mercoledì, settembre 19

Burundi: l’opposizione si arrende? L’inaspettata resa dell’opposizione sarebbe dettata dalla passività militare del Rwanda e dei movimenti ribelli burundesi, dal rafforzamento del regime razialnazista, dalla paura e dall’astuto annuncio del dittatore

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Dal luglio 2015, in Burundi, l’ex Presidente Pierre Nkurunziza detiene illegalmente il potere. Un bagno si sangue è stato versato nel piccolo Paese dell’Africa centrale dal Cielo di Irlanda. Secondo cifre ufficiose, almeno 15.000 cittadini sarebbero stati trucidati dalla squadre della morte essendo oppositori o di etnia tutsi.  I terroristi ruandesi FDLR, responsabili del genocidio ruandese del 1994, hanno preso le redini del potere e il controllo sul Burundi influenzando le scelte politiche dello stesso dittatore. L’economia è collassata e di fatto il Paese è in bancarotta. I livelli di povertà estrema sono arrivati ad una situazione inaudita e intollerabile. Il 48% degli oppositori politici e il 32% dei rappresentanti della società civile sono stati assassinati mentre il restante in esilio. Le milizie genocidarie Imbonerakure, supportate dalle FDLR, regnano incontrastate: 30.000 estremisti fanatici semi analfabeti pronti a scatenare il genocidio contro i tutsi. L’opposizione armata FNL, FOREBU e RED TABARA– è appostata in Congo e Rwanda, ma senza intervenire. Le pessime relazioni diplomatiche con il Rwanda sono sfociate in una aperta guerra fredda dove il rischio di intervento militare di Kigali è altissimo per bloccare i continui tentativi di invasione perpetuati dai terroristi FDLR con supporto delle Imbonerakure e delle milizie congolesi Mai Mai.

In questa drammatica situazione uno tra i più alti esponenti dell’opposizione ancora in Burundi, il deputato Agathon Rwasa, ha dichiarato, venerdì scorso, che occorre abbandonare i colloqui di pace che vanno avanti senza frutti dal 2015 con il tentativo di risolvere la crisi burundese.  Rwasa afferma che è necessaria l’accettazione dell’attuale regime e di lavorare per libere e democratiche elezioni previste per il 2020.
Queste dichiarazioni rappresentano una totale sconfitta per l’opposizione che sembra intenzionata a rinunciare alla lotta per la democrazia issando la bandiera bianca. Nessuna reazione si registra da parte dell’opposizione e della società civile in esilio. Un silenzio preoccupante. La prossima riunione sulla crisi burundese di cui Rwasa afferma sarà l’ultima, è prevista il prossimo mese, organizzata dal mediatore, l’ex éresidente tanzaniano Benjamin Mkapa.

L’inaspettata resa dell’opposizione sarebbe dettata dalla passività militare del Rwanda e dei movimenti ribelli burundesi, dal rafforzamento del regime razialnazista, dalla paura e dall’astuto annuncio del dittatore che non presenterà la sua candidatura per le elezioni del 2020. Un annuncio insignificante, in quanto la continuazione del regime e del potere della famiglia Nkurunziza verrà assicurata dalla probabile candidatura della moglie, Denise. Per vincere le resistenze interne al partito al potere CNDD-FDD, la first lady si sta alleando con i poteri forti burundesi, quelli che contano veramente, ovvero Imbonerakure e FDLR.

La resa dell’opposizione c’ò stata subito dopo che  il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha criticato i progressi troppo lenti nei negoziati tra il regime e l’opposizione.  Una critica mediata dai padrini di Nkurunziza, Russia e Cina, che hanno costretto il Consiglio di Sicurezza a valutare come positivo lo stratagemma di Nkurunziza di annunciare il suo ritiro dalla Presidenza entro il 2020, limitandosi a chiedere non ben specificati ‘ulteriori progressi’ per rendere le elezioni credibili. 

Le elezioni del 2020 con questo regime saranno la riedizione del referendum dello scorso maggio, secondo gli osservatori locali. Gli elettori si recheranno alle urne con la pistola puntata alla tempia da FDLR e Imbonerakure.

