercito si è ammutinato tentando un colpo di Stato per ripristinare la democrazia mentre il Presidente era in visita ufficiale in Tanzania. In questi cinque mesi ha dimostrato una notevole abilità a rimanere al potere, facilitato dalle titubanze dell’Occidente e dell’Unione Africana nel prendere una ferma decisione sul Paese e sfruttando le contraddizioni interne in Rwanda, Tanzania e Uganda che hanno impedito, a loro volta, una chiara posizione della East African Community, la comunità economica dell’Africa Orientale. Contraddizioni che vanno oltre i confini territoriali coinvolgendo istituzioni internazionali e aggregazioni religiose.

Le Nazioni Unite, dopo la denuncia, avanzata nel giugno dello scorso anno, di piani eversivi e preparazione di un genocidio, sostenuta dagli esperti ONU in Burundi – denuncia che determinò una crisi diplomatica tra il Palazzo di Vetro e Bujumbura -, hanno scelto il silenzio, mutismo che ricorda molto quello adottato prima e durante il genocidio in Rwanda nel 1994. La Chiesa cattolica è divisa al suo interno tra sostenitori del HutuPower e sostenitori della democrazia. Una divisione che riflette la lotta in atto presso il Vaticano tra riformatori e conservatori.

Dopo le elezioni farsa e l’illecito terzo mandato, l’ex Presidente burundese ha tentato di attuare una piano di repressione contro la popolazione che ricorda molto le tattiche utilizzate dal Generale Augusto Pinochet in Cile, e dietro le quali pare di poter intravedere una regia esterna, la presenza di consiglieri stranieri. La repressione è stata sistematica, quasi scientifica, attuata con strategie e metodologie estranee alla cieca violenza del CNDD, il partito di Nkurunziza, abituato, per undici lunghi anni, a massacri di civili nel tentativo di vincere la guerra civile. Tattiche estranee anche alle milizie giovanili Imbonerakure e ai terroristi ruandesi delle FDLR, abituati a spargere terrore sì, ma scoordinato e privo di logica, se non quella di sadico omicidio di massa.

La repressione attuata doveva produrre i suoi risultati in tempi brevi. Pinochet ci mise poche settimane a spezzare ogni resistenza e a rendere la dittatura irreversibile. La maggiora parte dei leader dell’opposizione burundese, come quelli della Società Civile, sono fuggiti all’estero. Altri sono stati assassinati. I giovani burundesi sono, praticamente, senza guida e la neonata guerriglia troppo debole militarmente per rappresentare una minaccia. Nonostante tutto il popolo continua, caparbio, nella sua lotta per la democrazia. Ogni giorno decine di giovani si fanno ammazzare coinvolti in una guerra di liberazione che sembra una lenta agonia alimentata da una speranza di vittoria, ormai unico motore di perseveranza. È forse questo che ha impedito al regime di rafforzare e rendere irreversibile il suo potere.

Solo poche settimane fa Nkurunziza è stato costretto a scappare dalla capitale a causa di un attacco di mortai a lunga gittata sulla residenza presidenziale. È scappato di notte. Secondo fonti a lui vicine, il dittatore sarebbe in preda al delirio, sospettoso di chiunque, imbottito di psicofarmaci. Non dormirebbe e non si alimenterebbe più adeguatamente. Nelle ultime due settimane la situazione è degenarata. Un misterioso gruppo armato ha lanciato una serie di attacchi sulla capitale che hanno devastato le forze di difesa. È un gruppo addestrato, dotato di armi potenti e costose, che sa dove e come colpire. Dei professionisti che non hanno nulla a che fare con i giovani che sono fuggiti nei boschi unendosi ai militari disertori, sopravvissuti alle purghe all’interno dell’Esercito attuate dopo il fallimento del colpo di Stato.

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