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Nascono le FOREBU

Burundi: l’Esercito si ribella a Nkurunziza

Il FOREBU è l’esercito burundese che si è finalmente posto contro Nkurunziza e i terroristi ruandesi

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Kampala – Il Natale a Bujumbura è stato caratterizzato dal terrore perpetuato nei quartieri di Cibitoke, Nyakabiga, Jabe, Bwiza e Mutakura. A Cibitoke i terroristi ruandesi delle FDLR hanno proceduto ad un rastrellamento arrestando decine di giovani sospettati di essere simpatizzanti ed attivisti della opposizione. Secondo i loro famigliari questi giovani sono ora vittime di orrende torture. Il loro destino sarebbe segnato: colpo alla nuca dopo aver estorto le informazioni utili e altri nomi di oppositori. Altre decine di giovani sono stati arrestati presso il quartiere di Musaga mentre combattimenti si sono registrati presso i quartieri di Jabe, Nyakabiga e Bwiza. La notte del 25 il quartiere di Musaga è stato teatro di un violento combattimento con uso di armi pesanti a seguito di una resistenza armata della popolazione. Se nei quartieri di Cibitoke e Bwiza le vittime sono generalizzate, nei quartieri di Nyakabiga, Jabe e Musaga le vittime sono esclusivamente tutsi. Questi quartieri sono accerchiati e le milizie genocidarie li penetrano di notte e ormai anche di giorno per spargere morte e distruzione.

Questi attacchi contro la popolazione, violando persino la sacralità del Natale, sono stati il preludio dei colloqui di pace svoltesi lunedì 28 dicembre a Kampala, Uganda. Il regime intendeva arrivare ai colloqui con una posizione di forza, neutralizzando l’opposizione nei quartieri dissidenti della capitale. Obiettivo mancato, nonostante si registra un inasprimento delle violenze nei quartieri di Cibitoke e Bwiza con l’obiettivo di azzerare l’opposizione hutu. Passo necessario per confermare quanto è sempre stato dichiarato dal regime razziale nazista: l’opposizione non ha una radice politica ma etnica. Essendo condotta solo dalla minoranza tutsi con l’obiettivo di prendere il potere ed instaurare un regime Tutsi Power.

Gli accordi di pace si sono aperti in un clima di terrore genocidario sul terreno e il rifiuto ufficiale del regime alla Missione di Pace Africana promossa dalla Unione Africana. Il Presidente della Commissione UA, Nkosazana Dlamini Zuma (ex moglie del Presidente sudafricano Jacob Zuma) in un comunicato stampa ha espresso tutto il suo rammarico per la mancata autorizzazione della missione militare MAPROBU, felicitandosi della ripresa dei colloqui, un effimero premio consolatorio. La minacciata votazione tra gli Stati Membri per decidere l’invio delle truppe in caso di rifiuto del regime, non sembra essere all’ordine del giorno. Al suo posto: patetiche richieste rivolte al Governo illegittimo affinché riveda la sua posizione ed autorizzi la missione di pace.

La debole posizione della Unione Africana sul dramma burundese accentua una realtà scomoda da evocare. Per quanti sforzi e promesse siano fatte per rendere l’Unione Africana un organismo internazionale autonomo e autorevole, esso rimane un’organizzazione empirica priva di potere reale in bilico tra sogni di indipendenza Pan africana e incapacità di sostituirsi alle potenze occidentali e a quelle emergenti del blocco BRICS. Un’organizzazione vuota incapace d’impedire un genocidio nel Continente.

I colloqui di Kampala, su cui da mesi gravano forti sospetti di manipolazione politica attuata dal Presidente ugandese Yoweri Museveni sono morti sul nascere. Il regime non riconosce l’opposizione e viceversa. Un dialogo tra sordi, dettato dalla necessità vitale del Governo illegittimo di evitare la disfatta e il rischio di finire in tribunale per crimini contro l’umanità. Il Presidente ugandese è uscito dall’incontro esasperato. I suoi piani e le sue mire di prestigio politico internazionale, infranti dalla complessità burundese.

Il regime rifiuta di partecipare ad altri incontri a Kampala o ad Arusha, Tanzania. Si sente forte e disdegna ogni mediazione. Arusha rappresentava l’ultima spiaggia della Comunità Internazionale, essendo la città che diede i natali agli accordi di pace del 2000 basati sull’equilibrio etnico in Burundi per porre fine alla guerra civile iniziata dai partiti HutuPower (CNDD-FDD e FNL) come reazione al colpo di Stato e all’assassinio del Presidente Ndadaye, effettuati dall’allora esercito mono-etnico tutsi: Forze Armate Burundesi (FAB).

La situazione di stallo creatasi vede l’incapacità della Unione Africana d’imporre al regime l’invio di una forza militare di pace, sola garante dell’arresto delle violenze in atto. La MAPROBU rischia di diventare una Missione Impossibile a causa delle difficoltà finanziarie originate dai mancati contributi dei Paesi membri della Unione Africana e le perplessità d’inviare un contingente militare in un Paese in cui sarà costretto a combattere forze ostili e genocidarie. La situazione di stallo evidenzia l’incongruenza e l’inutilità di colloqui di pace dove il regime tenta di giocare la voce del padrone e la vera opposizione e Società Civile burundese rifiutano ogni compromesso con un regime autore di massacri etnici e violazioni dei diritti umani anche sotto le feste natalizie, alla vigilia degli incontri a Kampala, Uganda.

L’organismo internazionale che ha avuto il coraggio di esprimere la sua posizione critica sugli incontri di Kampala e richiedere un cambiamento del mediatore, è a sorpresa la Chiesa Cattolica. Sorpresa per l’opinione pubblica distratta dalle compere natalizie, ma una riconferma per gli esperti della regione dei Grandi Laghi della capacità del Vaticano di comprendere le dinamiche e gli intrighi di potere. Una capacità che ha spinto la Chiesa Romana a prendere le distanze dal regime di Nkurunziza lo scorso ottobre e di sviluppare una seria critica al regime dittatoriale di Joseph Kabila in Congo, schierandosi contro la decisione di annullare le elezioni presidenziali previste per il 2016 al fine di ottenere il terzo mandato senza sottoporsi alla volontà popolare.

Il suggerimento di cambiare il mediatore viene espresso nonostante la recente alleanza politica religiosa tra Papa Francesco e il Presidente Yoweri Museveni incoronata nella visita del Pontefice in Uganda. La Chiesa Cattolica constata l’impossibilità di continuare a sostenere il regime burundese come nel passato, ma è terrorizzata dall’eventualità che il nuovo Burundi prenda una piega alla ‘ruandese‘, segnando definitivamente la fine dell’egemonia del Vaticano nel Paese come è stato nel caso del vicino Rwanda dopo il genocidio del 1994.

Lo sblocco dello stallo creatosi è avvenuto il 22 dicembre scorso con l’annuncio della creazione delle Forze Repubblicane del Burundi (FOREBU). Un’organizzazione militare sotto il comando del Colonnello Edouard Nshimirimana che raggruppa la maggioranza dell’esercito burundese, dei veterani che hanno combattuto nelle missioni di pace in Somalia, dei poliziotti che hanno disertato, dei vari gruppi armati recentemente costituiti, dei volontari della diaspora burundese all’estero recentemente ritornati in Burundi per combattere la tirannia, dopo aver ricevuto formazione militare e armi da Paesi terzi.

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