Il successo diplomatico russo-cinese per tutelare il regime razzialnazista di Nkurunziza ha ricevuto una nota stonata proveniente dall’interno delle Nazioni Unite, a testimonianza che nella istituzione vi sono molte divergenze riguardo la crisi burundese. L’Inviato Speciale delle Nazioni Unite, Michel Kafando, in missione in Burundi, ha confermato le accuse di crimini contro l’umanità scaturite dall’ultimo rapporto degli investigatori ONU, reso pubblico mercoledì 5 settembre. La Commissione di Inchiesta delle Nazioni Unite ha affermato l’esistenza di ragionevoli prove che il Governo stia commettendo crimini contro l’umanità, rafforzando l’intenzione della Corte Penale Internazionale di mettere sotto accusa Pierre Nkurunziza e alti esponenti di Governo e dell’Esercito.
«Gravissime violazioni dei diritti umani sono state attuate tra il 2017 e il 2018 riaprendo l’ondata di violenze registrate tra il 2015 e il 2016. Il Governo incita a compiere crimini sulla popolazione inerme quali: esecuzioni sommarie, rapimenti, detenzioni arbitrarie, torture e violenze sessuali. Siamo a conoscenza che è ripresa la pratica di abbandonare decine di corpi per le strade dopo che le vittime hanno subito torture ed esecuzioni. Le vittime reali sono in gran numero superiore ai corpi ritrovati, in quanto gli aguzzini bruciano i corpi dopo le esecuzioni. Il Governo incita alla violenza, incluso il Presidente della Repubblica, impedendo ogni inchiesta indipendente e minacciando i testimoni. Abbiamo redatto una dettagliata lista dei crimini contro l’umanità, dei mandanti e degli esecutori»,  afferma il rapporto, rifiutato in toto dal Governo che grida alla congiura occidentale.

Gli investigatori ONU hanno informato che il controllo politico, militare e poliziesco sulla vita quotidiana della popolazione da parte delle Imbonerakure è drasticamente aumentato negli ultimi 4 mesi. Il rapporto non cita la presenza dei terroristi FDLR, evidentemente per non creare imbarazzo alle Nazioni Unite che hanno miserabilmente fallito da 20 anni di annientare questo pericoloso gruppo terroristico che domina vaste aree all’est del Congo e ora il Burundi. La presenza delle FDLR in Burundi e il loro potere sono segreti di pulcinella, che non possono essere rivelati ufficialmente seguendo un classico codice di omertà mafiosa teso a proteggere la reputazione dei Caschi Blu della missione di pace in Congo, MONUSCO.
Il controllo di questi terroristi e delle milizie genocidarie Imbonerakure sulla popolazione è pressoché totale. Ci dicono di voler bene al Presidente e di pregare ogni sera per lui. Noi obbediamo perché siamo tutsi e sappiamo che se ci ribelliamo chiedendo libertà e democrazia verremo fatti a pezze con i machete, ci dice testimonia una studentessa universitaria tutsi di Bujumbura.

Nostre fonti in loco informano che gli incitamenti a massacrare i tutsi burundesi pubblicati sui social media tra cui Facebook sono triplicati nei ultimi tre mesi. Queste informazioni trovano conferma tra rappresentanti delle Nazioni Unite e diplomatici occidentali con cui siamo in contatto. “La situazione sta precipitando. Vogliono il genocidio. Occorre fermarli militarmente. Non comprendo l’immobilità del Ruanda, Unione Africana e della Comunità Internazionale”, afferma una nostra fonte burundese.

Chi può cerca di scappare all’estero. La fuga non è più facile come nel 2015 e nel 2016. All’epoca, in piena contestazione e repressione il regime incoraggiava ad andare in esilio per diminuire il numero dei manifestanti e la possibilità che essi prendessero le armi e si dessero alla macchia per portare avanti una guerriglia contro il governo. Ora è esattamente il contrario. Il regime deve dimostrare che esiste pace, sicurezza e stabilità sotto la dittatura di Pierre Nkurunziza. Si sta cercando di far rimpatriare i profughi ospitati in Rwanda, Congo e Uganda. Uscire dal Burundi è diventato ora molto complicato, così tutte le occasioni per fuggire vengono prese al volo.

È quello che è successo il 23 agosto scorso presso Friburgo, in Svizzera,  dove un intero gruppo di 28 tambourinaires invitati per il tradizionale appuntamento estivo dedicato al folklore internazionale  sono sparti nel nulla. I 28 artisti giunti in Svizzera si sono dileguati strada facendo. «A Friburgo sono arrivati solo in 14 e al momento di salire sul palco ne restavano 3, spariti dopo lo spettacolo. Le autorità non hanno idea di dove siano andati»,  raccontano i quotidiani locali. Fra le possibilità della fuga di massa parrebbe esserci il pericolo che gli artisti correvano in patria. Avevano riferito agli organizzatori dell’evento di essere perseguitati politicamente. Sotto la sigla di Tambourinaires du Burundi si raccolgono una ventina di gruppi musicali specializzati nei tamburi sacri del Re, antica tradizione musicale e cerimoniale del Burundi.

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